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Hugo Race – Varsavia, 12.05.2011 (CDQ)

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Il tour polacco di Hugo Race tocca quattro città: Zielona Góra, Poznań, Varsavia e Cracovia. Noi, ovviamente, lo aspettiamo al varco presso il CDQ di Varsavia, locale piccolino e non proprio centrale ma abbastanza confortevole. Nell’attesa, come al solito, sorseggiamo dell’ottima birra polacca, complice, tra l’altro, una temperatura davvero mite. Fortunatamente nessun gruppo spalla in apertura, ma solamente musica di sottofondo e chiacchiere all’aperto intervallate da gelidi sorsi di birra. Serata ideale, insomma, e come per incanto Varsavia sembra scrollarsi di dosso il peso dell’inverno e il ritmo affannoso del giorno. Tuttavia il tempo vola, ci accorgiamo infatti che sono da poco passate le nove. Facciamo quindi un balzo dalle comode seggiole e, in meno di un minuto, siamo già all’interno dell’angusto Centralny Dom Qultury che ospita, per l’occasione, un centinaio di persone (numero oltre il quale si rischierebbe il soffocamento). Una breve attesa ed ecco che salgono sul palco Diego Sapignoli (batteria), Antonio Gramentieri (chitarre) e, naturalmente, il cantante e chitarrista di Melbourne, Hugo Race. Il pubblico li accoglie calorosamente, applaudendo e incitandoli già con l’iniziale In The Pines, brano estratto dal bellissimo Fatalists del 2010. Si intuisce immediatamente che la band, in versione power trio, è in splendida forma. Race, poi, è particolarmente ispirato e, nonostante il suo atteggiamento visionario e apparentemente schivo, presenta gran parte delle canzoni della serata. Pezzi di un lirismo unico che si susseguono in un vortice di sonorità ora elettriche e taglienti, ora acustiche e vellutate. Da Slow Fry a Sorcery, passando per Sun City Casino dei Dirtmusic e Too Many Zeroes, tutto è straordinariamente coinvolgente e in perfetto equilibrio. Un succedersi di ritmiche infuocate ma anche di atmosfere ipnotiche che prendono il nome di The Serpent Egg, Nightvision, Coming Over e Will You Wake Up dove la voce dell’ex Bad Seeds è così profonda e intima da rasentare la perfezione, merito, probabilmente, della complicità di due musicisti bravi, appassionati e puntuali come, appunto, Sapignoli e Gramentieri. In definitiva, due ore circa di concerto all’insegna della musica rock, quella fatta di sangue, di sudore e di visioni e che all’occorrenza sa essere anche oscura, malinconica e commovente come Call Her Name che chiude alla grande questa piacevole e insolita notte varsaviese.

ML – UPDATE N. 78 (2011-06-02)

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Di Luca D'Ambrosio

L'amore per un disco è un sentimento reale