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film musica

Pillole quotidiane: Perfect Day di Lou Reed.

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Oggi, sbirciando nel mio vecchio scaffale di casa, ho trovato l’audiocassetta di Trainspotting. Gran bella sorpresa, lo giuro. Pensavo di averla perduta durante uno dei miei burrascosi traslochi. Invece eccola lì, immobile e ricoperta di polvere, come se stesse ad aspettarmi da chissà quanto tempo. L’afferro immediatamente, e la prima cosa che faccio è quella di andare a rileggere tutti i titoli dei brani che compongono la colonna sonora del film di Danny Boyle. “Lust for life” (Iggy Pop), “Deep Blue Day” (Brian Eno), “Sing” (Blur), “Born Slippy” (Underworld) e molti altri ancora. Ma è “Perfect Day” di Lou Reed a rubare la mia attenzione, con quel “Just a perfect day…” che mi torna subito in mente come un mantra. Mi sento bene, lo ammetto, anche se poi mi rattristo quando penso che è quasi un anno che Lou Reed ci ha lasciati. Va be’, decido di non farmi assalire dalla tristezza e con piglio entusiasta sfilo l’intero artwork dalla custodia, adagiandolo sul piano della mia piccola scrivania. Ed ecco che si rivelano, in tutta la loro dissoluta bellezza, le immagini di Renton, Begbie, Diane, Sick Boy e Spud. Li guardo e, a voler essere sinceri, provo una strana sensazione. Un mix di spensieratezza e paranoia. La stessa che caratterizza i cinque protagonisti dell’omonimo romanzo di Irvine Welsh, soprattutto Begbie, il mio personaggio preferito. Quello folle. Quello che “si faceva di gente”. (L.D.) (Leggi di più)

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film Luca D'Ambrosio

Pillole quotidiane: quattro film da salvare

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Anche oggi, come spesso accade da diversi anni a questa parte, sono andato in uno dei negozi dell’usato della mia città. Entro, saluto la commessa e mi dirigo immediatamente verso il “reparto vinili”, se così si può chiamare, visto che i dischi rimasti sono ammucchiati incredibilmente uno sopra l’altro come se fossero dei piatti da lavare. “Che tristezza”, penso. Ciononostante sposto il primo album, il secondo, il terzo e così via, fino a quando mi accorgo che non c’è nulla di nuovo (e in buone condizioni) che possa interessarmi. Allora faccio un passo indietro e rivolgo lo sguardo verso il “reparto film”, ovvero un’enorme cesta posizionata sotto un bancone di legno su cui sono sistemati una quantità abnorme di suppellettili. Mi faccio il segno della croce, mi abbasso e mi introduco lentamente nel “reparto” evitando di dare una capocciata al bordo superiore del tavolo. Giunto in prossimità della cesta inizio, velocemente, l’attività di “rovistatore”. Nel frattempo, però, una micro zanzara ha provveduto a pungermi sul capo perfettamente glabro. “Maledetta!”, sussurro. Passano soltanto pochi secondi e già sento un lieve bruciore in prossimità della tempia destra. Mi vien voglia di grattarmi ma desisto e, imperterrito, continuo a frugare nel grosso contenitore. “Questo no, questo sì, questo mah…” Nel frattempo inizia a mancarmi il respiro; sotto quel bancone c’è così tanta polvere da restarci secco. Ancora un po’ e anch’io rischio di diventare parte integrante della chincaglieria del negozio. Faccio l’ultimo sforzo e vado avanti, cercando di non far crollare l’intero e precario ambaradan che mi sovrasta. “Ecco fatto!”, esclamo. Le conseguenze dell’amore, L’uomo delle stelle, Mediterraneo e Smoke, sono questi i film in DVD che, ancora sigillati, decido di mettere in salvo. Con non poche difficoltà indietreggio a testa bassa, con le gambe piegate e in punta di piedi. Dopo un paio di metri finalmente mi alzo e tiro un sospiro di sollievo. Tutto attorno a me sembra ancora perfettamente intatto. Allora mi incammino verso la cassa, pago la modica cifra di 4 euro ed esco dal negozio decisamente appagato. A volte basta poco per sentirsi bene. (Leggi di più)

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film Luca D'Ambrosio

Pillole quotidiane: La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

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La grande bellezza è un ambiente mondano e pieno di contraddizioni dove ipocrisia, esibizionismo, decadenza e superficialità regnano sovrani assieme allo splendore dell’arte e dell’architettura. La grande bellezza è il luogo della cultura ostentata in cui sacro e profano si mescolano grottescamente in quell’angosciante e quotidiano stillicidio che è la ricerca della verità e di se stessi. La grande bellezza è un’opera barocca e dalle tinte caravaggesche che, oltre a svelare il fascino della notte, mostra l’unica certezza della vita: la morte. La grande bellezza non è altro che un’illusione d’amore o, forse, soltanto un’altra conseguenza dell’amore. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

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film musica video

Una vita intensa: intervista (e video-intervista) a Teho Teardo

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UNA VITA INTESA: INTERVISTA A TEHO TEARDO di Luca D’Ambrosio
Teho Teardo è sicuramente uno dei compositori più originali e prolifici del panorama musicale italiano e non solo. Conosciuto per le sue celebri colonne sonore come “Il Divo”, “Gorbaciof”, “Una vita tranquilla”, “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” e “La nave dolce”, il musicista di Pordenone è sempre in piena attività creativa. Lo abbiamo fermato un istante per sapere qualcosa in più dei suoi ultimi progetti e per scoprire cosa sta bollendo in pentola… Buona lettura.
Teho-Teardo-by-Andrea-Boccalini.jpg (Leggi di più)

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film musica

Intervista a Nino Bruno

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare Nino Bruno (e le 8 Tracce), autore di uno dei brani contenuti nella colonna sonora dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, “This Must Be The Place”. Un pezzo intitolato “Every Single Moment in My Life Is a Weary Wait” che potrete ascoltare anche nel suo ultimo album intitolato “Sei Corvi Contro il Sole”. Quella che segue è una breve e interessante intervista che, oltre a svelarci alcuni retroscena del film del regista napoletano, ci consegna un musicista davvero appassionato e fuori dal comune. Buona lettura. (Leggi di più)

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film

“This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino (2011)

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Dopo una lunga e sospirata attesa ieri, finalmente, ho avuto modo di vedere l’ultimo film di Paolo Sorrentino, il primo girato in lingua inglese e con la complicità nella sceneggiatura di Umberto Contarello. L’attesa quindi era altissima, vuoi per l’apprensione che nutro per uno dei migliori registi contemporanei italiani e vuoi anche per la presenza nel cast di un personaggio del calibro di Sean Penn, che per l’occasione veste, abilmente, i panni di una decadente popstar. Un cinquantenne depresso e ansioso, o forse soltanto annoiato, che si ritrova a vivere tutte le debolezze e le conflittualità di una vita vissuta agiatamente ma senza un vera e propria personalità. Un bambino viziato che non è mai cresciuto e che, improvvisamente, si ritrova a fare i conti con se stesso e con il peggiore aspetto della vita: la morte. Tutto inizia con la notizia del padre in fin di vita, un ebreo scampato alla strage nazista con il quale Cheyenne (questo è il nome dell’icona musicale) non ha mai avuto un legame affettivo. Ecco quindi che la popostar decide di vincere tutte le sue paure iniziando un lungo viaggio che, da Dublino fino in America, lo porta alla riscoperta del papà, del passato ma soprattutto della propria identità. Forse, e scrivo forse, l’immagine che Sorrentino dà di Cheyenne è fin troppo caricaturale, molto prossima a quella di Robert Smith dei Cure ma, tutto sommato, pensandoci attentamente, va bene così, perché diversamente il film avrebbe perso quel senso surreale, romantico e cinematografico tipico del regista partenopeo. Il film si snocciola con lentezza. Una lentezza che si riflette nel lungo viaggio on the road che prende forma e velocità a metà visione, da dove escono fuori anche le belle interpretazioni di Frances McDormand (Jane), nei panni della moglie di Cheyenne, e di Judd Hirsch (il vecchio Midler) assieme a quelle delle giovani Kerry Condon (Rachel) ed Eve Hewson (Mary), quest’ultima figlia (nella realtà) di Bono Vox. Imprescindibile cameo, infine, è la presenza dell’ex Talking Heads David Byrne che, oltre a interpretare magnificamente se stesso, si occupa delle musiche del film, cantando – manco a dirlo – “This Must Be The Place”. Un’altra “piccola” meraviglia scaturita dalla fervida mente di Paolo Sorrentino. Una pellicola dai tratti ironici, commoventi e immaginifici che ha come sottofondo brani quali The Passenger di Iggy Pop, Lord I’m coming di Gavin Friday dei Virgin Prunes, Happiness di Jonsi & Alex, Charmaine di Mantovani and His Orchestra, Every Single Moment In My Life Is a Weary Wait di Nino Bruno e le 8 tracce e una cover di un pezzo di Bonnie “Prince” Billy, Lay and Love, interpretata nel film dai fantomatici e singolari Pieces of Shit. Segno di una qualità non solo cinematografica ma anche musicale. Per il resto, invece, posso soltanto dire che mi è mancato il sodalizio con Toni Servillo. Ma questa, cari lettori, è un’altra storia. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

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film musica video

A Weather – Intervista (2008)

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“Cove” è l’esordio degli A Weather, formazione di Portland (Oregon) artefice di un album di canzoni malinconiche ma estremamente intriganti, a metà strada tra folk e dream pop. Un debutto sicuramente di non facile presa per via delle sue atmosfere intense e dei suoi ritmi blandi, tuttavia, “Cove” è un disco madido di vibrante poesia e parabole sonore che potrebbero ricordare qualcosa dei Dakota Suite e L’Altra ma anche dei Kings Of Conveniece. Un gruppo che attraversa con attitudine indie certi ambienti musicali cari agli appassionati del cosiddetto New Acoustic Movement. In occasione dell’uscita discografica abbiamo preso subito la palla al balzo per fare due chiacchiare con Aaron Gerber, voce e chitarra della formazione americana. (Leggi di più)

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film libri Luca D'Ambrosio

Maurizio Blatto – L’ultimo disco dei Mohicani (2010)

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L’ultimo disco dei Mohicani è uno di quei libri che va letto non tanto per scoprire un microcosmo stravagante e sconosciuto a molti, quale quello degli appassionati di musica rock, quanto invece per capire a quale categoria di maniaci musicali si appartiene. Una sorta di autopsicoanalisi comparativa che, in parole povere, significa: a chi assomiglio? Al piastrellista in fissa per il funky e le donne di colore o al diabolico e perverso Paragonio che ha “il vizio di accostare qualsiasi artista (che ti piace) a uno (che detesti) lontano anni luce per sensibilità e caratteristiche”? All’audiofilo hardcore o a Mimmo Regghe? A Tony Locomotiva o a Renatino Punk? Ad Autolavaggio o ai gemelli Diufaus? O vi sentite proprio come Maurizio Blatto che passa intere giornate dietro il bancone ad ascoltare i racconti più disparati e bizzarri dei clienti? Insomma, di storie e di personaggi con cui confrontarsi non ne mancano. Perché Backdoor, storico negozio di dischi di Torino, è un piccolo universo fatto di veri e propri cultori musicali, più o meno folli, ma anche di improvvisati frequentatori che, varcando la porta d’ingresso, sono capaci di porre le domande più assurde di questo mondo, del tipo: “Ma Che Guevara ha fatto più niente?” oppure “Morricone era uno dei Camaleonti?” Quesiti a cui è difficile rispondere ma che ogni tanto trovano una risposta immediata e consona all’esigenza da parte di uno zelante venditore (Maurizio Blatto) che, oltre a essere armato di una santa pazienza, si rivela un attento studioso del genere umano; caratteristiche pressoché sconosciute dall’altra metà della ditta, ovvero l’austero Sig. Franco, abile contabile nonché fondatore dello storico negozio cittadino. In fondo per capire quale sarebbe stato il destino del giovane Blatto basta iniziare a leggere il primo capitolo: “Ero partito più o meno con lo stesso obiettivo: garantire assistenza. Legale, immaginavo, vista la mia laurea in Giurisprudenza. Poi le cose sono andate diversamente e, quando, con la velocità del fulmine, mi sono calato dalla finestra di uno studio specializzato in diritto del lavoro sedotto dai feedback dei Velvet Underground e impaurito dai misteri dell’usucapione, davvero non immaginavo che sarebbe diventata di carattere sanitario. Igiene mentale. Sempre l’assistenza, si intende.” Ecco quindi vedersi trasformare una laurea in legge in una laurea in psicologia e “Il bancone in un lettino psichiatrico” rendendo “Il negozio di dischi come l’Azienda Sanitaria Locale”. Narrazioni e scene estremamente esilaranti ma che, in aggiunta, sanno essere anche commoventi, almeno per chi ancora adesso si ritrova con gli occhi lucidi dopo aver ascoltato un disco o una canzone. Suggestioni, queste ultime, tipiche di uno stato mentale da paziente inguaribile in cui lo stesso Maurizio Blatto a volte sembra ritrovarcisi, se non altro per quella scelta fatta tanti anni fa che lo ha portato a condividere gioie, dolori e inquietudini dei suoi clienti. “Sono un equalizzatore più sociale che Pioneer, una sorta di terapeuta omeopatico. Curo con l’intera discografia dei Pavement (o dei Fall, se serve una punta di elettroshock)”, potrebbe riassumersi così il leitmotiv di tutti quelli che hanno deciso di lavorare in un negozio di dischi. Un lavoro dalle forti connotazioni sociali e culturali descritto magistralmente e con sferzante ironia da L’ultimo disco dei Mohicani. Un’opera prima davvero encomiabile attraverso la quale il quarantaquattrenne scrittore piemontese ha saputo riprodurre fedelmente i suoni, gli umori e gli odori quotidiani di un’amabile comunità di “psicopatici”. Poiché, come recita il sottotitolo, questo libro rivela “Tutto quello che esiste ma che non potete credere che esista nel mondo della musica rock e dei suoi seguaci (più o meno) appassionati”, e noi che l’abbiamo mandato giù quasi tutto di un fiato non possiamo che auspicarne l’acquisto. Soprattutto se siete di quelli che quando entrano in un negozio di cd e di vinili avvertite un improvviso senso di pace e di relax. (Leggi di più)

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film

Stand by me (ricordo di un’estate) di Rob Reiner (1986)

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Ci sono film che restano impressi nella memoria come se ti avessero marcato a fuoco il cervello e che, contrariamente alla semplicità del plot, mettono in evidenza una profondità narrativa fatta di discorsi e di immagini decisamente emozionanti, rispecchiando in qualche modo la propria adolescenza. (Leggi di più)

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Intervista su Qui Magazine (2009)

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