
Premio Nobel per tutto ciò che c’è di bello e poetico nel mondo. Anzi, nell’universo.
Northern Sky di Nick Drake
Luca D'Ambrosio (Sora, 1970) è un blogger appassionato di musica. Fondatore e responsabile del sito Musicletter, è stato consulente musicale di due programmi radiofonici della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Ideatore della Targa Mei Musicletter, il premio nazionale per l'informazione musicale sul web, dal 2012 fa parte della giuria delle Targhe Tenco. Per Arcana Edizioni ha scritto tre libri: "La musica, per me" (2018), "Musica migrante" (2019) e "Musica per cani" (2020). Inoltre ha conseguito due riconoscimenti nell'ambito del Festival di Internazionale a Ferrara e uno al Festival Nazionale dei Conservatori a Frosinone. "Voci Chiassose" (1996) è la sua prima pubblicazione autoprodotta e ristampata, sempre autonomamente, nel 2021. Nel 2023, 2024 e 2025 ha fatto parte della giuria della sala stampa, tv e web del Festival di Sanremo. A gennaio 2024 ha pubblicato il suo primo racconto "Un'educazione vittoriana" per la collana Le Ruzzole con distribuzione Edizioni Curci. Dal 2024 è membro del Comitato di Garanzia del "Premio la mia Terra".

Premio Nobel per tutto ciò che c’è di bello e poetico nel mondo. Anzi, nell’universo.
Northern Sky di Nick Drake

Uno dei dischi più laceranti degli anni ’90, ma anche una delle copertine più evocative di sempre.
Ventiquattro anni di Gentlemen e sentirli tutti, come un macigno dentro l’anima.

Lo stereo vicino al letto. Lo sguardo rivolto sempre verso la finestra.
E Southern Accents come colonna sonora. Come un piccolo sogno da inseguire.
Dio mio, quanto tempo è passato.

Tom Petty scriveva canzoni che parlavano al cuore.
Ed è stato proprio il suo cuore a tradirlo.
Buon viaggio, rocker.

Eleganza. Intelligenza. Cuore.
Il ricordo di un calcio che ho amato e che oggi non c’è più.
(Manco un tatuaggio, eccheccazzo!)

Dentro American Dream c’è buona parte della New York che amo.
Quella dei Talking Heads, dei Velvet Underground, dei Television e dei Suicide, ma anche degli Strokes e degli Interpol.
E tanto basta per metterlo tra i dischi più belli dell’anno.

Se amate la musica e la buona lettura, leggete La musica fa crescere i pomodori.
È un testo delicato e intelligente che vi metterà in pace con il mondo, soprattutto con voi stessi.
Dirige il Maestro Peppe Vessicchio. (L.D.)

Ian felice esce dal gruppo, mi verrebbe da dire, quello formato nel 2006 con i fratelli James e Simone e che ha preso il nome, manco a dirlo, di Felice Brothers.
Esce, probabilmente, non in maniera definitiva, ma semplicemente per dare vita a questo suo primo, delizioso album da solista dal titolo In the Kingdom of Dreams.
Un disco all’insegna del folk americano – discreto, intimo e dall’impianto prevalentemente acustico – che lo smilzo studioso d’arte ha registrato nella sua casa d‘infanzia a Palenville, New York, con l’apporto dei due fratelli e di Josh Rawson, dando fondo ai propri ricordi e a ogni emozione scaturita.
Ecco quindi che la sua casa d’infanzia e le rive del torrente Kaaterskill si trasformano in una specie di regno dei sogni dove rifugiarsi dalle angosce quotidiane e dai conflitti interiori, cercando di esorcizzare i mali di una società sempre più folle e materiale che, purtroppo, continua ad annaspare in una spasmodica quanto effimera ricerca della felicità.
In the Kingdom of Dreams diventa così un piccolo scrigno di canzoni attraverso cui il folksinger racconta, con voce stupenda e con intenso trasporto, non solo di quando era bambino, compresa la morte del papà avvenuta quando aveva soltanto 8 anni, ma anche le insicurezze e le paure dell’essere adulto come, per esempio, quella di diventare padre.
E il risultato finale è quasi un colpo al cuore. Un susseguirsi di memorie che tra realtà e immaginazione trovano spazio sia in queste dieci tracce, prodotte da James Felice, che in una raccolta di componimenti in versi dal titolo “Hotel Swampland”.
Quando insomma la bellezza dell’animo diventa musica e anche poesia. (Luca D’Ambrosio)

Adoravo le sue smorfie, le sue manie, il suo essere sempre infantile e fuori luogo. La sua comicità demenziale.
Ecco, con Jerry Lewis se ne va anche un pezzo della mia adolescenza. (L.D.)

Ogni tanto mi fermo e mi metto a guardare Pallino.
Lo guardo sempre con attenzione. Quando mangia, quando avverte un pericolo, quando si avvicina per leccarmi la testa oppure quando va a prendere la sua pallina preferita per mettersi a giocare. Lo guardo soprattutto quando dorme, come sto facendo in questo preciso istante.
Lo guardo, mi emoziono e penso che sia un grande compagno di viaggio. Parola di Steinbeck. (L.D.)