Mercoledì, 6 Dicembre 2017

Choke Chains - Android Sex Worker, 2017 | Recensione

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Non sono più di primo pelo, i Choke Chains. Ma restano lupi. I loro trascorsi fra le fila di Bantam Rooster, Chinese Millionaires, Dirtbombs, New Rob Robbies, Blank Schatz e No Bails non li hanno che incattiviti e adesso tornano a suonarcele di santa ragione, dopo i tantissimi litri di sangue versati sui video per i quali sono relativamente diventati “celebri” lo scorso anno.

Il nuovo disco è appena appena meno estremo, anche se le scudisciate e le urla da ratto scuoiato non mancano. Ma Android Sex Worker non è il solito cazzo di disco garage dozzinale di cui le fogne, non sono quelle del Michigan, sono ormai infestate.

Tutt’altro: ha un suono che spacca i sassi. Perché i Choke Chains sono la mazza da cava di granito nelle mani di Billy Childish. O il trapano a compressione in quelle di Rick Froberg, viste certe cavalcate alla Hot Snakes che vengono fuori lungo il disco. Canzoni che hanno lo stesso sapore di ferro arrugginito di uno sputo di sangue. Come quello analogo di certi bitumi stagnanti dentro gli scantinati dei Jesus Lizard, dei Chrome Cranks o dei Dark Carnival. Una conferma superiore alle aspettative. Cave canem. (Franco Dimauro)