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Recensione: Ty Segall – S.T. (2017)

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A definirsi “Ty-Rex” ci aveva già pensato lui, pubblicando un disco di cover della band di Bolan per la piccola ma gloriosa etichetta Goner due anni fa scarsi e depredandomi così del neologismo che avrei gioiosamente usato per definire questo suo nuovo disco, ancora una volta costipato di canzoni dei T. Rex.

Che a firmarle sia lo stesso Segall e non Marc Bolan poco importa. Siamo di fronte a un falso d’autore, che al Radiocarbonio 14C rivela appena una più accesa tinta per dipingere le chitarre. Ty Segall suona insomma un po’ come un incrocio tra il glam al velluto del Tirannosauro e dei Kinks a loro contemporanei (Orange Color Queen, Papers, Take Care, Talkin’) e le grezze pellami usate da Jack White (Freedom, Break a Guitar, Warm Hands, la baldoria elettrica di Thank You Mr. K).

In questi anni in cui il rock sopravvive alla sua estinzione (ormonale, concettuale e progressista, lasciando un esile e truffaldino simulacro di puro estetismo autocelebrativo da usare come specchietto per le allodole) divorando il suo stesso corpo, il musicista californiano ne incarna perfettamente lo spirito cannibale che lo anima. Il rock è morto, lunga vita a Segall. (Franco Dimauro)

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✓ MUSICLETTER.IT © Tutti i diritti riservati - 21 Gennaio 2017

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