Venerdì, 1 Dicembre 2017

Chiara Giacobbe Chamber Folk Band - Lionheart, 2017 | Recensione

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In realtà non sono a digiuno di questo disco che da qualche giorno mi gira dentro. A spasso per la rete Chiara Giacobbe è conosciuta per essere il violino degli Yo Yo Mundi, è vero… ma come al solito c’è tanto altro di meno mediatico ma di molto più convincente. Non stiamo qui a fare la storia ma cerchiamo invece di non perderci il presente con questo lavoro, finalmente il suo primo full lenght di inediti dal titolo Lionheart.

Dico finalmente perché in tutto l’ascolto di questo country o folk o irish o rock on the road un po’ americano e un poco italiano, traspare lieve e leggera questo bisogno di non prendersi troppo sul serio. Traspare umiltà, la voglia di giocare duro ma in punta di piedi. Come a dire: signori questa è la mia piccola piccola musica… per carità, niente di che! E invece lei, che carriera e di “trofei” ne ha tanti sulla scrivania dovrebbe sfoggiare più grinta e più coraggio nel dire e nel fare.

Chissà però che non sia proprio questa la sua ricetta vincente che fa convivere assieme bellezza e mestiere, stupore infantile e carattere di polso. Lionheart suona come un disco dei Coors (è vero, sono d’accordo con molti) complice questo violino (ovviamente) protagonista ma anche quella scrittura leggera di vento che spazza la polvere dalle strade infinite verso l’orizzonte.

Un substrato di gentilissimo rock e quella timbrica che spesso mi rimanda ad Ani Di Franco o a Edie Brickell completa il quadro e penso di citare No More Blue come una delle tracce più evidenti di questo lungo viaggio. Si lungo, perché Lionheart ha dentro di se ben 13 brani molti dei quali superano i 4 minuti come la title track che sull’impatto iniziale, quello fatto di puro istinto, mi fa pensare a Sunday Mornig dei Velvet Underground (giocoforza questo ostinato di note provenienti da una plastica pop d’autore).

E che dire del momento (o dei momenti) strumentali? Nel disco anche tracce come Pet Lion dove è il violino a portarci per mano e inevitabilmente si va in Scozia ma occhio: mai in una tradizione sfacciata, sempre mantenendo un saldo appiglio con l’attualità pop dell’intero mondo conosciuto. Ok, se parte poi Particle Physics - di cui il nuovo video ufficiale - mi si dirà che sbaglio, con queste cornamuse alla Evia. Ma lasciate scorrere l’intro e poi ne riparliamo.

Bellissima High Fidelity in cui inaspettatamente ci trasferiamo in un tex-mex da vecchio west con saloon e maniscalco al seguito. Probabilmente con un mix diverso, di maggiore digitalizzi architettonici e con un arrangiamento appena più in stile, avrei sentito bene I Can’t Get Over You dentro un disco di Prince… ci credereste? Be’, lo sviluppo e tutta la scrittura così com’è presentata alla fine restano ancorate al cliché di questo disco.

La chiusa di tutto è dolcissima e introspettiva. Like a Light (in the Darkness), quando il tramonto sta calando, ci attende del legno di casa e un camino acceso, ci attende del vino e sfumature fanciullesche con questi armonici e da Glockenspiel e questa lirica un poco sussurrata. Insomma un disco impegnativo ma molto rigenerante, un ascolto che fortifica e lascia spazio alla fantasia. Ci si lascia cullare prima che arrivi il nuovo giorno. (Alessandro Riva)