Martedì, 5 Settembre 2017

Motörhead - Under Cöver, 2017 | Recensione

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Tecnicamente una raccolta, Under Cöver riporta il nome dei Motörhead agli onori delle cronache musicali dopo l’annus horribilis che ci portò via a distanza di un mese Phil Taylor e Lemmy, abbattendo per sempre uno degli alberi più maestosi del giardino incantato del rock and roll.

Cosa ci sia dentro, è facile immaginarlo dal titolo e dal moniker del gruppo. Cover version registrate negli ultimi venticinque anni di attività dalla band più rumorosa del pianeta. Roba che se la tocchi, muori. Che se ti aggredisce, e sai che lo farà, non ti basterà scorrere l’elenco telefonico di tutti i santi del Paradiso per farti salva la pelle.

Lemmy suona come se avesse alle spalle una mandria di bisonti. A testa alta, per l’ultima volta. Col solito grugnito dietro il quale non credi si potesse nascondere uno degli uomini più ironici del music-system. Uno pronto a ridere su tutto ma non sul rock and roll, non sulla sua band.

Detto questo, va ribadito che i veri fan della band inglese hanno già tutto quello che è stato infilato qui dentro, dalle storiche God Save the Queen, Jumpin’ Jack Flash e Cat Scratch Fever fino alle più recenti Starstruck dei Rainbow e Sympathy for the Devil.

Le uniche eccezioni sono rappresentate, a meno che la memoria non mi inganni (e potrebbe farlo, che spesso non ricordo neppure se ho indossato le mutande) da Rockaway Beach e da Heroes, trascinate da Lemmy con la mano ferma di un condottiero dentro le terre di polvere e metallo dei Motörhead. Per l’ultima volta. (Franco Dimauro)