Mercoledì, 18 Settembre 2019

La musica è finita e l’immagine è tutto, ma noi resistiamo.

La musica è finita e l'immagine è tutto, ma noi resistiamo.
Prendendo spunto da un articolo apparso su L’insider, che rivela il valore di 40 video di musica rap inseriti nella Top 100 di Billboard, dove è possibile scoprire il termine “riccanza” (lo so che state pensando a Elettra Lamborghini) nonché i rapper più spendaccioni, è facile intuire come la musica, oggi, in particolar modo quella hip hop e trap, sia sempre più venale, moralmente scorretta e poco attenta a temi sociali.

Qualcuno però potrebbe dire che in fondo, certa musica, quella che piace a noi, per intenderci, lo è sempre stata immorale e viziosa. Si pensi, ad esempio, al rock and roll di metà anni Cinquanta oppure al punk di fine Settanta, generi che non certo brillavano di candore e rispetto per la società tradizionale. Vero. Anzi, verissimo. Tuttavia però vi è una sostanziale differenza tra certa “musica ribelle di ieri” e quella invece di oggigiorno.

La stragrande maggioranza della musica mainstream contemporanea, quella che passa sui canali streaming, fatta quasi sempre di singoli, playlist ma soprattutto di visualizzazioni e click, è figlia di una generazione che nella maggior parte dei casi cerca, spesso finanche con il minimo sforzo, solo ed esclusivamente soldi, potere, sesso.

Possiamo dire, quindi, che indicativamente fino al secolo scorso, l’artista rock, punk o rap che si voglia, cercava nella musica e nelle parole un motivo per ribellarsi al Sistema, per dire, anche a brutto muso e con brutti modi, che questo mondo non gli andava a genio e che ne voleva uno migliore, più giusto. Si trattava di una musica che guardava alla collettività più che all’individualismo da cameretta tipico di questi tempi.

Utilizzando un po’ di retorica, ora studio, sacrificio, umiltà e gavetta sembrano essere passati davvero in secondo piano. “Tutto e subito” sono le parole chiave che alimentano l’ego della stragrande maggioranza di giovani musicisti e manipolatori nonché nativi digitali. Probabilmente questa nuova generazione, a differenza dei loro genitori, avrà capito che si vive una volta sola e che non conviene sbattersi più di tanto per cambiare la società, il pianeta, l’universo. Come dire? L’utopia è diventata un luogo ancora più sconosciuto.

In musica adesso è sufficiente fare un “pezzo simpatico” con un computerino pieno di basi e campionamenti, atteggiarsi da gangster oppure da coniglietta di Play Boy e postare tutto sul tubo. Per il resto, è sufficiente aspettare che qualcuno abbocchi.

L’importante è che ogni cosa diventi virale, per questo è meglio accompagnare la presunta canzone con video e selfie ammiccanti. D’altronde, in qualche modo, già ce lo insegnava Videmusic negli anni Ottanta.

La trap o la drill sono soltanto le ultime tendenze di una musica sempre più svuotata che alla sostanza preferisce un’estetica pop convenzionale. Sono ragazzi senza vergogna, almeno fino a quando non escono di casa. E quando escono non puoi parlare loro né di arte né politica, e persino di qualsiasi problema sociale e umano. Niente da fare, anche perché, se ci pensate bene, il problema vero è la loro mancanza di ideali e riferimenti. Un vuoto che, purtroppo, alimenta l’insoddisfazione di queste anime in pena.

Ogni canzone che producono o che ascoltano sembra ruotare sempre attorno allo stesso trittico di elementi: amore, denaro, droga. Sono canzoni liquide per giovani muniti di smartphone che postano e condividono video, mettono like, controllano tendenze e notizie a un ritmo vertiginoso, con un unico e ossessivo obiettivo: cercare la strada più rapida per il successo. Alcuni riescono perfino a trovarla, tantissimi altri no, anche se il risultato finale rende tutti (o quasi tutti) più poveri intellettualmente. Ciononostante, però, noi siamo sempre qui a rovistare nel microcosmo della musica alternativa che conta e ci fa ancora emozionare, cercando anche di carpire qualcosa di buono da quell’affollato universo sonoro e digitale che i Millennial ci stanno consegnando.

Tornando invece alla classifica dei rapper che mostrano più “riccanza” nei loro video, che si basa su gioielli, abbigliamento, beni immobili e via discorrendo, troviamo Lill Wayne con Lollipop, 50 Cent con Candy Shop e Pimp, 21 Savage con A Lot, Terror Squad con Lean Back, DJ Khaled con I’m on one, Drake con In my feelings, Meek Mill con Going Bad, Wiz Khalifa con See You Again e Nelly con Dilemma. Il totale dei video sembra racchiudere oltre 69 milioni di euro in oggetti di lusso, a dimostrazione che i rapper, oggi più di ieri, pensano quasi esclusivamente alla propria immagine ostentando ricchezza, bellezza e potere.

È insomma la fine di un’epoca romantica e allo stesso tempo ribelle, come lo è stata perlomeno fino agli Novanta del Novecento. Ci verrebbe quasi da dire che la musica sia finita, ma sappiamo benissimo che non è così, perché qualcosa di buono c’è ancora in giro. Diciamo che stiamo solo aspettando che gli artisti contemporanei si scrollino di dosso quell’eccessiva maschera di apparenza, tornando a “essere” più che ad “avere”. (Antonio Alveranzio)