Martedì, 18 Giugno 2019

Eric Boss - A Modern Love, 2019 | Recensione

Eric Boss - A Modern Love, 2019 | Recensione
Che l’artista americano Eric Boss sia un uomo dai molteplici talenti lo si evince immediatamente dalla sua bio. Eric è un DJ, produttore, cantautore, metà del soul duo Myron & E (usciti sulla prestigiosa etichetta americana Stones Throw e con diversi tour sotto la cintura), metà del duo boogie The Pendletons (usciti su un’altra label di spicco americana, la Bastard Jazz), e metà del duo electro-funk Lucid Paradise, più un infinità di featuring. Dopo anni di lavori in tandem e di collaborazioni, finalmente lo scorso Maggio Eric ha fatto uscire il suo disco di debutto solista A Modern Love, disponibile su LP tramite Mocambo Records e in digitale su Légère Recordings.

Descritto come “un’esplosiva miscela di funk e soul con sonorità west coast e hip hop vecchia scuola”, questo album racchiude molte delle influenze che hanno caratterizzato il percorso musicale di Eric. Dalle ballate soul come Is It Love e Don’t Give Your Heart Away, al funk più ritmato di Closer To The Spirit e Get Next To You, fino alle inflessioni reggae di Life Is What You Make It, in A Modern Love si possono trovare stili e sound variegati ma sempre radicati nella black music più organica e genuina. Diversi anche i featuring, dalla “ragazza d’oro del funk” Gizelle Smith sulla psichedelica Spiders, alla cantante americana Ishtar sulla distensiva Merry Jane, fino al rapper californiano Gift Of Gab, membro della storica crew hip hop Blackalicious, che presta la voce a I Wanna Ride, senza dubbio uno dei brani di spicco dell’album.

Dai suoni distorti e vagamente futuristici, I Wanna Ride è il singolo principale del disco, di cui è da poco uscito anche il video, che vede Eric alle prese con macchinari vari nel tentativo di stabilire un canale di comunicazione con un’intelligenza extra-terrestre, nella forma di Gift Of Gab. Questo è il brano in cui si sentono maggiormente echi di g-funk, il rap in stile west coast che ha segnato un’epoca negli anni 90. L’uso di synth, il groove ipnotico, il basso profondo, tutto riporta a quel sottogenere dell’hip hop, pur rimanendo coi piedi ben piantati nel funk contemporaneo. Se questa è la colonna sonora della sua navicella spaziale, sono pronta a farmi rapire dagli alieni. (Adaja Inira)

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