Intervista a Endi: l’Italia indie dell’hip hop

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Endi è un rapper nostrano ma internazionale nei modi (non nella lingua). Ci vorrebbe la felicità è il titolo del suo nuovo lavoro discografico che vede la collaborazione di Martino Cuman e Glori B. Vega. Un disco lanciato da grandi network con il video “I Love Bombolone” che a dispetto delle apparenze goliardiche e superficialmente di plastica, tra le righe nasconde la denuncia e il disagio di una nuova tangentopoli, latente e di ben altre proporzioni. Un musicista che, sfondando il muro dell’indie, sta mettendo piede nel mainstream. Incontro Endi a stretto giro di mail e ciò che segue è il risultato di un breve scambio di battute. Buona lettura.

Intervista a Endi di Alessandro Riva
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Metriche e parole. Qual è il segreto per fare un buon mix, tra messaggio verbale e sonorità musicale?
Le parole per me hanno molta importanza, anche se il mio modo di scrivere e il mio approccio sono molto semplici. Cerco sempre di nascondere qualcosa di profondo attraverso la semplicità. Il segreto è quello di dire qualcosa di concreto sviluppando poche parole definite, il tutto con la giusta atmosfera musicale. Con poche parole si possono dire grandi cose.

Crisi sociale o crisi economica? Dal tuo disco direi che appartieni più alla scuola di pensiero del primo tipo…
Crisi di verità. Sono per i valori e per l’emozioni reali, vissute sulla pelle, per la verità e l’amore, non vivo per i soldi e non per il materiale fine a se stesso.

Il rap è sempre visto come movimento di ribellione e di rivoluzione. Oggi cos’è rimasto di quei centri sociali e dei quartieri che vi ospitavano?
Se ami l’hip hop vai a ricercare tutto quello che è questa cultura. Quindi vai a ricercare quello che c’è nel profondo e riscopri certi valori. Oggi l’hip hop è molto cambiato, è più dentro noi che al di fuori. I tempi sono cambiati e quello che ci viene trasmesso di hip hop non ha niente. L’hip hop è dentro di noi.

Un nuovo disco, il quinto di una serie lunga ormai cinque anni. Qual è la prima grande differenza rispetto al tuo esordio che si intitolava “Capro Espiatorio”?
Il modo di scrivere, il modo di comunicare, il modo di realizzare canzoni. Tutto, la differenza è netta. “Capro espiatorio” è un primo demo delle mie prime registrazioni fatte in cameretta. Oggi faccio musica come dio comanda.

Endi e i suoi artisti di riferimento. Chi vogliamo citare per dare un orientamento alla tua crescita artistica?
I miei artisti di riferimento sono legati, se parliamo di hip hop, ad artisti e gruppi degli anni ‘90. Per citare alcuni: Sottotono, Articolo 31, Esa, Maku Go. Poi se vogliamo tornare indietro al di fuori dell’hip hop mi porto anche Rino Gaetano e Giorgio Gaber.

Dalla scena indie al pop. Nel tuo disco ci sono molti punti di contatto con panorami musicali più “popolari”. Una scelta discografica, di comunicazione o di gusto?
Un po’ tutte e due. Sia comunicazione perché comunque c’è tanta musica, e la gente si stufa di ascoltare tutto, quindi ho sviluppato concetti profondi in modo semplice e diretto. E il gusto va per l’amore per la musica che ti sprona nel realizzare canzoni che possono essere definite tali.



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