Venerdì, 21 Aprile 2017

Recensione: Ottodix - Micromega (2017)

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Vi invito caldamente ad ascoltare questo disco come fosse un elemento di passaggio, un ponte concettuale, un collante stilistico e filosofico tra quello che viviamo nel quotidiano e quello che diciamo pubblicamente di voler vivere. Be’, sulle prime il concetto suona difficile ma vi assicuro che dietro esiste tanta logica.

Il nuovo (sesto per l’esattezza) disco di Ottodix è tutto quello che serve per dire con parole cantate cosa siamo, cos’eravamo e soprattutto cosa stiamo diventando. Senza fare escursioni di tempo perché Ottodix descrive tutto nell’oggi dei social, nel tempo in cui che ci appartiene e in cui conosciamo gli atomi e le particelle elementari.

Siamo in un presente in cui il mondo digitale è pane e non fantascienza. Alessandro Zannier (il suo vero nome) è forse uno dei più noti artisti visionari della scena indipendente italiana e questo Micromega (che in copertina mostra proprio una sua istallazione presentata a Pechino lo scorso mese di agosto) ci regala un suono per niente innovativo (va detto) ma decisamente personale e inconfondibile che cesella la visione che va pian piano componendosi.

Il disco sviluppa in nove tracce l’osservazione della natura umana, dalle cellule elementari fino ad uno sguardo più esteso e completo, la cosiddetta visione del tutto, cioè come se vedessimo l’uomo e la sua vita dallo spazio. Sicuramente la mia recensione è articolata e ben poco immediata come d’altronde fa lo stesso disco mescolando, in un unico lavoro, suoni capaci di restituire percezioni (ascoltando la musica di Ottodix si può vedere e immaginare concretamente lo scenario in cui la vicenda si sta svolgendo), parole che giocano con l’immediatezza del pop e la fantasia di un gergo nuovo di zecca, melodie che attingono poco alle forme canoniche ma certamente non rivoluzionano niente. Come dire signori: il disco di Ottodix si riconosce ad anni luce di distanza.

Insomma, non abbandoniamoci subito a commenti quali troppa filosofia, troppa psichedelia, troppa fantascienza. Probabilmente vuole proprio questo l’artista: combattere l’ovvio per andare oltre quello che sembra. Io l’ho fatto. E dietro questo space pop non c’è altro che il mio stesso identico vissuto quotidiano. E alla fine dell’ascolto ho scoperto di poterlo raccontare anche così… (Alessandro Riva)



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