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Low – The Great Destroyer (2005)

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Dopo Things We Lost In The Fire (2001) e Trust (2002) – opere di spirituale bellezza in grado di comprimere l’essenzialità dello slowcore e il torpore della psichedelia all’interno di strutture armoniche dai rimandi pop -, i Low aggiungono un altro straordinario tassello alla loro encomiabile evoluzione musicale. Un album – come dire? – “diverso” dai lavori precedenti (a causa delle sue nervature essenzialmente rock e discretamente noise), tuttavia profondo e deflagrante, flemmatico e immateriale come sempre. Un disco che procede instancabilmente lungo i solchi acustici della forma canzone (la pregevole When I go deaf e l’eccelsa Death of a Salesman) ma capace di esplorare altre dimensioni sonore dove le ritmiche si infervorano e le chitarre si inaspriscono (Monkey, Everybody’s song). The Great Destroyer, settimo full-lenght del trio di Duluth prodotto da David Friedmann (The Flaming Lips e Mercury Rev), è una sorta di sintesi artistica che fonde (o distrugge?) la mitezza dei Beatles, il disagio dei Velvet Underground e l’impeto dei Sonic Youth. Grazie al talento di Alan Sparhawk (voce e chitarra), Mimi Parker (voce e percussioni) e Zak Sally (basso), ecco a voi un’altra meraviglia senza tempo con la quale, probabilmente, faremo i conti alla fine dell’anno. [1] (Luca D’Ambrosio)

[1] Recensione pubblicata su ML – Update n. 3 del 15 marzo 2005



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The Pogues – Rum Sodomy & The Lash (1985)

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Un titolo tratto da una (presunta) citazione di Winston Churchill, “Don’t talk to me about nava e l’immagine di una zattera malridotta carica di sventurati in costume adamitico (goliardica e personale rivisitazione della “Zattera della Medusa” di Gericault) per il capolavoro folk rock della ciurma più chiassosa e commovente degli anni ’80: i Pogues.

Una galleria d’immagini per dar voce ai poveri e agli oppressi: dai disoccupati ai pescatori di balene, dai vagabondi ai carcerati; un album che giunge dopo appena un anno dall’esordio, Red Roses For Me del 1984, ma che sa scavare nell’intimo, consacrando il genio narrativo di Shane MacGowan, poeta del whiskey e cantore delle verdi colline.

Fiero e impavido come un “qualsiasi” Joe Strummer e con una voce sgraziata e fuori dalle righe, Shane palesa lo spirito del condottiero senza spada, intrepido e allegro sognatore che celebra meraviglie senza tempo (The old main drag) e fugaci utopie (And the band played waltzing Matilda) tra cori, flauti, violini e debordanti fisarmoniche. Strepitoso e toccante come una sbornia tra vecchi amici. (Luca D’Ambrosio)

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Bloc Party – Silent Alarm (2005)

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È il primo lavoro sulla lunga distanza della formazione londinese dopo il discreto EP d’esordio realizzato sul finire del 2004. Cinquanta minuti di sonorità dalle essenze new wave e dalle plasticità pop (This modern love e So here we are) che si fortificano di fervori punk e atmosfere dark. Tredici tracce dagli avvii nevrotici e sobbalzanti come Like eating glass, con chitarre all’unisono e refrain alla maniera dei primi U2, e Blue light che rivela invece soluzioni alla Tv On The Radio. Quelli realizzati da Kele Okereke, Russell Lissack, Gordon Moakes e Matt Tong sono brani immediati, accattivanti (Helicopter) e dagli ambienti lievemente psichedelici (Price of gas); canzoni che entrano subito nella pelle, anzi, nei muscoli. Insomma, questi quattro personaggi britannici potrebbero essere i Cure che si colorano d’immenso, i Talking Heads guidati da David Byrne o gli Interpol che guadano tra le intemperanze collegiali dei Pixies (o dei Dinosaur j.r.) e le oscure cavità dei Joy Division. In verità, però, loro sono (soltanto) i Bloc Party, i nuovi alfieri dell’indie rock. E se gli anni zero saranno ricordati come il decennio del rock revival (dagli Strokes agli Editors passando per i Franz Ferdinand), non dimenticate di inserire questa band e questo disco sotto la voce “post punk revival”. Un album piacevole e sollazzante quanto basta. (Luca D’Ambrosio)

Articolo apparso sul Numero 2 del 2005 di Musicletter.it – PDF



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Linton Kwesi Johnson – Bass Culture (1980)

Un autentico capolavoro dub/reggae che ti assorbe lentamente. Traccia dopo traccia. Ascolto dopo ascolto. Anno dopo anno. Un album che va piano, ma che picchia forte nell’intimo, stanando sogni e impavide passioni che si propagano attraverso il ritmo della poesia.

Episodi apparentemente fatui e senza nerbo, ma infinitamente rivoltosi e trascinanti come i versi di Inglan is a bitch e Street 66 che srotolano armonie insinuanti e fremiti di un reggae visionario.

Brani che narrano di discriminazioni, di soprusi razziali e di esecrabili dispotismi di cui fu vittima proprio il giamaicano Linton Kwesi Johnson in terra britannica.

Alla stregua dei Clash, che gettarono un ponte tra la musica bianca, i ritmi caraibici e la cultura dei neri britannici, l’emigrato LKJ (grazie anche alla regia di Dennis Bovell) con questo disco ha posto le basi per quel genere e quella scena che negli anni a venire saranno identificati anche come “Bristol Sound”.

Pubblicato nel 1980 da Island Records, Bass Culture di Linton Kwesi Johnson è un disco necessario. Vitale come il battito del cuore! (L.D.)

PS: articolo pubblicato originariamente sul PDF n. 1 del 2005 di Musicletter.it

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M. Ward – Transistor Radio (2005)

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Se consideriamo Duet for Guitar #2 pubblicato originariamente nel 1999, Transistor Radio è il quarto lavoro di M. Ward, songwriter originario di Portland, Oregon. Un artista che continua a incantare con il suo folk rock intimista e scheletrico (One life away), polveroso e graffiante (Sweethearts on parade), attraverso canzoni che si muovono sull’asse Kurt WagnerWill OldhmanNick Drake e che talvolta si tingono tanto di tex-mex (echi di Calexico soprattutto in Four hours in Washington) quanto di vivacità in odore di rock and roll che fanno pensare a Jerry Lee Lewis (Big boat). Un album fatto anche di passaggi strumentali come Regeneration No.1 e l’iniziale You still believe in me dei Beach Boys, quest’ultima suonata alla maniera di John Fahey. E così, tra minimalismo e lampi di nuove visioni, il buon Ward dà vita a sedici splendidi bozzetti di Old-time music che vedono, tra l’altro, la partecipazione di John Parish, Vic Chesnutt, Rachel Blumburg (The Decemberists) e molti altri ancora. Un disco raro e coinvolgente in cui il musicista americano sembra suonare quasi con la stessa classe ed eleganza di un provetto e insolito Burt Bacharach.

Articolo apparso sul Numero 1 del 2005 di Musicletter.it – PDF


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