Intervista a Dola J. Chaplin

JDola.jpg
Sulla strada di Dola J. Chaplin (intervista di Luca D’Ambrosio)
Una fredda e piovosa notte d’inverno, all’uscita di una vecchia osteria di paese, abbiamo avuto modo di imbatterci sulla tremendous road di un giovane songwriter originario di Casalvieri (Frosinone). Il suo sguardo trasmette una sana energia. Ha una lunga barba e indossa una camicia a quadri, un paio di jeans sgualciti e un berretto nero. Si fa chiamare Dola J. Chaplin, ha vissuto a Londra e a Rochester (New York) ma da qualche mese è rientrato in Italia dove ha appena registrato il suo primo album intitolato “To The Tremendous Road” (in uscita il prossimo mese di giugno). Per quelli come noi, stanchi dei soliti discorsi, delle solite facce da aperitivi e sempre pronti a rifare le valigie, quest’incontro è una vera e propria salvezza. Abbiamo quindi preso subito la palla al balzo per fare qualche domanda al nostro folksinger, non soltanto per capire la sua musica (che poi è anche la nostra) ma anche per continuare a credere nelle nostre campagne, nel nostro vino e nelle nostre qualità creative di abitanti della valle. Insomma, una buona occasione per smettere di biasimare questa nostra amata e odiata provincia che, ancora una volta, è riuscita a sorprenderci.

DolaJ.jpg

Da dove nasce l’immaginario artistico e musicale di Dola J. Chaplin?
Dalla mia finestra, che dà sul Castello di Vicalvi.

Chi è in realtà Dola J. Chaplin e da dove viene?
Dola J. Chaplin è un luogo in cui si incontrano il frastuono, la musica e il muto, maschera di un uomo che viene dal fondo di un barile o di una chitarra.

“To The Tremendous Road” è il tuo disco d’esordio. Com’è nasce e da dove prendono spunto titolo e canzoni?
Nasce da quella finestra che ti ho detto prima e lì probabilmente finirà. Passa attraverso persone e luoghi che mi spingono a scrivere delle emozioni. “To The Tremendous Road” è un titolo ambivalente che della strada racconta sia la felicità sia la tragedia.

Quali sono state le tue esperienze prima di questo album?
Da quando avevo sedici anni ho suonato in vari gruppi. Poi ho lavorato con Roberto Cervi a un disco che ha avuto una piccola tiratura per un’etichetta Death Metal svedese, la Salute Records. Il nome di quel progetto era Al Black. E ora sono giunto a intraprendere questo nuovo viaggio.

Il fatto di cantare in inglese e non in italiano, è stato una scelta naturale o ragionata?
L’inglese è per una necessità di comunicazione, infatti ho viaggiato e suonato soprattutto in paesi anglofoni. Poi anche in Italia e nel mondo una buona parte delle persone parla inglese: così spero che il mio lavoro possa raggiungere il maggior numero possibile di persone. Mi piace ripetere che l’italiano è la mia lingua madre, ma delle cose sono troppo intime per dirle alla propria mamma.

Nel disco c’è anche la partecipazione di Emma Tricca. Com’è nata l’amicizia e la collaborazione?
Mi ha colpito molto il suo disco Minor White e la sua voce, così luccicante che quasi si spezza. Ho pensato di contattarla, mi ha risposto affettuosamente e la ringrazio di cuore per aver arricchito così tanto “To The Tremendous Road”.

Poi ho letto anche che alcune delle tue canzoni sono state utilizzate per un lavoro cinematografico intitolato “The Last Capitalist” del regista e sceneggiatore Enrico Bernard. Ti va di raccontarci qualcosa a tal proposito?
Ho conosciuto Enrico a Rochester, NY. Una sera mi ha sentito suonare e dopo qualche tempo mi ha contattato per una collaborazione a questo suo film. Sono stato molto lusingato, vista la sua carriera. La mia etichetta gli ha spedito delle demo del disco che poi lui ha utilizzato per il suo film.

Cosa conservi gelosamente delle tue esperienze precedenti all’estero, ovvero negli Stati Uniti d’America e in Inghilterra?
Conservo tutto così gelosamente che non posso dirtelo a parole, altrimenti svelerei, sia a te che a me stesso, il senso delle canzoni.

Tornando in Italia cosa, invece, hai trovato (o ritrovato) di particolarmente entusiasmante dal punto di vista artistico e musicale?
L’entusiasmo di dover coltivare un terreno un po’ arido.

Cosa ti piace di questo tuo primo lavoro?
Mi piace perché è ingenuo e acerbo. È lo stesso motivo per il quale non mi piace.

Cosa invece rifaresti col senno di poi?
Beh, tutto, ma sarebbe un altro disco. Finito quello, sicuramente rifarei tutto di nuovo.

A questo punto, la domanda è di rito: ci sono già altre canzoni nel cassetto?
Sì, ho già il secondo disco scritto nel cassetto. Sto lavorando a quello che sarà il suo proprio suono. Per ora.

Foto di Arianna Fiore

Condividi su FB / Share on FB

Clicca per votare questo articolo!
[Voti: 0 Media: 0]

Se vuoi segnalarci un errore o dirci qualcosa, utilizza questo form. Se invece ti piace quello che facciamo, clicca qui e supportaci con una piccola donazione via PayPal, oppure acquista su Amazon il nostro utile quaderno degli appunti. Grazie.