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Alla fine ho deciso di farla. Ecco la lista dei miei 10 album preferiti del 2018.

Alla fine ho deciso di farla. Ecco la lista dei miei 10 album preferiti del 2018
Inizialmente ero indeciso se farla o non farla. Alla fine però l’ho fatta. La lista dei miei dischi preferiti del 2018, intendo. (Read more - Leggi di più)

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Pillole quotidiane: 10 dischi italiani e 10 dischi non italiani del 2015

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Il gioco è sempre lo stesso: scegliere 20 dischi dell’anno che ho ascoltato con maggiore piacere e attenzione. Per comodità personale ho preferito dividerli in “10 dischi italiani” e “10 dischi non italiani”. È inutile dire, infine, che il 30-40% di ciascuna lista (in ordine alfabetico secondo il nome dell’artista o del gruppo) potrebbe cambiare da un momento all’altro. Buon 2016 a tutti. (Read more - Leggi di più)

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(Top 10) – I miei dieci dischi preferiti del 2012

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Ecco i miei dieci dischi preferiti del 2012, ovvero quelli che ho ascoltato di più. Ovviamente, la lista è in rigoroso ordine alfabetico… (Read more - Leggi di più)

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The Underground Youth – Delirium (2011)

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Ho un archivio musicale spaventoso e, sinceramente, pur pensando di vivere un centinaio di anni in più non sarei mai in grado di ascoltarlo tutto. Ecco, quindi, che mi tocca spulciarlo qua e là, in modalità più o meno random, per tentare di recuperare qualcosa di buono che a partire già dal primo click valga la pena di ascoltare attentamente, ma soprattutto che valga la pena di recuperare su CD o, meglio ancora, su vinile. Pertanto, armato di passione ma anche di buona pazienza, questa mattina, mentre cercavo di iniziare a stilare la consueta classifica di fine anno, sono incappato in un disco sconosciuto al sottoscritto ma decisamente coinvolgente, specialmente per chi ama perdersi in quelle sonorità tanto psichedeliche e folk quanto garage e new wave. Sì, perché questi sono i riferimenti degli Underground Youth, formazione con base in Inghilterra e con all’attivo già alcuni lavori, l’ultimo dei quali questo ipnotizzante Delirium del 2011 che ci consegna nove canzoni melodiche seppure dalle sonorità oscure e indolenti. Un disco che, manco a dirlo, parte dai Velvet Underground e s’inoltra in quelle atmosfere tipiche dei Joy Division, dei Jesus and The Mary Chain ma anche dei Mazzy Star, degli Echo & the Bunnymen, degli Slowdive e via discorrendo. Strangle Up My Mind, Silhouette e What She Does To Me sono soltanto alcuni dei brani di quel sound inconfondibile al quale alludo e che sono qui a magnificare con quest’ultima scoperta firmata Underground Youth. Interessante formazione indie rock del Regno Unito che con Dystopia (arrangiata solo con voce, chitarra acustica e armonica a bocca) riesce addirittura a strizzare l’occhio al grande Bob Dylan. Insomma, per ora un bel “mi piace” a Delirium ma, se l’eccitazione dovesse continuare a ripetersi nei prossimi ascolti, sicuramente lo vedrete anche nella mia top ten del 2011. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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I miei dischi preferiti del 2011 (10+10+5)

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Ecco i miei dischi preferiti del 2011. (Read more - Leggi di più)

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Maurizio Blatto – Intervista (2011)

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The Felice Brothers – S.T. (2008)

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Tre fratelli – Ian, Simone e James Felice – della periferia di New York che vivono la strada suonando in ogni angolo di metropolitana, facendo i lavori più disparati e saltando come dei perfetti hobos di treno in treno. Un continuo peregrinare che li porta dapprima all’incontro con Christmas, abile giocatore di dadi che si unisce alla band, e successivamente a un contratto discografico con la Loose Music con la quale – dopo aver autoprodotto Through These Reins and Gone (2006) – realizzano nel 2007 il primo vero album d’esordio intitolato Tonight At The Arizona. Passa soltanto un anno ed ecco, però, che i “Fratelli Felice” stringono un nuovo accordo discografico, questa volta con l’encomiabile Team Love Records, con cui producono questo nuovo e omonimo lavoro che, quantunque ricalchi timbriche vocali e sonorità che ricordano Bob Dylan e la Band, ci entusiasma e ci travolge emotivamente come pochi dischi hanno saputo fare nel corso dell’anno appena trascorso.[1] Con alcuni brani che sembrano usciti direttamente da Blonde On Blonde e con passaggi che vanno dritti al cuore quali Little Ann, Goddamn You, Jim, Saint Stephen’s End e Murder By Mistletoe, questa seconda meraviglia della formazione yankee passa in rassegna tutta la tradizione folk rock americana (e non solo). Un disco che ci accarezza e ci ubriaca di emozioni, prima con la baldanzosa Frankie’s Gun!, che sembra provenire addirittura da Rum, Sodomy & the Lash dei Pogues, e poi con il country-western di Whiskey in My Whiskey e Take This Bread, quest’ultima quasi – e ribadisco quasi – dagli approcci e dalle espressioni dixieland. Helen Fry, Greatest Show On Earth e Wonderful Life, invece, sono pezzi dai sigilli blues che racchiudono lo spirito del mai dimenticato Woody Guthrie e che fanno di questa seconda fatica ufficiale dei Felice Brothers una delle migliori uscite del 2008. E non è certamente colpa di Ian Felice se la sua voce ricorda un illustre personaggio della storia della popular music che all’anagrafe è registrato come Robert Allen Zimmerman. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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Arab Strap – Monday at the Hug & Pint (2003)

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La mia vicenda con Monday at the Hug & Pint degli Arab Strap potrebbe essere paragonata alla storia di Salim (se non ricordo male, credo di averla letta su un vecchio diario realizzato da una comunità di recupero per tossicodipendenti) che si può riassumere così: “Salim era un giovane pescatore che viveva sulle rive del fiume Gange. Un giorno, mentre tornava da una pesca poco proficua, si mise a pensare a cosa avrebbe fatto se fosse stato ricco. Dopo aver percorso qualche chilometro di strada, il suo piede calpestò un sacchetto che conteneva qualcosa di simile a sassolini. Senza prestare particolare attenzione, lo raccolse e cominciò a gettare i sassolini nel fiume con lo sguardo perso nel vuoto e una speranza nel cuore. Lanciò un primo sasso, poi un secondo e così di seguito. Tra un tiro e l’altro immaginava una casa migliore, un posto migliore, una vita migliore insomma. Giunto all’ultimo sasso, lo prese e lo rigirò tra le dita, l’osservò attentamente e si accorse, con immenso rammarico, che quel sasso era una pietra preziosa.” Ecco, qualcosa di analogo è accaduto al sottoscritto ascoltando questo quinta fatica discografica di Aidan Moffat e Malcolm Middleton, ovviamente con conseguenze meno sciagurate e con un epilogo di certo recuperabile (stiamo pur sempre parlando di musica, o no?). Ero convinto che il duo scozzese difficilmente avrebbe realizzato un altro disco di qualità dopo The Red Thread del 2001, e per questo motivo avevo accolto la notizia dell’uscita del nuovo disco con poco entusiasmo e scarsa partecipazione. Insomma, non avevo alcuna intenzione di ascoltarlo. Allo stesso modo di Salim stavo cercando, altrove e non so dove, una “felicità” che invece era a portata di mano. A distanza di alcuni mesi, invece, scoprire quest’album è stato un po’ come trafugare nei propri sentimenti trasformando uno sbadiglio in un sorriso. Ciò grazie alle atmosfere da camera di Who Named The Days, alle modulazioni armoniche di The Shy Retirer e di Serenade e agli sviluppi indie folk di Loch Even Intro, Loch Even e Act Of Wow. Un album ben equilibrato dove alle quisquilie anestetiche di Meanwhile, at the Bar, a Drunkard Muses e Pica Luna si contrappongono gli spasmi conturbanti di Fucking Little Bastards (quando i Sonic Youth insegnano l’arte del rumore!) e le dissonanze post-country e in odore di new wave di Flirt (l’unico brano che sembra discostarsi da tutti gli altri). Composto da archi, beat elettronici e passaggi elettroacustici, il nuovo lavoro in studio del duo di Glasgow si rivela incantevole e prezioso come pochi altri oggigiorno, praticamente una piccola gemma del 2003.[1] (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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The Band of Black Ranchette – Still Lookin Good To Me (2003)

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Nato a metà degli anni Ottanta dal talento creativo di Howe Gelb, come progetto parallelo a quello ispido e tortuoso dei “più celebri” Giant Sand, The Band Of…Black Ranchette propone, a differenza del “Gigante di Sabbia”, sonorità americane meno ruvide e più tradizionali. Still Lookin’ Good To Me, quarto album della serie, ci consegna – dopo un gap di circa 13 anni e a distanza di 18 dall’esordio discografico – un Gelb in forma smagliante che per l’occasione scrive quattordici belle canzoni, pardon, dodici se escludiamo l’arrangiamento del brano tradizionale Working On The Railoard e Square scritta insieme all’amico Rainer Ptacek (1951-1997) – che riflettono le sfumature e gli sviluppi delle sue recenti produzioni. Composizioni cave e imbevute di leggiadra poesia, sincopata ritmicità e profumi di tex-mex; brandelli di sentimento che il Nostro songwriter riesce a plasmare meravigliosamente, trasferendoli all’interno di un album tiepido ma allo stesso tempo vivo e pulsante, levigato ma per nulla prevedibile. Una fatica dalle strutture lo-fi e dalle consistenze country rock che vede, oltretutto, la partecipazione di una “masnada” di cantanti e musicisti da brivido. Intervengono, infatti, John Convertino che accarezza i tamburi in The Train Singer’s Song, Square Bored Lil’ Devil e altre ancora, Neko Case che canta in Mope A Long Rides Again e in Getting It Made (quest’ultima assieme a Richard Bruckner), Kurt Wagner che canticchia (mentre guida) in The Muss Of Paradise, Jason Lytle dei Grandaddy che, oltre a cantare, suona diversi strumenti in Working On The Railroad, M. Ward che presta la sua slide guitar in Rusty Tracks e, udite udite, la regina delle regine Chan Marshall (alias Cat Power) che per pochi istanti si inserisce in My Hoo Ha. A tutto il resto, invece, ci pensa la chitarra e la voce dell’immenso Howe Gelb che modella un’opera a sua immagine e somiglianza, sempre in bilico tra genio e sregolatezza. Ad ascolto ultimato, Still Lookin’ Good To Me si rivela un lavoro vibrante e fuori dal tempo allo stesso modo dell’immagine riprodotta sulla copertina: una vecchia foto presa da un giornale di Tucson del 1973 trovato come addobbo lungo una strada. Un disco che non dovrebbe mancare nella vostra collezione di bellissimi loser. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)

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Joseph Arthur – Redemption’s Son (2002)

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Nel marasma musicale d’oggigiorno, fitto di nuove e repentine uscite discografiche che il più delle volte rendono spasmodici i nostri ascolti, capita sempre più spesso che alcuni dischi, così particolarmente piacevoli, durino giusto il tempo di una breve stagione musicale per poi essere dimenticati in un angolo recondito dei nostri scaffali. È il caso di Redemption’s Son, terzo album in studio del musicista americano Joseph Arthur, lasciato in disparte per un lungo periodo e ripescato casualmente in occasione della solita riorganizzazione di fine anno. Scoperto da Peter Gabriel attraverso la sua Real World Records, l’artista statunitense (originario di Akron, Ohio, ma trasferitosi da diverso tempo a Brooklyn, New York), dopo alcuni EP e due full-length, rilascia questo lunghissimo CD contenente, appunto, ben 73 minuti di vibrante pop rock d’autore. Sedici oneste canzoni che si muovono tra Beck e Jeff Buckley, capaci di corrompere cuore e cervello attraverso le atmosfere folk di Honey And The Moon, le pieghe soul di Could Be In Jail e i riverberi etnici e psichedelici di National Of Slaves. Un lavoro che coniuga fragilità elettroacustiche (Termite Song), motivi ruffiani (September Baby) e miscugli di rumore e melodia (Permission) senza mai perdere, tuttavia, quell’equilibrio fatto di intensità e romanticismo rintracciabile nella dolce ma rockeggiante Blue Lips e in Favorite Girl, talmente intima da sembrare scolpita nell’anima. Una fatica, leggera e malinconica, suggellata da tracce come Innocent World, passaggio che sembra sospeso tra i Radiohead e Neil Young, e Buy A Bag che, invece, dà l’impressione di riecheggiare qualcosa di Prince. Segnaliamo, infine, You Are The Dark, nenia dalle tinte country, e la ballata conclusiva You’ve Been Loved. Dopo Big City Secrets del 1997 e Come To Where I’m From del 1999, Redemption’s Son è un altro lavoro pieno d’energia che, nonostante la durata eccessiva, non scade mai nella mediocrità. (Luca D’Ambrosio) (Read more - Leggi di più)