Giovedì, 9 Novembre 2017

Il concerto di Nick Cave a Roma visto da Carlo Massarini | Recensione

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Roma, 8 novembre 2017 - Guardo Nick Cave da pochi metri (quasi centimetri), niente Canon oggi (purtroppo), solo un iPhone e neanche tanto nuovo. E, mentre gli tengo prima con una, poi con due mani un ginocchio evitando che, proteso in avanti com’è, si schianti sul pavimento a pelle d’orso, penso. In nessun concerto che abbia mai visto, l’artista celebra un rito di comunione come questo. Non condivisione, non coinvolgimento, proprio comunione. Nel senso biblico del termine. Carne e sangue.

Nick canta quasi sempre fuori del palco, su una fila di casse che sono attaccate alla transenna, da cui sporgono decine di mani protese. A lui piace essere sfiorato, toccato, a volte anche reciprocamente e con una certa forza. Passeggia su quella sorta di ante-palco lungo tutta la larghezza del Palasport, sfiorandole, stringendosele al petto, scegliendo addirittura quale toccare e quali no (senza un apparente senso, ma solo perché io vedo lui, e non le facce dei fans). Magari è ispirato da un volto, da un sorriso, da un “I Love You“, come quello della ragazza di fianco a me, a cui risponde “I Love You“, e le chiede di avvicinarsi per vederla e poterla descrivere.

Nick Cave è uno che si dà. È uno a cui evidentemente il contatto col pubblico, quello fisico, non basta mai. Verso la fine (su Weeping Song) scende direttamente in mezzo alla platea, la taglia, sale sull’isoletta della telecamera e dirige l’orchestra immaginaria: un battito di mani in 8 battute, e stop! Canta. Poi di nuovo 8 battute e stop! Scherza, prende uno smartphone e poi ghignando lo restituisce, dà le istruzioni su come sorreggerlo quando farà crowdsurfing, ma mi sa che non si fida (“due mani, non una!”) e lascia perdere. Ai bis, sulla murder song Stagger Lee fa salire almeno 200 persone sul palco, e l’inquadratura è fantastica: stretto in mezzo, da una parte la platea, dall’altra la platea-sul-palco, e lui al centro, braccia a croce, camicia aperta e sguardo estatico. Un vero rituale.

Nick Cave negli ultimi anni ne ha passate di ogni, ma il momento più nero è stata la morte di Arthur, uno dei figli, caduto dalle scogliere vicino a casa, a Brighton. Qualunque genitore può immaginare cosa si provi. Ha esorcizzato – per quanto possibile - il dolore con un album (Skeleton Tree, copertina nera, ma mai quanto la sofferenza che esce dai solchi), e stasera ne canta diverse, generalmente morbide, evocative, corali. Il resto è bombastico come quasi nessuno nel rock.

Warren Ellis al violino (usato come la chitarra di Hendrix) è davvero incredibile: uscito da una saga nordica, barba e sguardo folle, è il partner di musica e di vita che alcuni fortunati trovano sul cammino, e con lui tutti i Bad Seeds: cattivi, violenti, potentissimi. Tutti di nero vestiti, esattamente come il capo, forse l’unico musicista rock che arriva sul palco in completo nero, calze viola e, soprattutto, mocassini. Mocassini (perdipiù con fibia). Elegante, anche nelle movenze, immobile e concentrato e poi a saltare per un attimo con passi di danza, poi immobile. Nel massimo momento di delirio sonoro, ritorna al piano saltando in piedi sullo sgabello e poi lasciandosi cadere, e microfono gettato via a dieci metri come fosse un impiccio.

Ma Cave è anche clamorosamente in controllo: non solo di sé (come faccia a non cadere non si sa) ma anche e soprattutto delle persone davanti: nessuno esagera, nessuno lo afferra, nessuno – e basterebbe poco- lo tira giù. C’è un rispetto totale per questo sessantenne alto e dinoccolato che si concede, con la faccia e la voce da killer, ma di animo fragile sotto la corazza. Si dona, probabilmente perché non ne può fare a meno. Non ha uno show visuale, non ha trucchi né inganni. Ha solo quell’eterno taglio di capelli, la sua chiccheria (come un Cohen nato punk) e una intensità rara, rarissima. L’unico al mondo che può ripetere “Listen to My Heartbeat… boom boom boom!” per cinque minuti, mettendosi cento mani sul cuore e sussurrandolo, o urlandolo all’infinito, solo un basso che lo accompagna. O gridare in tutte le forme “The King was born in Tupelo!” per altri cinque, forse dieci minuti, trasformando Elvis in una invocazione che comprende tutto il mondo.

Se non avete mai visto Nick Cave and The Bad Seeds, avete una lacuna da colmare. Anche se non conoscete le canzoni, uscirete che Jubilee Street o Boson Blues o qualcun’altra faranno parte della vostra storia. Capirete che stare sul palco per alcuni è un divertimento, per altri un’esaltazione. Per Nick Cave è intensità, sofferenza, e liberazione. Dacci stanotte i tuoi demoni quotidiani, Nick. Anche se non sono i nostri non importa, in fondo siamo tutti in cerca della stessa cosa. Quando la si trova insieme, è un miracolo laico. (Carlo Massarini, dal suo profilo FB)