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«Discorsi sulla musica» con Gianni Maroccolo

Quarto appuntamento con il nostro ciclo di interviste dal titolo «Discorsi sulla musica». A rispondere questa volta è il musicista e produttore Gianni Maroccolo.

Prosegue alacremente il nostro ciclo di interviste ai principali artisti della scena musicale italiana dal titolo «Discorsi sulla musica».

Questa volta a rispondere alle “solite” domande di Luca D’Ambrosio è il musicista e produttore Gianni Maroccolo. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Gianni Maroccolo © di Luca D’Ambrosio

Gianni Maroccolo (foto di Alex Fontaine)
Gianni Maroccolo (foto di Alex Fontaine)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Sinceramente non ricordo il momento in cui è accaduto. Devo dire che il mio rapporto con la musica è sempre stato (ed è) legato alla passione. Ho iniziato a suonare da piccolo per gioco e per curiosità, poi i primi gruppetti, ma non desideravo né sognavo di fare il musicista. Volevo fare il marinaio e studiavo sperando di finire il prima possibile per imbarcarmi. Nel frattempo, coltivavo la mia passione per la musica suonando e ascoltando dischi o andando a qualsiasi concerto capitasse dalle mie parti. Per quanto banale possa apparire credo siano stati la musica e la vita a scegliere per me. Erano i tempi di 17 RE e insieme ai Litfiba giravamo la Francia in tour e per la prima volta ho pensato che forse la musica potesse diventare il mio mestiere. Sono andato avanti per anni e tutto si è manifestato naturalmente. Solo da qualche tempo mi sto rendendo conto di quanta abbia suonato e prodotto in questi anni e, tutto sommato, di quanto sia stato fortunato.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Non ricordo difficoltà particolarmente complesse se non quelle legate all’incertezza e alla sostenibilità economica. Per il resto, tanta gavetta, ore di furgone, lavori di ogni tipo per poter continuare a suonare, molte ore in cantina a provare.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?
Ne ricordo due. Il mio primo basso, avrò avuto sì e no 12 anni. Marca “Saint Louis”, un’improbabile imitazione del diavoletto Gibson. E poi, il primo concerto con i Litfiba alla Rokkoteca Brighton.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?
A me sembrano le stesse di sempre. Certo, i mutamenti modificano una serie di aspetti che ruotano intorno ai musicisti. Si può produrre un disco a casa, sono arrivati web e social, YouTube, Spotify. Stesse difficoltà ad emergere e a suonare dal vivo. I supporti non esistono quasi più e la musica è diventata liquida e circola diversamente. Le major non fanno più ricerca, sono nati talent e contest, ma insomma, credo che oggi come quando ho iniziato io, il problema sia quello di comprendere il contesto temporale e sociale in cui si trova a fare musica e, di conseguenza, scegliere il percorso per ritagliarsi un piccolo spazio proponendo ciò in cui si crede. Io devo molto al decennio vissuto con i Litfiba e ricordo bene che in fondo fummo aiutati non poco anche noi da un contest organizzato da Rai e Arci: il festival rock di Bologna. Partecipammo e sorprendentemente, lo vincemmo.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Non saprei. Dipende dalla lontananza generazionale tra i due, dall’apertura mentale dell’artista affermato, dalla curiosità – di chi invece muove i primi passi – di sapersi “cibare” anche del passato, per formarsi musicalmente e culturalmente e poter, quindi, sapere scegliere il proprio percorso artistico e di vita.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

C’è sempre qualcosa di positivo. La musica ci rende esseri umani migliori, ci permette ancora di poter condividere stati d’animo, pensieri, idee, ci aiuta a formarci caratterialmente. In questo senso, forse oggi avrà un po’ perso il grande potere che ebbe in passato quando creava aggregazione collettiva e protesta, ma fare musica ci permette di avere a che fare con la vita sociale e culturale dei nostri tempi.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

Sono social da tempi non sospetti. È dai tempi del C.P.I. (ndr, Consorzio Produttori Indipendenti). Ho iniziato dalle BBS (ndr, Bulletin Board System) e ho vissuto tutta l’evoluzione fino ai giorni nostri (Newsgroups, Chat, Forum, Myspace, Vitaminic…). Continuo a mantenere un rapporto diretto (non filtrato e non gestito da social media manager) con chi è appassionato della mia musica e della musica a tutto tondo. E poi sono sempre stato curioso e desideroso di comprendere il contesto in cui vivo. Ho da sempre il terrore di sentirmi tagliato fuori dal tempo e quindi cerco di studiare e di comprendere dove la vita mi sta portando. Ho vissuto la musica, anche dal punto di vista tecnologico, iniziando a registrarla e produrla con dei registratori a nastro a due tracce, per poi passare ai Fostex a cassetta 4 tracce. Poi mi sono ritrovato in studio con dei gran nastri analogici, mixer valvolari, sintetizzatori modulari anch’essi analogici, per infine passare alle prime registrazioni digitali, ai Dat, alla nascita del CD, fino a ritrovarmi oggi a produrre musica con dei computer. E credimi, è stato ed è bellissimo.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Una delle più nobili e bistrattate forme d’arte e di espressione.

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Suicide, Philip Glass, Steve Reich, Tuxedomoon, Robert Wyatt, Frank Zappa, Residents, Mark Hollis, Tangerine Dream, Joy Division, Morphine, Talking Heads, Pere Ubu, Brian Eno e Franco Battiato sono i primi che mi vengo in mente.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Grazie al cielo, credo di essermi emancipato dal pregiudizio da un bel po’. La curiosità, che spesso nella musica si trasforma nel desiderio di sperimentare, è fondamentale, così come lo è anche l’Arte dell’incontro.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

I pregiudizi, appunto. Ma anche la presunzione di chi pensa di possedere verità assolute che poi, nella musica, davvero non ci sono regole. Della critica sopporto a stento il voler continuamente associare un disco o un musicista ad altri.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non so risponderti. Generi musicali, stili, categorie, beh, proprio non mi appartengono.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Concedimene due dato che sono giurassico. 17 RE con i Litfiba, per il passato. Per il presente: VdB23/Nulla è andato perso con Claudio Rocchi.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Non credo esista una manuale o un tutorial che possa aiutare chi decide di fare musica nel ricercare e trovare la propria ragion d’essere. Io ho sempre proceduto al “contrario”, ovvero partendo da tutto ciò che a me non interessava della musica e di ciò che vi ruota intorno. A forza di scartare ho trovato la mia identità, ma sinceramente, non ho mai fatto scelte nella speranza che tale identità fosse riconosciuta e apprezzata. Spesso è accaduto, altre volte no. E poi credo che un musicista non debba provare a scegliersi un certo tipo di pubblico. Sono le persone e gli appassionati di musica che ti scelgono e non viceversa.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Non credo. Non mi ritengo un artista, ma ho sempre pensato che le conferme debbano essere ricercate in noi stessi. Quando ci stupiamo, ci emozioniamo e ci sorprendiamo di noi stessi, immagino che vi siano buone possibilità che questo possa accadere ed essere condiviso anche da parte di chi ci ascolta.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Non mi ritengo un personaggio pubblico o perlomeno, ciò che sono nel privato non differisce da ciò che sono pubblicamente. In ogni caso, non mi ritengo famoso né tantomeno popolare, e procedo sempre in modo istintivo e sincero. Se ho voglia di esserci, ci sono. In caso contrario, sparisco. Faccio di tutto per essere imprevedibile e procedo per istinto. E non sopporto chi mi dice che sarebbe meglio fare una cosa perché tutti la fanno. Odio le regole e le ovvietà, come diceva Claudio (ndr, Rocchi). È troppo bello lasciarsi alle spalle il noto per scoprire e vivere l’ignoto.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Di trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che si è. Spesso si fa l’errore di collegare il talento al successo o alla genialità.

Hai mai pensato di smettere?

In passato è accaduto una sola volta. E non credo si ripeterà. Non smetterò mai di fare musica. Potrebbe invece accadere che possa smettere di suonare dal vivo. Vedremo.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Vorrei tanto scrivere una Messa da Requiem per soli bassi e synth. Troppo costoso, però.

Dove sta andando la musica?

Non ne ho idea, ma è viva.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

Le difficoltà, anche quelle più tremende vanno accettate e affrontate tirando fuori il meglio di noi. Possibilmente senza il terrore di perdere qualcuno o qualcosa. Come tutti ho vissuto momenti terribili e condiviso incertezze e problemi economici, ma non mi sono mai perso d’animo. Ho continuato a vivere e a fare il mio dovere realizzando che in fondo il Covid stava solo accelerando un radicale cambiamento epocale in atto già da tempo. Personalmente, non penso che tutto tornerà come prima quando la pandemia finirà. La storia ci insegna che dopo ogni grande mutazione la vita sarà diversa e che non si tornerà al passato. Non so come sarà, non riesco a prevederlo, ma spero che non sia necessariamente peggiore di ciò che ci stiamo lasciando alle spalle. Tornando ai primi mesi della pandemia ricordo che l’unica volontà è stata quella di continuare a vivere e andare avanti. In quei giorni ho pensato che non potevamo permetterci di rimanere “in apnea”, in attesa che tutto ripartisse. Io e Edda, quindi, abbiamo fatto un disco e lo abbiamo regalato (ndr, Noio; volevam suonar). E poi ho pubblicato il quarto volume di Alone. In questo momento in cui tutti “ripartono” ho invece scelto di fermarmi un attimo e riposarmi.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Perché me lo hai chiesto tu.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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