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Pillole quotidiane: Burning dei War On Drugs e Dancing in the Dark di Bruce Springsteen

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Burning dei War on Drugs mi ricorda qualcosa di Dancing in the Dark. Ecco, premete il tasto play, chiudete gli occhi e provate a immaginare Adam Granduciel alle prese con Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen. Fatto? Bene, ora non vi resta che augurare buon compleanno al Boss che oggi, 23 settembre 2014, compie 65 anni! E mi raccomando, non dimenticate di mettere Lost in the Dream tra i dischi più belli dell’anno. (L.D.)

“Burning”, The War On Drugs

“Dancing in the Dark”, Bruce Springsteen

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Pillole quotidiane: Running Through My Head di Simone Felice

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Oggi sono andato talmente in fissa per questa canzone che mi è venuta voglia di saltare su un treno merci in corsa. (L.D.)



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Luca D'Ambrosio musica

Pillole quotidiane: Drive dei R.E.M.

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Ricordo che da ragazzo avevo sempre una cassetta dei R.E.M. infilata nello stereo della macchina. Non facevo altro che guidare e ascoltare la loro musica. A volte, quando la benzina scarseggiava, mi fermavo interi pomeriggi nel parcheggio sotto casa, come se il mondo fosse tutto dentro quella cassetta. (L.D.)

Pillole quotidiane: Lost in the Dream dei War On Drugs

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A volte è bello perdersi nei sogni, soprattutto quando ci si accorge che non sono così distanti dalla realtà, che puoi alzarti ogni mattina, poggiare Lost in the Dream sul piatto e continuare a fantasticare insieme ai tuoi beniamini, ovvero i War On Drugs. (L.D.)



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musica

Pillole quotidiane: Echo In Your Mind di Susan Christie

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Da qualche mese ho scoperto questo vecchio disco di Susan Christie. Si intitola Paint a Lady e me ne sono innamorato immediatamente. Chissà, forse oggi è il giorno ideale per postare una di queste magnifiche otto canzoni. Il sole splende alto, le strade sono deserte e il frastuono lì fuori sembra essere svanito nel nulla. (L.D.)



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libri

MyTunes: le 77 canzoni di Maurizio Blatto (intervista)

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MyTunes è il nuovo libro di Maurizio Blatto pubblicato da Baldini&Castoldi lo scorso 21 maggio. Settantasette canzoni scelte e commentate dallo scrittore e critico musicale torinese che già ci aveva sorpreso con L’ultimo disco dei Mohicani . 77 canzoni che, ancora una volta, rivelano tutto l’amore di Blatto per un certo tipo di cultura musicale. Buona lettura.

Intervista a Maurizio Blatto di Luca D’Ambrosio
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Dopo averci sorpreso e deliziato con L’ultimo disco dei Mohicani, eccoci qui, finalmente, con un nuovo libro che prende spunto e titolo dalla rubrica musicale che dal 2006 curi su Rumore, ovvero “MyTunes”. Innanzitutto, quanto è stato difficile fare questo secondo passo dopo il successo del tuo debutto letterario?
Autore di successo è una definizione che ovviamente renderà orgogliosa mia madre, grazie… Nessuna difficoltà, MyTunes è una rubrica che ha sempre riscontrato approvazione e fedeli su Rumore. È un contenitore semplice ma funzionale: i contorni critici e storici di una canzone usati come collante per pezzi di autobiografia “modificata”. La vita che entra nella musica o viceversa. Ho raccolte le migliori, ampliandole però per un pubblico meno “erudito” di quello abituale di Rumore, in sostanza privilegiandone la parte letteraria. Intervenire aggiungendo, limando o sbilanciando l’insieme di quanto già scritto è stato un processo molto stimolante dal punto di vista letterario. “Rifinire” mi è piaciuto moltissimo.

Sei passato da “Castelvecchi editore” a “Baldini&Castoldi”. Due grandi case editrici, a dimostrazione del tuo talento di scrittore oltre che di critico musicale. Qual è stato il motivo di questo passaggio? Sempre che tu abbia voglia di dirmelo…
Nessun problema. Come in quasi tutto quello che faccio, privilegio sempre l’aspetto umano. L’attuale Direttore Editoriale di Baldini&Castoldi è un mio vecchio amico. È venuto a stanarmi in negozio e mi ha proposto di realizzare MyTunes. L’idea mi girava in testa da tempo e spesso i miei lettori me la chiedevano espressamente. Quindi, affare fatto.

Nel tuo primo lavoro parli di musica partendo da quelle storie incredibili e divertenti che ruotano attorno a Backdoor (nda, storico negozio di dischi di Torino), in quest’ultimo invece racconti alcuni momenti della tua vita seguendo una lista di canzoni che, finora, hanno caratterizzato la tua esistenza. Insomma, mi sembra di capire che tu abbia applicato una specie di “proprietà commutativa” che equivale a dire: invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia. E per risultato, in questo caso, intendo “raccontarsi attraverso la musica”. È andata più o meno così?
Sì, il processo formativo è questo. Da sempre la musica è una calamita per la mia intera esistenza, un incagliarsi inarrestabile di piccoli gesti che si legano a ritornelli o assoli in distorsione. Mi sono piacevolmente arreso a questa evidenza.

Le canzoni scelte sono 77. Mi dici come le hai messe su e qual è stato eventualmente il filo conduttore?
Talvolta ho davvero voglia di parlare di canzoni precise, ma spesso è un piccolo accadimento a colpirmi e a domandare subito un aggancio melodico. Una piccola conversazione, una coincidenza buffa, timidamente persino una qualche elucubrazione filosofica apparsa all’improvviso. Le annoto mentalmente e poi vado a cercarmi la canzone di supporto. Sono vasi comunicanti, quasi sempre. Direi quindi che è lo stretto quotidiano, arricchito dal bagaglio di esperienze passate, a funzionare da filo conduttore.

Considerato il tuo ampio background musicale, sicuramente non è stato facile limitarsi a 77 canzoni. Voglio dire: c’è stato un momento in cui sei stato combattuto nell’inserire questa o quell’altra canzone?
No, devo dire che l’unica limitazione (peraltro non sancita da nessuna parte) che mi pesa è il dovermi attenere a una sola canzone per autore. Il fatto di aver già scritto su On The Beach di Neil Young non mi consente di versare lacrime su Cortez The Killer. Ma per il resto ho massima libertà.

(Ascolta “On The Beach” di Neil Young)

Mi sembra d’obbligo domandarti se c’è qualche canzone a cui sei particolarmente legato?
Asleep degli Smiths. Scritta soltanto per il libro. Gli Smiths sono il “mio” gruppo e ne ho parlato talmente tanto che mi ero ripromesso di non farlo più. Ma non potevo lasciarli fuori. E su Asleep mi sono aperto completamente. Spesso sono autobiografico (magari anche solo apparentemente…), ma su Asleep ho camminato senza rete. Esercizio difficile…

(Ascolta “Asleep” degli Smiths)

Una canzone che invece vorresti inserire oggi e il motivo.
Come ti dicevo, vorrei aggiungere qualcosa di autori che amo ma che ho già trattato. Qualcosa dei Velvet Underground, She’s Lost Control dei Joy Division per esempio.

(Ascolta “She’s Lost Control” dei Joy Division)

C’è invece una canzone che avresti fatto a meno di inserire e che casomai hai inserito “a forza” giusto perché ha contraddistinto un momento della tua vita?
Non entrano mai a forza. AC/DC, Deep Purple o Eagles non sono certo la mia tazza di tè, ma scriverne è stato divertente e mi ha offerto spunti ironici altrimenti preclusi da ballatone strappamutande sulle quali avrei versato fiumi di autocompiacimento morriseyano. Ho scritto persino dei Queen, gruppo che detesto con risolutezza.

(Ascolta “Highway To Hell” degli AC/DC)

“MyTunes” si può leggere anche in modalità “random”?
Altroché! Liberta assoluta, mettete la puntina dove volete. Per favorire eventuali percorsi di lettura ho creato delle playlist apposite, illustrate al fondo.

Nick Hornby ne aveva scelte 31 di canzoni per il suo libro, e non saprei dirti perché proprio quel numero, tu invece perché ne hai inserite settantasette?
Gambe di donna, anno del punk, 77 è un bel numero. Mi avvicinavo a quel numero e mi sembrava significativo. Come dicevano i CCCP “chiedi a 77 se non sai come si fa”.

(Ascolta “Emilia Paranoica” dei CCCP)

A proposito, ormai inizi a essere il nostro Nick Hornby. E non sono certamente il primo a dirlo. Mi chiedo: non è che lascerai “Backdoor” per dedicarti a una carriera esclusivamente di scrittore?
Io sono la versione Abatantuono di Nick Hornby… più commedia all’italiana che britannico humour. Anche se ti devo confessare che ultimamente mi sto appassionando al lato malinconico delle cose. Alla sottile lagna che esce fuori da certe cose che scrivo. Comunque no, per adesso vender dischi rimane il mio impiego istituzionale.

Non prendere questa domanda come una provocazione, bensì come uno spunto di discussione. Oramai le nuove generazioni, parlo di quelle cresciute con l’mp3, non ascoltano più dischi interi ma semplicemente canzoni. Tutti vanno in giro con iPod carichi di brani senza sapere a quale album appartengano e quali siano i riferimenti temporali e di genere. La musica intesa come semplice intrattenimento. Con questo “MyTunes” tu, in qualche modo, hai fatto un gran lavoro perché racconti delle storie, parli dei testi… Ecco, non pensi però che forse in futuro si debba lavorare anche su un libro di album per tentare di rieducare i giovani all’ascolto?
Quella sarebbe un’operazione più strettamente di critica musicale, per giunta già esplorata molte volte. “I migliori dischi di…” è un grande classico. Rispettabilissimo, ma che non mi interessa al momento. Le canzoni sono più flessibili narrativamente, magari rappresentano episodi isolati anche all’interno della discografia di quel gruppo. A me interessa molto di più incrociare la musica con qualcos’altro.

Ascoltare un disco in vinile è un rito che esige attenzione e premura. Pensi che in questi ultimi anni ci sia stato un incremento della vendita di vinili?
Sì, è un dato di fatto incontrovertibile. Oltre alla bellezza innegabile e glorificatrice dell’oggetto, obbliga l’ascoltatore a prendersi del tempo per sé, ad alzarsi per girare il disco, a manutenerlo. È un lusso. Concedetevelo.

Bene, prima di salutarci, torniamo alle nostre manie. Al momento, quali sono i dischi del 2014 che stai ascoltando più di ogni altro?
Top list del momento:
– Sun Kil Moon “Benji”
– Stephen Malkmus “Wig Out at Jagbags”
– Cagna Schiumante “Cagna Schiumante”
– Slint “Spiderland (box edition)”
– Effe Punto “Dinosauri”
– AA VV “Too Slow To Disco, vol.1”
– Fitness Forever “Cosmos”

(Ascolta “Benji” di Sun Kil Moon)

Non mi dire che hai già in mente qualche altro progetto.
Un romanzo. Storia già tutta in testa, ma poche righe scritte per ora.

Dove presenterai prossimamente “MyTunes”?
– Venerdì 13 giugno 2014, Circolo dei Lettori, Torino
– Venerdì 20 giugno 2014, Spazio 211, Festival Rumore, Torino
– Mercoledì 2 luglio 2014, Libreria Trebisonda, Torino
– Giovedì 10 luglio 2014, Libreria Il gatto che pesca, San Mauro (TO)
– Venerdì 25 luglio 2014, Festival Rock, Alpette (TO)

Grazie per la solita disponibilità.
Grazie a te. Che Lou Reed ci assista tutti quanti dall’alto.

(A questo punto ci sembra doveroso chiudere l’intervista con “Perfect Day”)



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Luca D'Ambrosio musica

Pillole quotidiane: I Wanna Be Adored degli Stone Roses

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Era il 1989 e un decennio stava per concludersi in maniera colossale. Cadeva il muro di Berlino. Solidarność non era più un sindacato clandestino. Scoppiava la protesta di piazza Tienanmen. Moriva il grande Sergio Leone. I cd prendevano il sopravvento sui vinili. E di lì a poco il grunge ci avrebbe travolto. Ricordo che in quel periodo molti di noi si erano già rotti il cazzo. Eravamo smarriti. Ci sentivamo in una specie di limbo, sospesi tra il passato e il futuro. Poi, per fortuna, arrivarono loro, gli Stone Roses, e tutti in qualche modo ci sentimmo nuovamente a casa. (L.D.)



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musica

Posidonia. I fondali della metropoli: intervista a Nino Bruno.

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Con Nino Bruno ci eravamo lasciati nel 2011 con “Sei Corvi Contro il Sole”, album che molti di voi ricorderanno non solo per le sue atmosfere beat accattivanti e demodè, ma anche per quella “Every Single Moment in My Life Is a Weary Wait” inclusa nella soundtrack del film “This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino. Da allora sono passati circa tre anni, e il buon Nino è tornato con un’altra meraviglia musicale che prende il titolo di “Posidonia. I fondali della metropoli”, che poi altro non è che la colonna sonora dell’omonimo film-documentario di Marcello Anselmo. Buona lettura.

Intervista a Nino Bruno di Luca D’Ambrosio
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Allora, Nino, ci siamo lasciati nel 2011 con quel “Sei corvi contro il sole”, album di una bellezza apparentemente frugale che, tuttavia, trafugava sensazioni ben più profonde e psichedeliche. Ora, invece, ci ritroviamo di fronte a una colonna sonora estremamente suggestiva fin dalle prime battute. Ci racconti come sei arrivato a scrivere le musiche per questo film-documentario e che tipo di approccio hai avuto nel realizzarle?
Il punto di partenza è stato il testo iniziale del regista Marcello Anselmo. In un secondo momento, insieme, davanti alle immagini, siamo scesi nel dettaglio. Sia il testo sia il girato suggerivano l’idea del sommerso come fantasma vivo che incombe sul mondo di superficie, dell’abisso come necessità esistenziale, mistero e limite invalicabile, che affascina e atterrisce.

La musica elettronica che viene fuori da questo lavoro non è per niente algida e sembra seguire dei canoni sonori che non hanno nulla a che vedere con il mondo digitale. Insomma, mi sembra di capire che anche questa volta tu abbia tenuto fede al “Dogma 8”, oppure mi sbaglio?
Come faccio ormai dal 2004 ho ripreso e missato su nastro, usando solo effetti elettromeccanici, nel limite di otto tracce. A parte una batteria elettronica del 1965 e un piccolo synth monofonico usato con parsimonia non ci sono strumenti elettronici nel senso comune del termine, niente sequenze, niente arpeggiatori, niente computer, niente campioni, niente midi. Tutto è affidato alla dinamica dell’esecuzione, al missaggio e agli ambienti. In particolare due brani, “Second sphere” e “Pacchetto magico” sono session “live” in studio eseguite da me e Massimiliano Sacchi, e registrate su appena due canali. Dogma 2!

Cosa significa e quanto è importante per te la ricerca musicale?
Non do troppa importanza a questa espressione. Cosa è ricerca e cosa non lo è?

E la nostalgia?
Il passato idealizzato, a volte anche strumentalmente mitizzato (nel mio caso l’era Beat), è un oggetto mentale che abita in un non-tempo. La nostalgia infatti non sembra indirizzata verso ciò che c’era – così com’era – e non c’è più. Pre-esiste ai ricordi, li manipola e se ne nutre. Nemica della storia, essa riguarda il sogno, l’impossibile che poteva essere, le linee di probabilità alternative, l’ideale edenico. Irrinunciabile peculiarità umana, il suo prevalere può essere letale e condurre all’immobilismo.

“Posidonia. I fondali della metropoli” è una colonna sonora fatta di tanti particolari sonori. Quanto tempo ci hai lavorato su e, oltre a Massimiliano Sacchi, con chi altro eventualmente hai collaborato?
Il grosso del lavoro è stato fatto in un mese. I tempi sembravano inizialmente molto stretti. Collaboratore principale in studio è stato il già citato Massimiliano Sacchi. La title track è suonata col batterista di NB e le 8 tracce Peppe Sabbatino. Importante è stata la presenza in studio di Giulio Milone, che mi ha aiutato a tenere in efficienza macchine piuttosto antiche. Nel disco c’è un brano, “Sonorizzazione 2: Macerie della civiltà”, interamente scritto e suonato da Fabrizio Elvetico – del gruppo Illachime Quartet – che nel film curava il sonoro.

Quanto la senti vicino a te e alla tua Napoli?
“Posidonia, I fondali della metropoli” non è altra cosa rispetto ai tre dischi di Nino Bruno e le 8 Tracce. Per ovvie ragioni – è una colonna sonora e non ha testi, tranne una frase – risulta meno ambiguo, più semplice dei precedenti.
Napoli, poi, è una città famosissima, importante. La sua capacità di creare un “immaginario” è spaventosa. Ma ci sono tante di quelle sfumature nel nostro linguaggio e nei nostri atteggiamenti, abituati come siamo a vivere uno addosso all’altro, che davvero non saprei dire quale sarebbe la mia Napoli. Spero di dare il mio contributo portando un tocco di gentilezza e di onestà intellettuale.

“Una moneta in tasca una corona in testa” è l’unico pezzo cantato messo a chiusura di un album strumentale. Ecco, al di là delle esigenze di produzione di Posidonia, ti senti più un autore o un cantautore?
Non è un dissidio lacerante. Comunque io mi sento sostanzialmente un rocker allo sbaraglio.

Hai più sentito Paolo Sorrentino?
Ogni tanto.

A proposito: qual è il tuo giudizio su “La Grande Bellezza”?
Un film fantastico, volutamente doppio. Sembra un film di critica socio-politica ma c’è di più. Il protagonista è a suo modo un asceta, che si spoglia delle cose cui normalmente diamo valore: il lavoro come rappresentazione di se stessi, la considerazione sociale, i ruoli e i passaggi della vita, gli orari. Pratica la mondanità con costanza e disciplina, è il suo strumento di ricerca spirituale. In lui non c’è nulla di demoniaco. È piuttosto un materialista romantico e leopardiano, sopravvissuto in un’epoca di fedi ostentate e fanatiche, di delirio di appartenenza. Un libero pensatore, infine. Neanche snob visto che balla i remix della Carrà alla sua festa di compleanno. Certo può permetterselo, ma questo vale per tutti i pensatori (filosofi, artisti, scrittori che siano). Io non sono affatto ricco, ma se non avessi di che mangiare “Posidonia…” me la sognerei la notte, più che altro per i polpi, le seppie e i frutti di mare che appaiono nel film.

Quale sarà il tuo prossimo progetto?
Il nuovo disco di NB e le 8 Tracce è già in preparazione. Uscirà entro l’anno.

Prima di salutarci, ci consigli un film e un disco che ti sono piaciuti particolarmente?
Come film mi colpì parecchio “Cloud Atlas”. Mi piacque anche la critica, che lo definì “un fallimento spettacolare”. Il film che amo di più però resta “Grand Hotel”, quello del 1932. Con i dischi vado a periodi, ne sento uno per giorni e poi cambio. Questo è un luogo frequentato da ascoltatori di musica e preferisco non scoprirmi troppo. Ultimamente ascolto molto “Travel-log”, di J.J. Cale.

Trailer “Posidonia. I fondali della metropoli”



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Luca D'Ambrosio musica

Pillole quotidiane: Used Cars di Bruce Springsteen

Sono seduto sul sedile posteriore di una vecchia automobile verde scuro e guardo fuori dal finestrino.

La strada.

I ricordi.

Una canzone.

Mi sembra di essere in Nebraska.

Il cielo è grigio.

Mio fratello dorme sulle gambe di mamma, mentre mio padre guida senza dire una parola.

Nel taschino della mia giacca ho un’audiocassetta nuova di zecca.

Casa è ancora lontana. E io non vedo l’ora di arrivare.

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Luca D'Ambrosio musica

Eels – End Times (2010)

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Il Mark Oliver Everett di End Times è un uomo solo e malinconico che abbandona le fantasie di Hombre Lobo tornando a cantare il disincanto della vita reale. Lo fa, tuttavia, con l’afflato del poeta crepuscolare che racconta consapevolmente la fine di un tempo oramai andato. Un Mark Oliver Everett che si cala quasi nelle stesse tragiche atmosfere di quell’Electro-Shock Blues in cui il nostro songwriter affrontava con estremo turbamento il dolore per la scomparsa dei propri cari (papà, mamma e sorella), anche se poi questo End Times rispetto a quel capolavoro del 1998 riesce a concedere una maggiore sobrietà compositiva e barlumi di speranza ben più diffusi. Quella cantata da Everett è difatti una “fine” segnata dall’angoscia e dall’indifferenza, in cui riaffiorano ricordi familiari e affetti perduti, senza però mai perdere di vista l’amore per quei piccoli gesti quotidiani che illuminano la vita (The Beginning, I Need a Mother e Little Bird). Un condensato di folgorante mestizia che Mr. E confeziona in perfetta solitudine, o quasi. E il risultato di questo suo ottavo album è magnifico, basta ascoltare In My Younger Days, A Line In The Dirt e Nowadays, brani capaci di trafugare un romanticismo disperato alla stregua di Gone Man, Unhinged e Paradise Bluescapace che, oltretutto, riescono a dar vita a dinamiche sonore ben più vigorose. Scritto nello scantinato di casa a Los Angeles e abbellito da un suggestivo disegno di copertina realizzato da Adriane Tomine, End Times è un disco fatto di ballate folk, nenie pop e attacchi rock che mettono a nudo tutto il rassegnato cinismo e la quotidiana follia di un mondo che rasenta sempre di più l’orlo del tracollo. Uno spaccato ben preciso di un’epoca (la nostra) priva di rispetto e decenza, dove, però, potrete scorgere tutta la dignità di un uomo e di un artista che – nonostante Dio, il fato e gli esseri umani – è ancora qui a scrivere delle grandi canzoni. (Luca D’Ambrosio)

[1]Recensione pubblicata su ML – Update n. 70 del 31 marzo 2010



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