Giovedì, 7 Febbraio 2019

Johnny Casini - Port Louis, 2018 | Recensione

Massimo Volume
Phil Manzanera è la prima cosa che devo scrivere. Non se la prenda il nostro protagonista ma è indubbio che per un emergente, prima sconosciuto ai media, fare il suo ingresso in società con un disco prodotto dal Re delle produzioni - oserei dire - mondiali, significa pagare un pegno di riconoscenza lungo una vita intera. Si fa per scherzare, s’intende, e si usano anche parole forti per fare scena goliardica… ma il colpo portato a segno dall’emiliano Johnny Casini (concittadino di Ligabue) è ricco più di quanto può esserlo spesso un’intera carriera “normale”.

Si intitola Port Louis il disco d’esordio prodotto da Manzanera ed è dunque ovvio pensare ad una vita totalmente rivoluzionata, che dalle “balere” del bel paese lo ha traghettato nella Los Angeles che conta oltre a puntate giunte fino alla Londra del suono beat.

Ed è proprio lo scenario beat fatto pop dal gusto spietatamente americano on the road ad essere il filo conduttore di questi 6 inediti di Johnny Casini che si lascia ispirare inevitabilmente da Beatles e Beach Boys, e io ritroverei anche i Kasabian di Goodye Kiss o le tinte scure scure pennellate di basso e quella voce un poco metallica degli Arctic Monkeys. E di riferimenti penso ce ne siano così tanti che solo chi dalla musica grande ha saputo prendere il più possibile sia capace di scrivere e creare un disco così tremendamente internazionale come Port Luis.

Il seguito si presenta con un carico di aspettative importanti. Personalmente spero che le matrici pop più leggere che ritroviamo nel singolo di lancio Dark Sunglasses siano meno protagoniste in favore del fumoso antro metropolitano come in I’m Not Blind for You dove le chitarre vintage un po’ rockabbilly svettano di gusto. Casini ha le capacità di segnare un punto anche con strutture meno scontate. Un bellissimo ascolto. (Alessandro Riva)

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