Mercoledì, 6 Giugno 2018

Horus Black - Simply, 2018 | Recensione

Horus Black
Quello che ho davanti è un disco antico rispolverato e ristrutturato per i mercatini dell’usato. Ma attenzione: parliamo di mercatini di classe e non quelli dozzinali da quartiere popolare. Riccardo Sechi ha forse 20 anni o forse non ancora li ha. Si fa chiamare Horus Black e questa è una storia che sarei davvero curioso di conoscere nel dettaglio.

Giovanissimo genovese di stirpe artistica visto che i genitori, a quanto leggo, sono musicisti del teatro Carlo Felice di Genova. Musica classica, dunque. Eppure da questo figlio che fa il primo passo nella discografia indipendente italiana non ci sono tracce di quell’estetica antica e “colta” che ci aspetteremmo.

Lo scenario è assolutamente affascinante e inconsueto: da Elvis a quel western di una certa Ane Brun di Duets, da quel soul di colore nero a quel rock’n’roll da balera americana di fine anni ’50.

E lo scenario si tinge di noir e rockabilly come nel singolo We are alone tonight di cui la rete ci regala un video ufficiale che mette in mostra peraltro anche l’apparire in scena del nostro: anche qui la cura dei dettagli nel vestire e nel muoversi arriva a citare come si deve il cliché del rock’n’roll anni ’50.

Odora di sabbia da western con quelle classiche chitarre elettriche in tremolo e in chorus, quei riverberi e gli affascinanti mix di percussioni “tribali” in Lonely Melody. Bellissima Miss Candy laddove è il quel gusto da gran gala anni ’60, di un Frank Sinatra figlio del west a fare da padrone, dove le orchestrazioni sono assai vincenti ben condite da pad moderni che però imitano il suono dell’epoca e da una finissima elettronica di corredo: incredibile come in un contesto che insegue e ragione una coerenza stilistica di quel tempo passato sappia introdurre organze elettroniche del futuro senza rompere incanto e sapore.

Cito ancora questo brano dove il primo stacco interrotto da un filamento digitale proveniente dallo spazio restituisce normalità. Ecco il risultato più importante secondo me: questo agrodolce, quel passato e questo futuro che insieme si mescolano e convivono arrivando a far sembrare tutto assolutamente normale. Anche la batteria di Rock a Doodle Doo - un didascalico rockabilly di sempre - sembra che abbia dei suoni di batteria troppo moderni per il tempo che ci scorre attorno a suon di musica.

Ma è normale. Almeno questo appare. Normale. E incomprensibilmente il disco si chiude con una We Can’t Go on This Way in cui mi verrebbe da rintracciare quel certo mood alla Beach Boys, quei sapori lenti dei Creedence, quel canto doo wop, le tinte scure e cavernicole dei primissimi Depeche e alla fine, senza aver paura di esagerare, anche del sano punk, di quello dolce, di quello che non da fastidio a nessuna regina.

Insomma un disco interessante, ricco di spunti e di citazioni stilistiche, ricco di coerenza ma per niente ancorato a stilemi triti e ritriti, anzi. Con molta personalità il nostro Horus Black e la Sonic Factory hanno dato vita a un disco che tinge di personalità lo scenario che ha segnato l’infanzia delle prime emozioni di Riccardo Sechi. Buon ascolto. (Alessandro Riva)