Martedì, 10 Aprile 2018

Furia - Cantastorie, 2018 | Recensione

Furia
Quella che leggo tra le note di copertina di questo primo lavoro di Tania Furia è un’assoluta quanto magica coincidenza. Dal suo nome d’arte che diviene Furia per passare poi alla sua carriera che approda di recente tra le attenzioni proprio di quel Maestro Luigi Albertelli che ha realizzato per noi forse una delle colonne sonore del vecchio modo di fare fiction in TV. Parliamo della sigla di “Furia, il cavallo del west”.

Coincidenze e analogie, unicità e tantissima magia che ha portato alla guida artistica e quindi alla nascita di questo primo disco che la cantautrice milanese intitola Cantastorie. Perché questo fa una cantautrice. Racconta storie. Un disco di 12 brani di nuova scrittura e una cover che ricordano il bel pop anno ’90 senza troppo pensarci, e forse anche qualche anno prima. Il classicismo che dialoga con l’elettronica occidentale di oggi, il passato che danza con un presente futuristico.

Niente di nuovo sotto il sole di questi giorni, sia chiaro, una buona personalità certamente che forse però ancora abbisogna di venir fuori con una scrittura efficace. Si passa dall’apertura decisamente rock di Tu sei mio in cui appare evidente la Oxa dei tempi grintosi. Ma sono molteplici i momenti di canzone d’autore, semplici e didascalici. Li ritroviamo in Campionissimo (brano che parla del grande Fausto Coppi) o nella emozionante Canzone ad un bambino mai nato diretta ispirazione del romanzo della Fallaci “Lettera a un bambino mai nato”.

Ma Furia a suo modo si fa conoscere vestita da Corto Maltese e quindi promette grinta e severità: e allora ecco la denuncia e la rivalsa, ecco brani come Ce la invidiano tutti o Troppo facile che si combatte con l’elogio anni ’90 alla musica dance di maniera. E qui Furia sfoggia Robot o anche Pa Pay ya-ya (Ciao Marco) (dedicata a Marco Pannella) o la chiusura affidata al brano Non arrossire che proprio in questa chiave torna a suonare per mano di Furia un celebre successo di Gaber.

Se fossi combattuto nel pensare a Furia come cantautrice intima o come remake degli anni ’90 ci pensa la copertina a darmi il colpo di grazia e un divieto quasi sfacciato sul gusto delle piccole cose. Insomma, un lavoro deciso e proiettato sulle nuove frontiere del pop italiano, quello elettronico, quello futuristico… ma quello che attinge a piene mani da un passato glorioso di melodie popolari. E anche la produzione mira tanto in questa direzione. Il sapore agrodolce, in questo primo lavoro di Furia, funziona benissimo. (Alessandro Riva)