Pub Rock: musica per pochi

Con il pub rock si creò una dimensione culturale più umana, o meglio, a misura d'uomo, dove il pubblico poteva interagire con l'artista, generando un'atmosfera intima e, per questo, unica e irripetibile.

A partire dal 1972 iniziò a svilupparsi a Londra la scena pub rock, che nasceva in contrapposizione alla musica mainstream dell’epoca, o perlomeno alla musica più in voga negli anni ’70 (glam rock, prog rock, hard rock).

Una scena musicale che attingeva dalle vecchie e classiche forme musicali (blues, r&b, rock and roll) e che prese piede appunto nei pub, locali pubblici dove si poteva bere e allo stesso tempo ascoltare anche musica dal vivo.

Con il pub rock, quindi, si creò una dimensione culturale più umana, o meglio, a misura d’uomo, dove il pubblico poteva interagire con l’artista, generando un’atmosfera intima e, per questo, unica e irripetibile.

Il concetto di “piccolo è bello” era dunque la condizione ideale, se non addirittura essenziale, per vivere la musica live, sia dal punto di vista dell’artista (esecutore) che dell’ascoltatore (fruitore).

Per l’amante di questo genere il problema era quando il gruppo o il cantante diventava famoso, perché si perdeva il contatto con il pubblico originario.

Tra gli artisti di riferimento del pub rock ricordiamo – tra i tanti – Bees Make Honey, Brinsley Schwarz, Dr. Feelgood, Ian Dury, Ace, Eddie and the Hot Rods e Duck De Lux che, tranne qualche rara eccezione come nel caso di Stupidity dei Dr. Feelgood, vendevamo pochissimi album.

L’avvento del punk nella seconda metà degli anni Settanta sottolineò alcuni aspetti antiquati del pub rock, quali la mancanza di dinamismo nella performance e il rifiuto delle tradizioni. (Antonio Tabuschieri)

Bees Make Honey – play Caldonia at the Nag’s Head

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