Mercoledì, 28 Giugno 2017

Recensione: Iron Mais - The Magnificent Six (2017)

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Iniziamo subito dal dire che questo disco è prodotto anche in vinile. E a quanto pare dai ritorni di fiamma e di costume, direi che questa notizia farà gola a molti. Gli Iron Mais li ho scoperti per caso dalla santa televisione da quella puntata di X-Factor dove per un attimo, l’ondata energetica di grandissimo punk vestito alla western americana maniera, ha coinvolto tutti i vecchi saggi che finalmente, dico finalmente, avevano qualcuno davanti che di musica ne sapevano e la sapevano suonare.

Ho avuto un’impressione fortissima che si stessero liberando dalla recita del copione televisivo, grazie a questi sei figuranti usciti da un immaginario western post-atomico, un noir industriale di centauri degli anni andati, con trucchi e parrucchi futuristici e allo stesso tempo didascalici. Testa di cane, La contessina, Jack La Treena, Lo Scollo, il Ragazzo Nutria e Burrito. Amen. Ora però, consumate le risate e lo stupore, mettiamo a giro questo disco e scopriremo quanta meraviglia c’è.

Rock antico, quasi rockabilly, decisamente western in queste sonorità di banjo e violino e voci corali a guisa di saloon e scenari polverosi alla Sacramento. E non par che sia tutto il ricettario: grandi cover, dai Pink Floyd passando per gli Iroin Maiden, Black Sabbath, Metallica e… Be’, scopriteli da voi. Intanto personalmente non avevo mai sentito suonare Nothing Else Matters in questo modo e direi che l’esperimento non solo lo ritengo riuscito ma anche assolutamente intelligente, creativo e accattivante.

E non basta. Anche sei inediti che già da titoli come Grano Duro o Lambro River si capisce come ci sia voglia di parodiare la provincia italiana, usi e costumi lasciando che il succo western sfoci in una disamina sociale dei tempi moderni. Però, tra pregiudizi e retaggi culturali, non trovo funzionale l’italiano a questo tipo di estetica musicale. E per quanto riguarda poi la scrittura degli Iroin Mais, direi che un poco pecca di dinamica anch’essa estetica, quel solito mood che, certamente accattivante e funzionale di suo, viene però ripetuto un po’ troppo spesso. Un’amalgama quasi a certificare l’appartenenza.

L’inventiva trasgressiva e goliardica che i nostri hanno riversato sulle cover l’avrei voluta rivedere così sfacciatamente sicura di se anche sugli inediti che, già belli di loro, avrebbero acquisito una marcia decisamente invincibile. Ma questo nel mio piccolo modo di vedere le cose non di più. Strepitoso il video di lancio. Strepitoso. La featuring di Corona in carne e ossa è assolutamente da numeri uno. Su YouTube trovate il singolo The Rhythm of the night. E anche qui c’è davvero poco da aggiungere. A tutto volume. (Alessandro Riva)