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Okay – Intervista (2007)

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Originario di Fremont, California, Marty Anderson (in arte Okay) è un ragazzo dalle indiscutibili capacità creative. “Low Road” (update n. 41) è la prima parte di un doppio lavoro di “canzoncine” indie pop uscito nel 2005 negli Stati Uniti d’America ma pubblicato in Europa soltanto nel 2006. Un delizioso miscuglio di tastiere, chitarre, batterie sintetizzate, brusii e strepiti di fondo dall’effetto malinconico ma stranamente elettrizzante….

A essere sincero prima di “Low Road” non avevo mai sentito parlare di Marty Anderson. Mi racconti brevemente la tua evoluzione artistica ?
Quando ero piccolo suonavo molto il piano. Mia madre comprò un vecchio Dresden e verso i 12 anni cominciai a scrivere canzoni. Poco tempo dopo iniziai a scriverle col computer utilizzando un vecchio programma MIDI (chiamato “Trax”) che mi prese mio padre. Alle superiori, poi, incontrai Jay Pellicci e cominciammo a suonare musica “rock” nel garage di casa sua con suo fratello Ian. Con l’inserimento del nostro amico Craig Colla al basso diventammo i Dilute, formazione con cui abbiamo inciso 2 dischi in studio e 2 CD live (split) condivisi con Hella. Nel periodo della band continuavo ugualmente ad incidere dischi per conto mio: 3 dischi autoprodotti raggruppati inizialmente sotto il nome di Pomographic Dye e, successivamente, col nome Jacques Kopstein col quale uscì “a” su “Frenetic Records. Questo materiale diede vita al progetto “Okay”. Infatti, quando i Dilute fecero una pausa nel 2002 – pausa che continua ancora oggi – mi concentrai sull’idea di creare una band impostata solo su di me o che includesse persone che fossero presenti nella mia vita e volessero suonare. Nacque così il moniker “Okay”, un nome da mettere su qualsiasi musica stia creando al momento, che sia un lavoro solista o con un collettivo di 9 amici (il massimo delle persone con cui finora mi sono esibito).

Okay è una tipica espressione americana che indica consenso, intesa… Una delle parole più diffuse al mondo come del resto “Ciao”. C’è un motivo ben preciso per cui hai scelto questo nome?
Ho pensato molto al nome. Ho fatto dei test mentre altre persone hanno realizzato delle ricerche con statistiche e grafici … abbiamo fatto di tutto. Credo che non abbiamo dormito per due settimane. In quel periodo una persona cominciò perfino a fare uso di droghe per rimanere concentrato, un altro fu ricoverato per un attacco di ansia ed altri quattro invece lasciarono perdere. Nonostante tutto, non trovammo un nome! Solo quando rimanemmo senza speranza, perché non sapevamo più dove cercare, venne fuori il nome. Fu davvero molto semplice.

Con quali riferimenti musicali sei cresciuto?
Christmas music, Top 40, Beatles, Bob Dylan, Neil Young, Velvet Underground, John Frusciante, Merzbow.

Non ho ancora ascoltato “High Road”, tuttavia, trovo davvero interessante “Low Road”. Se il disco non fosse uscito nel 2005 negli Stati Uniti sarebbe entrato, sicuramente, nella mia Top Ten del 2006. Come mai è stata ritardata la distribuzione in Europa? Eppure internet dovrebbe garantire una diffusione globale e immediata, quasi in tempo reale…
Non conosco il motivo del ritardo. A dire il vero non ho fatto molta attenzione a questa parte del processo, a mio discapito credo. Mi rendo conto che internet avrà un ruolo fondamentale sulle mie produzioni a venire e spero che in futuro l’uscita europea sia più immediata.

Pensi che questa enorme quantità di musica autoprodotta, in circolazione su internet, in qualche modo penalizzi o rallenti l’affermazione di certi musicisti di talento?
Questa è una domanda alquanto complessa, ma risponderò comunque. Solo quando hai uno scopo che prevede una ricompensa o il raggiungimento di qualche livello di consenso, l’idea di “penalizzazione” rientra nel quadro. Qualsiasi gioia derivante da tale “elogio del talento” ti andrebbe inevitabilmente contro, non credi? Detto ciò, in un mercato saturo come quello della musica contemporanea, c’è una mancanza di chiarezza e questa mancanza naturalmente altera i parametri di ciò che si crede “vera arte”. Non è sempre facile individuare la differenza tra arte che sostiene l’inganno ed arte che, invece, tenta di rivelarlo. A volte la differenza è sottile, ma molto importante. A volte, alle persone con le quali suono, dico: “se ascolti bene non stiamo suonando delle canzoni… ma qualcosa di molto simile”.

Mi spieghi perché hai deciso di esordire con due lavori distinti e separati e non con un doppio CD?
L’idea dei 2 CD era pratica. Non volevo far uscire un cd di 80 minuti o ignorare il fatto che il progetto era di una tale grandezza. Così, Cory di Absolutely Kosher Records ed io abbiamo deciso di fare uscire 2 dischi separati ma collegati concettualmente.

Parliamo di “Low Road”, un disco sostanzialmente pop, pieno di dettagli sonori… Un lavoro suonato, cantato e arrangiato splendidamente con richiami dark, rock, folk, post… Un disco malinconico e poetico ma dall’effetto finale decisamente elettrizzante.
Sono contento che tu sia in sintonia con la musica. Sono state dette molte cose sulle mie registrazioni. Sono abbastanza soddisfatto della reazione. Ancor prima che uscissero i dischi, dissi che mi sarebbe piaciuto ricevere qualsiasi tipo di critica, nel bene o nel male per quanto possibile. Sono contento sia che il disco venga definito “capolavoro” che “disastro”. Sono comunque d’accordo con entrambi i giudizi!

Sono stati tanti i riferimenti che mi sono balzati alla mente: Neil Young, Mercury Rev, Daniel Johnston, Pavement…
Ho ascoltato tutti quelli che hai elencato eccetto Mercury Rev. Ascolto ancora spesso il vecchio Neil Young. Il nuovo documentario di Daniel Johnston è interessante.

A parte l’intervento di Jay Pellicci, ho letto che hai fatto tutto da solo. Hai persino creato la copertina…
Sì è vero. In particolare per quei dischi (Low Road e High Road, n.d.r.), ho fatto il 98% di essi, ma non è stato pianificato. È semplicemente successo.

In vista di un eventuale tour, ti stai organizzando con una vera band oppure pensi di andare in giro da solo?
Non penso affatto di andare in giro. Forse un giorno, quando avrò la giusta combinazione di elementi, andrò di nuovo in tour. Sicuramente non ora. Ciò però non significa che io non stia scrivendo o suonando occasionalmente, significa semplicemente che per vedermi devi venire nella Bay Area.

So che hai realizzato il disco in un momento non particolarmente felice della tua vita. Vuoi raccontarci qualcosa a proposito?
Non penso che la mia esperienza sia stata più difficile di altre. Sono passato attraverso alcune forme acute di malattia e pazzia mentre registravo quei dischi, ma ci sono forme acute di malattia e pazzia ovunque tu guardi.

Ti va di dire qualcosa sui temi trattati e da cui hai tratto ispirazione?
I temi trattati sono complessi e sfaccettati. L’idea di se stesso si sovrappone all’idea di paese e viceversa. Questo è stato fatto per renderlo universale. I dischi sono due reazioni diverse verso lo stesso stimolo. È una questione di prospettiva, sia del narratore che di colui che ascolta. Una delle idee originali era di avere una sottile differenza nello stile e nella dinamica dei dischi. In questo modo, quando qualcuno preferisce un disco piuttosto che l’altro, si capisce da che parte sta l’ascoltatore.

Quanto ti aiuta la musica nella vita di tutti i giorni?
Questa è una bella domanda. Non saprei risponderti. Quanto ha bisogno il tuo piede del calzino ogni giorno?

Nell’attesa di ascoltare “High Road”, ci sono altri progetti o dischi in vista?
In questo momento ho circa 168 canzoni ancora da registrare. L’anno scorso ho messo su una grande band, abbiamo imparato 10-20 canzoni e suonato nelle feste locali durante il 2005 con Joanna Newsom, Xiu-Xiu e Stereolab. Da allora la band si è sciolta. Non siamo arrivati a registrarle in studio con quel gruppo di persone quindi, per ora, non so quale sarà il destino di quel materiale. Sono felice di lasciarlo così. Comunque prossimamente ho un’uscita online per la Absolutely Kosher che documenta quel periodo. Per quanto riguarda le produzioni future per Okay, c’è un disco di vecchie canzoni d’amore, Huggable Dust, che uscirà con Absolutely Kosher nel 2007. Al momento sto lavorando su alcuni nuovi dischi nel mio appartamento di Berkeley.

Beh, è tempo di classifiche. La tua top ten del 2006 ?
Non penso neanche di poter nominare 10 album usciti nel 2006. Davvero, non conosco abbastanza la musica attuale per rispondere a questa domanda.

Prima di salutarci, possiamo affermare che la musica di Marty Anderson è OKAY?
Puoi, ma non sei il primo.

ML – UPDATE N. 42 (2007-01-23)

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Okay – Low Road (2005-USA) / (2006-Europe)

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Low Road è la prima parte di un doppio lavoro realizzato da Marty Anderson (già cantante dei Dilute e collaboratore di Kenseth Thibideau sotto la sigla Howard Hello) che per l’occasione – dopo numerose registrazioni sotto lo pseudonimo di Jacques Kopstein – sceglie di chiamarsi Okay. Originario di Fremont, California, Marty è un ragazzo dalle indiscutibili capacità creative in grado di comporre e arrangiare un disco completamente da solo, complice (purtroppo) un disturbo cronico allo stomaco che lo costringe, quasi tutti i giorni, a rimanere chiuso nella casa-studio dei genitori attaccato a una flebo. A dire il vero, però, proprio solo non è perchè a dargli una mano c’è anche il vecchio amico Jay Pellicci, ingegnere del suono che contribuisce alla riuscita di questo appassionante album di canzoncine indie pop. Un miscuglio di tastiere, chitarre, batterie sintetizzate, brusii e strepiti di fondo dall’effetto malinconico e allo stesso tempo elettrizzante come Holy War, sospesa tra leggerezze acustiche e sregolatezze rumoristiche, e Replace il cui attacco potrebbe ricordare, vagamente, qualcosa dei Velvet Underground & Nico. Un CD pieno di spunti e di riferimenti (Neil Young, Mercury Rev, Daniel Johnston, The Decemberists e Pavement i primi che vengono in mente) che mostra il talento del giovane cantautore americano quasi alla maniera di Beck e Dylan. Ed è per questo che Low Road, nonostante le armonie vivaci e festose di Hoot e Devil, il dinamismo pop rock di Now e l’attitudine post-rock di Roman e il piglio dark/new-wave di We, si rivela un album appassionante, capace, oltretutto, di bucare la pelle con canzoni che hanno un effetto dolce e poetico come, per esempio, Oh e Bullseye: brani che struggono il cuore e che lasciano un nodo in gola. Nell’attesa della parte seconda (High Road) non possiamo che ringraziare la RuminanCe che, su licenza Absolutely Kosher, sta distribuendo in Europa il debutto di Mr. Okay.[1] Un disco da mettere assolutamente sotto l’albero di Natale. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 41 del 16 dicembre 2006

INTERVISTA A MARTY ANDERSON
2007© di Luca D’Ambrosio
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Originario di Fremont, California, Marty Anderson (in arte Okay) è un ragazzo dalle indiscutibili capacità creative. “Low Road” è la prima parte di un doppio lavoro di “canzoncine” indie pop uscito nel 2005 negli Stati Uniti d’America ma pubblicato in Europa soltanto nel 2006. Un delizioso miscuglio di tastiere, chitarre, batterie sintetizzate, brusii e strepiti di fondo dall’effetto malinconico ma stranamente elettrizzante…[2]

[2]Intervista pubblicata su ML – n. 42 del 23 gennaio 2007

A essere sincero prima di “Low Road” non avevo mai sentito parlare di Marty Anderson. Mi racconti brevemente la tua evoluzione artistica ?
Quando ero piccolo suonavo molto il piano. Mia madre comprò un vecchio Dresden e verso i 12 anni cominciai a scrivere canzoni. Poco tempo dopo iniziai a scriverle col computer utilizzando un vecchio programma MIDI (chiamato “Trax”) che mi prese mio padre. Alle superiori, poi, incontrai Jay Pellicci e cominciammo a suonare musica “rock” nel garage di casa sua con suo fratello Ian. Con l’inserimento del nostro amico Craig Colla al basso diventammo i Dilute, formazione con cui abbiamo inciso 2 dischi in studio e 2 CD live (split) condivisi con Hella. Nel periodo della band continuavo ugualmente ad incidere dischi per conto mio: 3 dischi autoprodotti raggruppati inizialmente sotto il nome di Pomographic Dye e, successivamente, col nome Jacques Kopstein col quale uscì “a” su “Frenetic Records. Questo materiale diede vita al progetto “Okay”. Infatti, quando i Dilute fecero una pausa nel 2002 – pausa che continua ancora oggi – mi concentrai sull’idea di creare una band impostata solo su di me o che includesse persone che fossero presenti nella mia vita e volessero suonare. Nacque così il moniker “Okay”, un nome da mettere su qualsiasi musica stia creando al momento, che sia un lavoro solista o con un collettivo di 9 amici (il massimo delle persone con cui finora mi sono esibito).

Okay è una tipica espressione americana che indica consenso, intesa… Una delle parole più diffuse al mondo come del resto “Ciao”. C’è un motivo ben preciso per cui hai scelto questo nome?
Ho pensato molto al nome. Ho fatto dei test mentre altre persone hanno realizzato delle ricerche con statistiche e grafici … abbiamo fatto di tutto. Credo che non abbiamo dormito per due settimane. In quel periodo una persona cominciò perfino a fare uso di droghe per rimanere concentrato, un altro fu ricoverato per un attacco di ansia ed altri quattro invece lasciarono perdere. Nonostante tutto, non trovammo un nome! Solo quando rimanemmo senza speranza, perché non sapevamo più dove cercare, venne fuori il nome. Fu davvero molto semplice.

Con quali riferimenti musicali sei cresciuto?
Christmas music, Top 40, Beatles, Bob Dylan, Neil Young, Velvet Underground, John Frusciante, Merzbow.

Non ho ancora ascoltato “High Road”, tuttavia, trovo davvero interessante “Low Road”. Se il disco non fosse uscito nel 2005 negli Stati Uniti sarebbe entrato, sicuramente, nella mia Top Ten del 2006. Come mai è stata ritardata la distribuzione in Europa? Eppure internet dovrebbe garantire una diffusione globale e immediata, quasi in tempo reale…
Non conosco il motivo del ritardo. A dire il vero non ho fatto molta attenzione a questa parte del processo, a mio discapito credo. Mi rendo conto che internet avrà un ruolo fondamentale sulle mie produzioni a venire e spero che in futuro l’uscita europea sia più immediata.

Pensi che questa enorme quantità di musica autoprodotta, in circolazione su internet, in qualche modo penalizzi o rallenti l’affermazione di certi musicisti di talento?
Questa è una domanda alquanto complessa, ma risponderò comunque. Solo quando hai uno scopo che prevede una ricompensa o il raggiungimento di qualche livello di consenso, l’idea di “penalizzazione” rientra nel quadro. Qualsiasi gioia derivante da tale “elogio del talento” ti andrebbe inevitabilmente contro, non credi? Detto ciò, in un mercato saturo come quello della musica contemporanea, c’è una mancanza di chiarezza e questa mancanza naturalmente altera i parametri di ciò che si crede “vera arte”. Non è sempre facile individuare la differenza tra arte che sostiene l’inganno ed arte che, invece, tenta di rivelarlo. A volte la differenza è sottile, ma molto importante. A volte, alle persone con le quali suono, dico: “se ascolti bene non stiamo suonando delle canzoni… ma qualcosa di molto simile”.

Mi spieghi perché hai deciso di esordire con due lavori distinti e separati e non con un doppio CD?
L’idea dei 2 CD era pratica. Non volevo far uscire un cd di 80 minuti o ignorare il fatto che il progetto era di una tale grandezza. Così, Cory di Absolutely Kosher Records ed io abbiamo deciso di fare uscire 2 dischi separati ma collegati concettualmente.

Parliamo di “Low Road”, un disco sostanzialmente pop, pieno di dettagli sonori… Un lavoro suonato, cantato e arrangiato splendidamente con richiami dark, rock, folk, post… Un disco malinconico e poetico ma dall’effetto finale decisamente elettrizzante.
Sono contento che tu sia in sintonia con la musica. Sono state dette molte cose sulle mie registrazioni. Sono abbastanza soddisfatto della reazione. Ancor prima che uscissero i dischi, dissi che mi sarebbe piaciuto ricevere qualsiasi tipo di critica, nel bene o nel male per quanto possibile. Sono contento sia che il disco venga definito “capolavoro” che “disastro”. Sono comunque d’accordo con entrambi i giudizi!

Sono stati tanti i riferimenti che mi sono balzati alla mente: Neil Young, Mercury Rev, Daniel Johnston, Pavement…
Ho ascoltato tutti quelli che hai elencato eccetto Mercury Rev. Ascolto ancora spesso il vecchio Neil Young. Il nuovo documentario di Daniel Johnston è interessante.

A parte l’intervento di Jay Pellicci, ho letto che hai fatto tutto da solo. Hai persino creato la copertina…
Sì è vero. In particolare per quei dischi (Low Road e High Road, n.d.r.), ho fatto il 98% di essi, ma non è stato pianificato. È semplicemente successo.

In vista di un eventuale tour, ti stai organizzando con una vera band oppure pensi di andare in giro da solo?
Non penso affatto di andare in giro. Forse un giorno, quando avrò la giusta combinazione di elementi, andrò di nuovo in tour. Sicuramente non ora. Ciò però non significa che io non stia scrivendo o suonando occasionalmente, significa semplicemente che per vedermi devi venire nella Bay Area.

So che hai realizzato il disco in un momento non particolarmente felice della tua vita. Vuoi raccontarci qualcosa a proposito?
Non penso che la mia esperienza sia stata più difficile di altre. Sono passato attraverso alcune forme acute di malattia e pazzia mentre registravo quei dischi, ma ci sono forme acute di malattia e pazzia ovunque tu guardi.

Ti va di dire qualcosa sui temi trattati e da cui hai tratto ispirazione?
I temi trattati sono complessi e sfaccettati. L’idea di se stesso si sovrappone all’idea di paese e viceversa. Questo è stato fatto per renderlo universale. I dischi sono due reazioni diverse verso lo stesso stimolo. È una questione di prospettiva, sia del narratore che di colui che ascolta. Una delle idee originali era di avere una sottile differenza nello stile e nella dinamica dei dischi. In questo modo, quando qualcuno preferisce un disco piuttosto che l’altro, si capisce da che parte sta l’ascoltatore.

Quanto ti aiuta la musica nella vita di tutti i giorni?
Questa è una bella domanda. Non saprei risponderti. Quanto ha bisogno il tuo piede del calzino ogni giorno?

Nell’attesa di ascoltare “High Road”, ci sono altri progetti o dischi in vista?
In questo momento ho circa 168 canzoni ancora da registrare. L’anno scorso ho messo su una grande band, abbiamo imparato 10-20 canzoni e suonato nelle feste locali durante il 2005 con Joanna Newsom, Xiu-Xiu e Stereolab. Da allora la band si è sciolta. Non siamo arrivati a registrarle in studio con quel gruppo di persone quindi, per ora, non so quale sarà il destino di quel materiale. Sono felice di lasciarlo così. Comunque prossimamente ho un’uscita online per la Absolutely Kosher che documenta quel periodo. Per quanto riguarda le produzioni future per Okay, c’è un disco di vecchie canzoni d’amore, Huggable Dust, che uscirà con Absolutely Kosher nel 2007. Al momento sto lavorando su alcuni nuovi dischi nel mio appartamento di Berkeley.

Beh, è tempo di classifiche. La tua top ten del 2006 ?
Non penso neanche di poter nominare 10 album usciti nel 2006. Davvero, non conosco abbastanza la musica attuale per rispondere a questa domanda.

Prima di salutarci, possiamo affermare che la musica di Marty Anderson è OKAY? (sorriso, ndr.)
Puoi, ma non sei il primo (sorriso, ndr).



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The Album Leaf – Seal Beach (2003)

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Vicino di casa dei Black Heart Procession, Jimmy LaValle (già chitarrista dei Tristeza) è l’artefice del progetto – in larga parte elettronico/strumentale – denominato The Album Leaf. Dopo Orchestrated Rise To Fall (1999), One Day I’ll Be On Time (2001) e qualche mini CD, il musicista di San Diego realizza un altro lavoro di breve durata capace di trafugare le emozioni più recondite.[1][i] Pubblicato dall’inestimabile Acuarela Discos di Madrid, Seal Beach è un adorabile EP di 25 minuti circa permeato da quisquilie elettroniche, stratificazioni post-rock (pensate un po’ ai Mogwai, ai Sigur Rós oppure ai Mùm privi di parti cantate) e canovacci pop da cui saltano fuori meraviglie senza tempo come Malmo, Brennivin e la stessa title track. Brani intensi e traboccanti di pathos che delineano ambienti oscuri e malinconici; un pugno di composizioni mai aride, costruite su delicati arpeggi di chitarra, sottofondi di pianoforte elettrico Fender Rhodes e rimandi glitch. Un disco fugace e incantevole insomma, come una notte di stelle cadenti. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 40 del 30 novembre 2006



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Ramona Córdova – The Boy Who Floated Freely (2006)

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Nato in Arizona da madre haitiana/filippina e padre spagnolo/portoricano, Ramòn Vicente Alarcòn è un ragazzo cresciuto a suon di filastrocche, musical e fiabe come Pinocchio e Biancaneve. Retaggi culturali che, inevitabilmente, lasceranno un segno ben visibile nella personalità artistica del giovane sognatore americano dalla voce tanto espressiva quanto modulata (“Un ragazzo americano con la testa nel cielo e la voce da bambino”, scrive Les Inrockuptibles). Dopo aver militato in diverse formazioni, tra cui i Denver In Dallas, l’esile songwriter prende in prestito il nome dalla nonna materna, Ramona Córdova, e decide di pubblicare la sua prima favola musicale con l’aiuto dell’amico Dave Conway che per l’occasione fonda una piccola label. Ecco quindi che, con un titolo suggestivo e con una copertina abbastanza inquietante, viene dato alle stampe The Boy Who Floated Freely, un disco che narra la storia di un ragazzo (Giver) che naufraga su un’isola apparentemente disabitata (“I was just a boy / fell into an ocean / washed up on a shore / and now I’m here to see / what i will see”), per poi diventare vittima di una pozione d’amore di una fanciulla gitana (Marcìa). Un album intenso e vibrante, screziato – qua e là – da repentine variazioni umorali e vocali, con canzoni acustiche a bassa definizione che, per quanto semplici e dirette, non stancano l’ascolto. Caratteristiche inconfutabili di un lavoro che, pur non indicando nuove frontiere, entusiasma e sorprende attraverso le sue morbide e stravaganti patine popolari. Un meraviglioso bozzetto di derivazione pre-war folk (Into The Gypsy Bar, Sung With The Birds, Hot And Heavy Harmony e Mixing The Potion) che ricorda il candore di Devendra Banhart, le cedevolezze chitarristiche di M. Ward (o di José González) e persino certe intemperanze del miglior Daniel Johnston (Giver’s Reply). Con i vocalizzi androgini e tormentati di Introduction e di One Day Someday si ha l’impressione invece di attraversare quei luoghi segreti e incantati delle sorelle Sierra & Bianca Casady (alias CocoRosie). The Boy Who Floated Freely è un esordio davvero ammaliante capace, oltretutto, di rivelare tutta l’imperfezione dell’essere umano, come quando Marcìa, per esempio, stanca dell’incantesimo e quindi anche di quell’illusione d’amore decide di abbandonare Giver, lasciandolo nuovamente libero di fluttuare sulle onde spumose di un mare profondo. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 39 del 12 novembre 2006



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Ben & Jason – Goodbye (2003)

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Se Hello dava il benvenuto a una interessante formazione dai sigilli pop (se volete chiamatelo pure New Acoustic Movement), Goodbye sancisce invece – dopo due bei lavori come Emoticons e Ten Songs About You – l’epilogo del legame artistico tra Ben Parker e Jason Hezeley, rivelandosi oltretutto la migliore prova discografica del duo britannico. Un album traboccante di lirismo capace di sfoggiare perle acustiche di una leggerezza superba: da Mr. America, in cui si srotolano melodie frugali e ricordi di Nick Drake, a You’re The Reason, Hollywood, Orphans e Window In/Window Out che si muovono tra sottofondi di pianoforte, archi, minimalismi folk e sussulti vocali alla maniera di Ed Harcourt e di Jeff Buckley, lasciando a $10 Miracle e ad A Star In Nobody’s Picture il compito di racchiudere le armonie più fluide e dirette del disco. Quelle di Goodbye sono melodie che scivolano via come lacrime di piacere; motivi che si stringono forte al cuore infilandosi negli anfratti più intimi dell’anima. Frammenti che colmano il vuoto di questa nuova solitudine, ora che l’amore è finito e che l’inverno è alle porte.[1] (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 38 del 26 ottobre 2006



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Arto Lindsay – Salt (2004)


Nuovo album da solista per Arto Lindsay[1], intellettuale del rock cresciuto fra New York e Bahia, assertore del tropicalismo capace di unire il fascino della musica brasiliana con l’irrequietezza urbana del sound americano.

Sempre in bilico tra attualità e tradizione, l’ex Lounge Lizards rappresenta l’archetipo del musicista contemporaneo, poliedrico e dalle visioni globali, brillante e temerario, abile nel saper coniugare – fin dai tempi dei DNA – suoni e culture diverse.

A rafforzare questa sua immagine di musicista sperimentatore sopraggiunge questo interessante disco, prodotto dall’etichetta di Ani DiFranco, carico di sonorità latinoamericane ma anche di fulgide melodie dagli slanci electro.

Ecco, quindi, che alle sensuali e delicate armonie tropical/jazz di Habite Em Mim e Kamo (Dark Stripe) si contrappongono gli esotismi sperimentali di Twins, le progressioni sambadeliche di Jardim Di Alma e le concezioni “avanguardistiche” di Make That Sound che avrebbe molto da insegnare ai Blur di Think Thank. Proseguono sulla stessa strada, tra innovazione e costume, De Lama Lamina e la stessa title track.

Insomma, variopinto e allo stesso tempo nostalgico, Salt non lascia alcun dubbio sul talento di Arto Lindsay, tropicalista convinto che rende omaggio ai riti pagani del carnevale attraverso dieci canzoni, popolari e disturbate, cantate sia in portoghese che in lingua anglosassone. Un miscuglio di elettronica e ritmi brasiliani che riaccendono lo spirito e la voglia d’estate. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 37 del 4 ottobre 2006

 

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Cat Power – The Greatest (2006)

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Eh sì, questa volta Chan Marshall (alias Cat Power) mi ha davvero stregato. Non tanto per quella innegabile e smisurata bellezza capace di rapire il cuore anche del più imperturbabile dei dongiovanni, quanto invece per quell’intimità, quella mitezza e quel travagliato lirismo (Hate e Where Is My Love) che la cantautrice americana è riuscita a racchiudere con apparente tranquillità dentro quest’ultimo lavoro, The Greatest.[1] Un album più accessibile e meno spigoloso dei dischi precedenti che, tuttavia, rivela la fragilità e la disperazione di un’artista alla ricerca di un nuovo equilibrio. Un equilibrio che qui sembra essere ritrovato, almeno musicalmente, e da cui scaturiscono dodici tracce dalle essenze soul/country (Could We, Willie, Empty Shell e Island) che vanno dritte al muscolo cardiaco; piccoli tasselli di una “complessa omogeneità” che riescono a incastonarsi all’interno di lievi aritmie jazz (Lived In Bars) mettendo in luce brani dalle atmosfere pop/folk (The Greatest), dai tepori blues (After It All) e persino dalle fisicità rock (Love & Communication). Un lavoro estremamente godibile che, oltretutto, trova il supporto di alcuni super musicisti come, per esempio, Mabon Lewis “Teenie” Hodges, Leroy “Flick” Hodges, Steve Potts e Dave Smith. Ecco quindi che con un titolo altezzoso (“Il/La più grande”) e con una copertina fucsia (colore dell’affermazione e dell’individualità), Cat Power non esita a intraprendere una “nuova strada” consegnandoci, dopo due meraviglie quali Moon Pix del 1998 e You Are Free del 2003, un altro grande disco dove musicalità e scrittura trascendono il dolore e le sconfitte della vita. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 36 del 4 settembre 2006



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Fatboy Slim – Palookaville (2004)

A quattro anni di distanza da Halfway Between the Gutter and the Stars (2000) e dopo un paio di riempitivi usciti nel 2002 (Live On The Brighton Beach e Big Beach Boutique II), Norman Cook (originariamente all’anagrafe Quentin Leo Cook), noto al grande pubblico come Fatboy Slim, torna a rianimare i disco club d’Europa con un lavoro concepito nella sua casa studio di Brighton.[1]

Un album desiderato, pensato e ben fatto in cui “vecchio e nuovo”, “passato e presente”, “anticonformismo e gusto del momento” si fondono alla perfezione, generando un’elettronica a misura d’uomo abile come poche a rallegrare lo spirito. Palookaville, questo il titolo che il deejay inglese ha scelto per la sua quarta creatura in studio (lo stesso del bellissimo film di Alan Taylor del 1995), è un disco composto da dodici tracce a base di misture soul/funk/rhythm’n’blues, guizzi di estrazione rock, ritagli di breakbeat e libidini hip-hop.

L’album, inoltre, vede la collaborazione di numerosi personaggi tra cui Damon Albarn (Put It Back Together), Lateef the Truthspeaker (Wonderful Night e The Journey) e Bootsy Collins (bassista dei Funkadelic e dei Parlamient) con il quale Fatboy Slim ha realizzato una splendida cover della Steve Miller Band (The Joker).

Considerata la popolarità del personaggio non poteva mancare il classico tormentone da MTV (il cosiddetto “singolo apripista”), stiamo parlando ovviamente di Slash Dot Dash (barra-punto-trattino), un brano dalle tempre hard rock/dance che, nonostante le continue (e nauseabonde) reiterazioni mediatiche, non perde mai di impeto, di vigore e di profondità.

Se poi le atmosfere di Song For Chesh dovessero rivelarsi piuttosto inconsuete, poiché prossime a quelle dei Pizzicato Five, mettete su Jin Go Lo Ba e riconsegnerete il Re del big beat alle masse di Ibiza. Infine, se volete farvi toccare le corde del cuore, ascoltate North West Three e Don’t Let The Man, esempi inequivocabili di passione, di conoscenza e di creatività musicale, peculiarità che hanno sempre contraddistinto l’evoluzione artistica dell’ex bassista degli Housemartins fin dai tempi in cui si faceva chiamare Pizzaman. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – n. 35 dell’8 luglio 2006



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Offlaga Disco Pax – Frosinone, Cantina Mediterraneo (12.04.2006)

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La Cantina Mediterraneo è un posto piccolo, angusto, semplice ma estremamente coinvolgente. Uno di quei pochissimi locali della provincia di Frosinone in cui puoi ascoltare sempre della “buona musica”. Un luogo ospitale, puoi andarci tranquillamente da solo e sentirti sempre a tuo agio.

Arrivo infatti in perfetta solitudine, giusto in tempo per l’inizio del concerto. Sulla porta d’ingresso c’è un cartello scritto a mano “Stasera Offlaga Disco Pax, sottoscrizione 1 euro” (dovete sapere che i concerti alla Cantina Mediterraneo sono sempre gratis, questa sera però lo staff ha voluto osare chiedendo una sorta di “offerta obbligatoria”, una sciocchezza per far fronte alla tantissime spese di gestione). Questo per dirvi che quelli della Cantina sono persone davvero in gamba ma soprattutto con una gran passione, credetemi, per non parlare poi di Franco (il boss).

Apro la porta del locale, quindi, e mi ritrovo di fronte un gran numero di persone stipate a ridosso del piccolo palco, tutte sorridenti e pronte a far esplodere il proprio entusiasmo con Kappler (“Io dormivo, mia madre andava a lavorare presto…”). In un momento gli occhi sono lucidi e le labbra sembrano muoversi al rallentatore.

Mi fermo ad ascoltare, poi riparto. Faccio ancora qualche passo, ma non è affatto facile riuscire a conquistare una qualsivoglia posizione. Mi fermo allora, tentando di scorgere Max Collini da un angolo del locale. Eccolo, lo intravedo. È lì, immobile, dritto e impassibile, con uno sguardo preso da non so cosa. Chissà, forse è catturato dall’entusiasmo di tutti quei giovani che sono lì soltanto per gli Offlaga e per quel Socialismo Tascabile che muove gli sguardi ma anche le coscienze. Ogni tanto si dimena, trascinato dal pubblico che balla al ritmo di Enver e di Cinnamon e che lentamente si lascia attraversare da Tatranky e Tono Metallico Standard.

A esser sinceri gli Offlaga Disco Pax li avevo già visti qualche tempo fa al Soundlabs Festival 2005 di Roseto degli Abruzzi, davanti a un numero ristretto di appassionati e su un palco piuttosto grande (sproporzionato direi), ma non mi avevano emozionato. Stasera però tutto torna: c’è un palchetto fatto di tavole alto appena pochi centimetri, un gruppo trascinante ma soprattutto tanta – ma tanta – bella gente. Insomma: una Piccola Pietroburgo.

ML – UPDATE N. 33 (2006-06-04)