Lunedì, 4 Febbraio 2019

10 anni fa usciva l’album di debutto degli americani The Pains of Being Pure at Heart. La nostra recensione del febbraio 2009 | News | Streaming

The Pains of Being Pure at Heart
Dieci anni fa, esattamente il 3 febbraio 2019, usciva per Slumberland Records/Fortuna Pop! l’album di debutto della formazione statunitense The Pains of Being Pure at Heart. Il bellissimo esordio della band indie pop di New York City fu recensito il 20 febbraio successivo sul PDF di Musicletter.it.

Recensione che oggi ripubblichiamo integralmente, assieme al link per all’ascolto del disco in streaming sul nostro blog via Bandcamp e Spotify.

«Travolgenti e leggeri. Sono questi gli aggettivi più appropriati per descrivere i Pains Of Being Pure At Heart, formazione con base a New York che infiamma questo inizio d’anno[1] con sonorità noise/pop lievemente lisergiche. Un sound vigoroso che dapprima ci frastorna e poi, nel giro di un paio di ascolti, ci appassiona attraverso un incastro perfetto di voci e refrain estremamente ruffiani, impossibili da non canticchiare (tra tutte, l’ammaliante Young Adult Friction).

Una leggerezza melodica dilaniata da chitarre elettriche, ora distorte, ora pulite e ora cariche di feedback, in cui si ravvisano echi di new wave e passaggi dalle glasse sixties. Quelle realizzate da Alex, Kip, Kurt e Peggy sono canzoni che entrano direttamente nella pelle; schegge di pop adrenalinico (Contender, Hey Paul, Everything With You e Come Saturday) da cui debordano piacevolissime eccitazioni di adolescenziale memoria che prendono il titolo di A Teenager In Love, The Tenure Itch e This Love Is Fucking Right. Un susseguirsi di richiami stilistici (college rock, noise, shoegaze) rivisitati in chiave decisamente personale, dove è possibile fiutare atmosfere alla Cure (Stay Alive) e rimandi di psichedelia cari agli Stone Roses (Gentle Sons).

Potrebbero essere i My Bloody Valentine a braccetto con gli Smiths, i Ride che fanno colazione con i Field Mice oppure ancora i Jesus And Mary Chain che strizzano l’occhiolino ai Black Tambourine. In realtà sono semplicemente i Pains Of Being Pure At Heart, ovvero: il lato più elettrico, coinvolgente e brillante di certa musica pop in odore di revival. E, in uno slancio di “gioventù”, tanto basta per annoverarli tra le scoperte più entusiasmanti e corroboranti della fine degli anni Zero.» (L.D. / La redazione)

[1]Recensione pubblicata su ML - Update n. 62 del 20 febbraio 2009

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