Mercoledì, 6 Febbraio 2019

Maschere, il nuovo album di Andrea Donzella | Recensione

Maschere, il nuovo album di Andrea Donzella
Davvero difficile raccontare un disco che sembra venuto da un passato glorioso. Raccontarlo oggi con le eterne contaminazioni del digitale che ha omologato persino quelle che erano le ultime reminiscenze del punk. Tra le mani ho l’esordio ufficiale di Andrea Donzella, seconda sua prova su disco che fa seguito a un lavoro forse meno ambizioso e meno sicuro e, forse per questo, rimasto quindi inedito.

Si intitola Maschere e l’accezione è totalmente dedicata a quel certo modo di stare al mondo, all’uomo, al quotidiano e a tutte le sue sfaccettature ipocrite. Donzella confeziona un disco grandemente arrangiato da Ferruccio Francia sulle didascalie del soft-rock anni ’60 e ’70.

Si sentono fortissimi i richiami di quel bel canto italiano che cercava la rivoluzione coniugando, nella forma canzone, quel rock chitarristico dei colori riconducibili alla British Invasion con il gusto popolare di canzoni dalle belle melodie orecchiabili. Importanti, ora come allora, le sezioni di archi che mantecano il tutto e ne restituiscono il sogno e quel sapore narrativo inconfondibile.

Forse Donzella avrebbe potuto variare gli ingredienti in scena per evitare che il tutto sia un ripetersi brano dopo brano, arrangiamento dopo arrangiamento. Così per tutto l’ascolto. Forse avrei preferito una maggiore dinamica e un vocabolario diverso a caratterizzare i singoli brani. Sembra di trovarsi davanti un disco dei Pooh, protagonisti di quel passaggio d’epoca e di stile che li hanno poi sdoganati al costume nazional-popolare.

Nello scenario di oggi certamente risulta una scrittura difficile da digerire, assai difficile da collocare se non per quel sapore assolutamente vintage che forse sta bene in un discorso relativa ad una proposta specifica e di nicchia. Dunque Maschere è un disco sghembo, che esce dalle abitudini ma non per originalità quanto per contesto storico e sociale diverso.

Che poi è la società, anzi l’uomo, anzi se stesso il vero nucleo dell’ispirazione. E, da perfetto cliché, ecco che l’amore (in senso non solo estetico ma anche contemplativo) torna ad essere l’ispirazione di questo lavoro di pop leggero macchiato con mestiere da velati richiami di rock. Classicismi a cui non siamo più abituati. (Alessandro Riva)