Lunedì, 11 Settembre 2017

Hüsker Dü - Savage Young Dü, 2017 | Recensione

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Per tutti gli anni Ottanta e oltre, anche dopo che gli Hüskers abbandonarono la sua piccola etichetta per approdare alla SST, Terry Katzman rimase in ottimi rapporti con Mould, Norton e Hart e continuò a pubblicare su cassetta, col beneplacito della band, le loro vecchie registrazioni da “garage”, su un’etichetta battezzata, appunto, Garage d’Or.

Non c’era ancora Paypal ma se a Terry inviavi una busta con dei soldi ficcati dentro, stai sicuro che in cambio avresti ricevuto una di queste disastrose cassette, con copertina fotocopiata e titoli battuti su macchina da scrivere. Io ne ho una mezza dozzina.

Parte di questo prezioso patrimonio (una cinquantina di pezzi, cui vengono aggiunte le rimasterizzazioni del primissimo catalogo ufficiale) viene adesso ripulito e riordinato per la pubblicazione di Savage Young Dü, il box che, dopo la ristampa esclusivamente in formato digitale di Everything Falls Apart e quella in vinile del primissimo singolo in occasione del Record Store Day del 2013, rende finalmente tangibile l’aeriforme programma di restauro del catalogo degli Hüsker Dü, perlomeno quello relativo al primissimo periodo.

Sono gli Hüsker Dü che, tra una cover dei Ramones e una di Donovan, aprono un varco al proprio stile che non ricorda né quello dei primi né quello del secondo ma che, della metabolizzazione di quella scorta melodica farà tesoro per trovare una via di fuga dalla folle corsa dell’hardcore, quando i piedi sceglieranno di non pigiare più sull’acceleratore ma di assecondare, con un abilissimo lavoro di frizione, i cambi di marcia della leva del cambio, trascinando nel suo viaggio tutto l’alternative rock americano.

Quegli “anni importanti” sono raccontati qui dentro, in 69 canzoni che spesso non toccano neppure il mezzo minuto e dentro la raccolta di foto e locandine commentata da Erin Osmon di Spin. Io mi ricordo. Voi? (Franco Dimauro)