Domenica, 11 Marzo 2018

David Byrne - American Utopia, 2018 | Recensione

David Byrne
Il nuovo Byrne è una gioia a metà. Il riferimento, seppur volutamente monco, è relativo ai suoi reading da lui stesso intitolati Reasons to Be Cheerful (Motivi per essere allegri) e che compendiano quanto American Utopia cerca di raccontare in musica, ovvero la nascita di un nuovo sogno americano che possa svegliare la sua terra dall’incubo Trump.

Dieci nuove canzoni, quasi tutte scritte assieme all’amico di vecchia data Brian Eno. Due eminenze grigie (soprattutto il primo, il secondo è ormai calvo) della canzone moderna, dell’arredamento sonoro che tornano a lavorare fianco a fianco mandando alle stelle le aspettative per un disco che invece ci mette un po’ a ingranare, relegando solo in chiusura i numeri per cui verrà ricordato.

Le canzoni più belle del lotto stanno a ridosso l’una dell’altra e si intitolano Doing the Right Thing e Everybody’s Coming to My House che si fanno avanti quando i primi sbadigli sono già affiorati sui nostri volti, pagando dunque pegno alla noia che comincia ad insinuarsi non appena si spegne l’inaugurale e benaugurante I Dance Like This, bizzarro collage fra strofe accompagnate da un pianoforte solitario e dei ritornelli che invece viaggiano su un motorik che sembra suonato sulle macchine dei Depeche Mode.

Una volta conclusasi e dopo essersi scrollato dai risvolti dei pantaloni un po’ di sabbia sudamericana, Byrne sembra però accartocciarsi su se stesso, con canzoni che sembrano tutte più lunghe di quelle che in realtà sono. E anche un po’ più tristi rispetto al progetto utopico che dovrebbero tratteggiare, col risultato di frantumare ben più che quel sogno. (Franco Dimauro)