Lunedì, 17 Febbraio 2014

La lunga estate solitaria di Barzin (intervista)

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Il 3 marzo 2014 sarà pubblicato in Italia, su etichetta Ghost Records, il quarto album di Barzin, cantautore canadese di origine iraniana che già ci aveva sorpresi con il precedente Notes to an Absent Lover del 2009. Da allora sono passati cinque anni e Barzin Hossein non ha perso un minino di ispirazione e sensibilità, tornando sulla scena musicale con un’altra meraviglia dai toni intimi e raffinati che prende il titolo di To Live Alone In That Long Summer. Dieci canzoni che si appiccicano al cuore e che rivelano definitivamente il talento di un musicista autentico e sincero, sempre in bilico tra romanticismo ed esistenzialismo. Buona lettura.

Intervista - La lunga estate solitaria di Barzin
2014© di Luca D’Ambrosio
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Allora Barzin, ci eravamo lasciati con “Notes To An Absent Lover” e adesso, a distanza di cinque anni, ci ritroviamo con un’altra meraviglia di disco intitolato “To Live Alone In That Long Summer”. Dieci canzoni folk raffinate, intime, poetiche e dalle melodie sempre più cristalline. Possiamo considerare questo nuovo lavoro discografico come una naturale evoluzione, sentimentale e musicale, del lavoro precedente?
Sì, appare come un’evoluzione naturale dell’album precedente. Dal punto di vista sonoro i due lavori sono simili, e i temi di quest’ultimo sono ancora legati a quelli di “Notes Of The The Absent Lover”.

Una voce avvolgente, arpeggi di chitarra e ritmi di batteria mai sopra le righe. La miscela sembra essere la stessa di “Notes To An Absent Lover”, tuttavia “To Live Alone In That Long Summer” pare custodire un’alchimia, o forse meglio un segreto, che fa sì che le canzoni ti entrino subito nella pelle. In alcuni momenti sembra addirittura di averle sentite chissà quante volte. E poi si avverte un’aria decisamente rilassata. Mi viene quasi da pensare che questo potrebbe essere il disco della tua maturità artistica.
Sono contento che la pensi così. In questo disco sento davvero di aver raggiunto un certo grado di maturità. Questo è il mio quarto album, quindi ho imparato molto dagli errori commessi con i lavori precedenti e ho cercato di non ripeterli. Inoltre in questo album sono stato aiutato da tante persone di grande talento, più che in passato. Il contributo di queste persone ha portato nuovi elementi nel disco, cosa che non avrei potuto ottenere se avessi provato a fare tutto da solo.

L’ultima volta che ci siamo sentiti mi dicesti che tu sei sempre stato una di quelle persone che riesce a scrivere e suonare proprio quando tutto sembra andare in pezzi. È andata così anche questa volta?
Be’, penso che solo alla fine dei giochi realizzo che la mia fonte di ispirazione nasca proprio quando le cose intorno a me cadono a pezzi. È come se la mia mente e il mio corpo possano gestire le crisi solo attraverso l’arte. Vorrei poter trarre ispirazione da diverse fonti o periodi della mia vita, ma ora non sembra essere il momento giusto.

Ecco, parafrasando il titolo del disco, cos’è accaduto in quella lunga estate solitaria?
Trascorrevo un sacco di tempo da solo. Mi piaceva svegliarmi e andare in giro per la città. Prendere brevi appunti. Leggere libri. Bere caffè in varie caffettiere. Tornare a casa e lavorare sulla musica. Vivevo in diversi posti. Ogni volta che qualcuno che conoscevo stava partendo per andare fuori città, andavo a stare a casa sua. Ero alla ricerca di modi diversi di vedere le cose. Quindi, stare a casa di altri è stato davvero il miglior modo per farlo. Mi ha fatto sperimentare cosa vuol dire svegliarsi in un letto diverso. Ho visto come gli altri vivevano la loro vita, le cose che le persone tengono nelle loro case, le loro scelte nell’arredamento e ho provato la sensazione di vivere in un quartiere diverso. Mi sentivo come se stessi vedendo attraverso gli occhi delle persone che vivevano nelle case in cui mi trovavo. In qualche modo mi sentivo di vivere la vita di qualcun altro. Hai mai letto il racconto di Raymond Carver, “Neighbors”? Ecco, era più o meno così…

Con questo quarto album sei uscito definitivamente allo scoperto, mettendo in mostra le tue eccelse qualità di cantautore attraverso brani dagli arrangiamenti sempre più eleganti e curati.
È interessante come questo album sia venuto fuori. Quando ho finito il mio ultimo disco e sono tonato dal tour, mi sono detto che avrei fatto un ultimo album. Volevo fare un disco semplice: solo voce e chitarra, o forse pianoforte. E quindi ho iniziato a lavorare sulle canzoni e lentamente, in qualche modo, cominciavano ad aggiungersi altri strumenti. E così il disco è diventato sempre più “grande” (più complesso, più ricco, ndr), coinvolgendo sempre più persone. E ora che l’album è finito, e che l’osservo a distanza per quello che è, mi accorgo che è stato il disco più difficile e complicato che abbia mai fatto.

A proposito di eleganza, le atmosfere di “In The Dark You Can Love This Place” sembrano addirittura “jazzy”…
Io amo il jazz. Lo ascolto da quando ero adolescente. Quando suonavo la batteria a un certo punto ho considerato la possibilità di diventare un batterista jazz. Ma non sono mai stato in grado di mettere del jazz nella mia musica in maniera che potesse sembrare soddisfacente. Quindi, forse, quegli elementi jazz stanno lentamente iniziando a mostrarsi nelle mie canzoni e negli arrangiamenti.

Prima dicevi che era tua intenzione fare un disco semplice, solo voce e chitarra, e invece poi non è andata proprio così. Infatti, ascoltando questo nuovo lavoro, si ha quasi l’impressione che ogni cosa sia stata studiata nel minimo dettaglio, come se tutto fosse stato ben chiaro nella tua mente ancor prima di entrare in studio di registrazione
Be’, ho cominciato a registrare questo album a casa diversi anni fa. Volevo vedere quali strumenti avrei potuto utilizzare con queste canzoni. Fatto questo, le ho portate in un altro studio di registrazione (quello di Nick Zubeck, che ha prodotto l’album con me). E così abbiamo iniziato a registrarle daccapo, per vedere come avremmo potuto arrangiarle. Dopo di che ho trascorso un po’ di tempo con la band al completo e con due produttori diversi (Sandro Perri e Les Cooper) per cercare di sviluppare gli arrangiamenti che erano venuti fuori a me e Nick. In seguito sono andato in un bellissimo studio (Revolution Recording) che un mio amico ha aperto a Toronto dove abbiamo iniziato a registrare le canzoni. Insomma, siamo arrivati alla registrazione definitiva dopo aver lavorato tanto sugli arrangiamenti.

Al disco hanno partecipato molti musicisti come, per esempio, Sandro Perri, Tony Dekker, Daniela Gesundhet, Tamara Lindeman… Come sono nate queste collaborazioni?
Conosco Sandro da molti anni, è un musicista di grande talento e volevo collaborare davvero con lui su questo album. Così, quando è arrivato il momento di lavorare sugli arrangiamenti, è venuto e ha trascorso diversi giorni con me e la band offrendo le sue idee. Anche Tony Dekker lo conosco da molti anni, ma lui non ha mai partecipato a nessuno dei miei album. Così, questa volta mi sono detto che glielo avrei chiesto. E quando l’ho fatto, ha accettato volentieri. Daniela Gesundhet e Tamara Lindeman sono due cantautrici fantastiche di Toronto. Non solo amo le loro canzoni, ma anche le loro voci. Così ho voluto che facessero parte di questo album. Penso che tutti dovrebbero ascoltare la loro musica. È meravigliosa.

C’è un canzone di questo album alla quale sei particolarmente legato?
Sono davvero contento di come la maggior parte di queste canzoni siano venute, ma ce ne sono alcune di cui sono particolarmente fiero. Una di queste è “Stealing Beauty”. Ho dedicato molto tempo a questa canzone, lavorando sul testo per diversi mesi, senza però riuscire a trovare la voce giusta per cantarlo. Così l’ho buttato via e ho iniziato a scriverne uno nuovo. È stato molto difficile trovare l’intonazione giusta per quella canzone. Devo l’arrangiamento di questo pezzo a Nick Zubeck. L’altro brano di cui sono molto orgoglioso è “In The Dark You can Love This Place”, e una delle ragioni per cui sono così affezionato a questa canzone è il ritmo di batteria. L’abbiamo elaborata più volte. Nessuno degli arrangiamenti venuti fuori per quel pezzo ci sembrava giusto. E poi ricordo che il mio batterista, Marshall Bureau, ha iniziato a suonare questo nuovo ritmo che ha immediatamente attirato la mia attenzione. E non appena ha cominciato a suonarlo tutto si è composto rapidamente. Quindi devo molto a Marshall per come quella canzone è venuta fuori.

So che oltre ad ascoltare tanta buona musica sei anche un divoratore di libri. Mi dici cosa hai letto ultimamente?
Sì, adoro i libri. Ho appena finito di leggere un grande libro di una scrittrice di Toronto, Sheila Heti, intitolato “How a Person Should Be”. È stato meraviglioso. Sto anche rileggendo “Lolita” di Vladimir Nabokov. E parecchi libri sulla musica: “How Music Works” di David Byrne, “Tune Smith” di Jimmy Webb e ” Songwriters on Songwriting ” di Paul Zollo

Ci vedremo presto in Italia?
Sì, sicuramente. Ho in programma alcuni live in Italia come parte del prossimo tour. Per questo album sto lavorando con un’etichetta italiana (Ghost Records). Quindi passerò più tempo possibile nel vostro meraviglioso Paese.

A voler essere sincero, anche questa volta non è stato difficile innamorarmi del tuo disco, perché è andato dritto al cuore. Quindi, grazie per la disponibilità ma soprattutto per la musica che fai. Buona fortuna, Barzin!
Tu sei troppo gentile, Luca. Sono lieto di sapere che l’album ti sia piaciuto. E grazie per aver dedicato il tuo tempo a parlare con me delle mie canzoni. In questi anni mi sei stato di grande supporto, quindi ti ringrazio.

Il nuovo album è in full streaming sul sito del New York Times



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Luca D’Ambrosio


A metà strada tra Dio ed Elvis




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