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Maurizio Blatto – L’ultimo disco dei Mohicani (2010)

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L’ultimo disco dei Mohicani è uno di quei libri che va letto non tanto per scoprire un microcosmo stravagante e sconosciuto a molti, quale quello degli appassionati di musica rock, quanto invece per capire a quale categoria di maniaci musicali si appartiene. Una sorta di autopsicoanalisi comparativa che, in parole povere, significa: a chi assomiglio? Al piastrellista in fissa per il funky e le donne di colore o al diabolico e perverso Paragonio che ha “il vizio di accostare qualsiasi artista (che ti piace) a uno (che detesti) lontano anni luce per sensibilità e caratteristiche”? All’audiofilo hardcore o a Mimmo Regghe? A Tony Locomotiva o a Renatino Punk? Ad Autolavaggio o ai gemelli Diufaus? O vi sentite proprio come Maurizio Blatto che passa intere giornate dietro il bancone ad ascoltare i racconti più disparati e bizzarri dei clienti? Insomma, di storie e di personaggi con cui confrontarsi non ne mancano. Perché Backdoor, storico negozio di dischi di Torino, è un piccolo universo fatto di veri e propri cultori musicali, più o meno folli, ma anche di improvvisati frequentatori che, varcando la porta d’ingresso, sono capaci di porre le domande più assurde di questo mondo, del tipo: “Ma Che Guevara ha fatto più niente?” oppure “Morricone era uno dei Camaleonti?” Quesiti a cui è difficile rispondere ma che ogni tanto trovano una risposta immediata e consona all’esigenza da parte di uno zelante venditore (Maurizio Blatto) che, oltre a essere armato di una santa pazienza, si rivela un attento studioso del genere umano; caratteristiche pressoché sconosciute dall’altra metà della ditta, ovvero l’austero Sig. Franco, abile contabile nonché fondatore dello storico negozio cittadino. In fondo per capire quale sarebbe stato il destino del giovane Blatto basta iniziare a leggere il primo capitolo: “Ero partito più o meno con lo stesso obiettivo: garantire assistenza. Legale, immaginavo, vista la mia laurea in Giurisprudenza. Poi le cose sono andate diversamente e, quando, con la velocità del fulmine, mi sono calato dalla finestra di uno studio specializzato in diritto del lavoro sedotto dai feedback dei Velvet Underground e impaurito dai misteri dell’usucapione, davvero non immaginavo che sarebbe diventata di carattere sanitario. Igiene mentale. Sempre l’assistenza, si intende.” Ecco quindi vedersi trasformare una laurea in legge in una laurea in psicologia e “Il bancone in un lettino psichiatrico” rendendo “Il negozio di dischi come l’Azienda Sanitaria Locale”. Narrazioni e scene estremamente esilaranti ma che, in aggiunta, sanno essere anche commoventi, almeno per chi ancora adesso si ritrova con gli occhi lucidi dopo aver ascoltato un disco o una canzone. Suggestioni, queste ultime, tipiche di uno stato mentale da paziente inguaribile in cui lo stesso Maurizio Blatto a volte sembra ritrovarcisi, se non altro per quella scelta fatta tanti anni fa che lo ha portato a condividere gioie, dolori e inquietudini dei suoi clienti. “Sono un equalizzatore più sociale che Pioneer, una sorta di terapeuta omeopatico. Curo con l’intera discografia dei Pavement (o dei Fall, se serve una punta di elettroshock)”, potrebbe riassumersi così il leitmotiv di tutti quelli che hanno deciso di lavorare in un negozio di dischi. Un lavoro dalle forti connotazioni sociali e culturali descritto magistralmente e con sferzante ironia da L’ultimo disco dei Mohicani. Un’opera prima davvero encomiabile attraverso la quale il quarantaquattrenne scrittore piemontese ha saputo riprodurre fedelmente i suoni, gli umori e gli odori quotidiani di un’amabile comunità di “psicopatici”. Poiché, come recita il sottotitolo, questo libro rivela “Tutto quello che esiste ma che non potete credere che esista nel mondo della musica rock e dei suoi seguaci (più o meno) appassionati”, e noi che l’abbiamo mandato giù quasi tutto di un fiato non possiamo che auspicarne l’acquisto. Soprattutto se siete di quelli che quando entrano in un negozio di cd e di vinili avvertite un improvviso senso di pace e di relax. (Leggi di più)

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Sam Amidon – I See The Sign (2010)

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Sam Amidon (qualche volta anche Samamidon tutto attaccato) prosegue la sua riscoperta dei brani tradizionali come già era accaduto con il precedente All is Well che così tanto ci aveva entusiasmato così tanto giusto qualche anno fa. Un album, quello del 2008, che il folksinger americano aveva interpretato e suonato magnificamente grazie anche al supporto di un gruppo di amici/musicisti davvero eccezionali tra cui Ben Frost e Nico Muhly a cui oggi, però, bisogna aggiungere il talentuoso multistrumentista Shahzad Ismaily (che vanta collaborazioni con Lou Reed, Laurie Anderson, Tom Waits, Bonnie “Prince” Billy e Jolie Holland) e la ben più famosa – nonché brava – Beth Orton che per l’occasione duetta con Sam Amidon in ben quattro brani di I See The Sign. Un lavoro, quest’ultimo, che mette in luce la sensibilità di un personaggio che continua a scavare nel passato portando in superficie storie e ricordi dell’infanzia, ma anche amori travagliati e umane rassegnazioni attraverso un sottile equilibrio esistenziale fatto di canzoni come Way Go, Willy, You Better Mind, Johanna The Row-di e Rain and Snow. Un altro disco insomma che, eccezion fatta per Relief di Robert Sylvester Kelly, ricompone e riattualizza superbamente un folklore ormai dimenticato da cui vengono fuori passaggi di una bellezza cristallina quali Pretty Fair Damsel, Kedron e Climbing High Mountains da cui si leva ancora una volta la voce toccante, elegante e soave del nostro cantastorie. Un songwriter che si muove abilmente tra folk e dream pop, tra memoria e presente, tra angoscia e lievità, capace oltretutto di osare qualcosa in più; e quel qualcosa in più non sono altro che le lievi incursioni sperimentali inserite nell’iniziale How Come That Blood e nella conclusiva (e personale) Red che spingono un po’ più in là i confini di quest’ultima meraviglia registrata in Islanda al Greenhouse Studios. Gli arrangiamenti orchestrali di archi, ottoni e fiati sono affidati come al solito all’impareggiabile Nico Muhly mentre la produzione è, per la seconda volta consecutiva, di Valgeir Sigurðsson che pubblica con la sua Bedroom Community questa nuova fatica di Sam Amidon.[1] Un altro capolavoro di grazia e leggerezza da non farsi sfuggire assolutamente. Merce sempre più rara di questi tempi. (Luca D’Ambrosio) (Leggi di più)

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Moltheni – Intervista (2007)

Moltheni - Intervista (2007)
Dopo due lavori prettamente rock come “Natura In Replay” (1999) e “Fiducia Nel Nulla Migliore” (2001), realizzati per la Cyclope Records del grande Francesco Virlinzi, e una partecipazione al Festival di Sanremo nel 2000 con il brano “Nutriente”, la carriera di Umberto Giardini (alias Moltheni) è segnata improvvisamente dalla scomparsa dell’amico Francesco che decreterà anche la fine dell’etichetta catanese Cyclope Records. Così, dopo un lungo periodo di riflessione durato quattro anni, con in mezzo un album mai pubblicato (”Forma Mentis”), nel 2005 il cantautore, nato a Sant’ Elpidio a Mare, si rimette in gioco con “Splendore Terrore”, un disco indipendente che sancisce la sua maturità artistica attraverso composizioni intense ma allo stesso tempo scheletriche. L’anno successivo è la volta di “Toilette Memoria” (2006) che, invece, lascia trapelare una latente vivacità che nel 2007 si assottiglia notevolmente attraverso le note di “Io Non Sono Come Te”, mini fatica dai toni bucolici che mette in risalto il carattere di un compositore schivo, intimista e decisamente fuori dal coro… (Leggi di più)

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Joanna Newsom – Roma, Circolo degli Artisti (23.09.2007)

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L’altra – Intervista a Joseph Costa (2007)

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Intervista su Qui Magazine (2009)

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