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«Discorsi sulla musica» con Amerigo Verardi

Protagonista del quinto appuntamento di «Discorsi sulla musica» è il cantautore e produttore Amerigo Verardi.

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Prosegue a tamburo battente e con grande interesse il nostro nuovo ciclo di interviste ai principali artisti della scena musicale italiana dal titolo «Discorsi sulla musica».

Questa volta a rispondere alle consuete domande di Luca D’Ambrosio è il cantautore e produttore Amerigo Verardi. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Amerigo Verardi © di Luca D’Ambrosio

Amerigo Verardi
Amerigo Verardi

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

La musica è nella mia testa e nel mio cuore fin da quando conservo i più lontani ricordi, e non saprei proprio indicarne la provenienza visto che in casa mia nessuno era musicista e nessuno ascoltava dischi. Forse arriva da una vita precedente, chissà! L’unica decisione chiara che ricordo, in merito, fu quella di pregare mio padre di regalarmi una chitarra elettrica, mezz’ora dopo aver scoperto i Rolling Stones di Brian Jones. Avevo 11 anni, e già mi esercitavo da qualche anno facendo finta di suonare, davanti allo specchio. È una fortuna sapere fin da subito quello che devi fare.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Non saper suonare né cantare. Una difficoltà che sento sempre attuale.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

Il profumo della libertà e delle canzoni nei miei primi anni di università a Bologna.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

In generale direi la progressiva e cronica mancanza di sensibilità e intelligenza dei nostri rappresentanti politici nel non riuscire a considerare le arti né come fonte di ricchezza economica né come mezzo per ottenere l’arricchimento culturale e spirituale degli italiani. Beh, ma giustamente, perché magari ai governanti non interessa affatto gestire un popolo più illuminato, più raffinato, e in grado quindi di qualificarli in un batter d’occhio come i mediocri buffoni che spesso sono. A questa enorme disgrazia che ci sta facendo diventare uno dei Paesi più stupidi e ignoranti del pianeta, aggiungerei i due sempreverdi e invalicabili baluardi che con sempre più accanimento si pongono fra noi e la libera circolazione dell’arte, della cultura e delle idee: la burocrazia e la SIAE. Sempre con rispetto parlando, ci mancherebbe, baciamo le mani, benediciamo i permessi, compiliamo il borderò!

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Se così non fosse, almeno uno dei due avrebbe bisogno di uno psicologo.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Per quel che mi riguarda è indubbiamente il fatto di essere ancora qui a farla.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

“Social” per me vuol dire essenzialmente pubblicare qualche post su Facebook per promuovere la mia attività o quella di qualche amico o collega che stimo, oppure per esprimere insofferenza verso qualche ingiustizia o in rari casi per stigmatizzare l’operato di qualche politico arrogante che talvolta tende a ragionare un po’ troppo da suino e se ne compiace anche. Eh sì, non riesco a non reagire, e so che può sembrare stupido farlo, ma certe cose mi fanno proprio arrabbiare. Per ciò che riguarda il “Tecnologico”, invece, per me è principalmente l’utilizzo che faccio di alcuni strumenti, hardware e software, per realizzare la mia musica. In realtà è un approccio trasversale, perché da un lato cerco di “umanizzare” ogni processo digitale e numerico, mentre dall’altro c’è che sono proprio un musicista istintivo e inguaribilmente naif. Penso sia un’attitudine che emerge in qualche modo dagli ultimi due album che ho realizzato.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

La considero un linguaggio sacro, potente, misterioso, affascinante, e allo stesso tempo follemente divertente. Praticato con consapevolezza, può salvare la nostra vita. Praticato regolarmente, e da tutti, potrebbe salvare il nostro mondo.

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?
Oh, Luca, sarebbero davvero troppi da elencare! Ho amato e amo così tanta musica… No, non sono in grado di scrivere una lista limitata a pochi nomi o titoli. Certo, a livello compositivo l’ispirazione iniziale più grande mi è arrivata dai Beatles e da Syd Barrett. Ma ci sono tanti altri mondi che ho assorbito nel tempo. Penso che in buona parte una lista più ampia si possa dedurre da ciò che ho registrato negli ultimi trentacinque anni.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

La curiosità ti porta alla ricerca, l’assenza di pregiudizio ti permette di arrivare molto più lontano godendo di ogni singolo momento.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

Beh, di cose sgradevoli ne ho viste e me ne sono capitate tante, e direi che quasi tutte fanno sommamente capo a quella che potremmo definire una “mancanza di rispetto”. Ma certe difficoltà le puoi incontrare in qualsiasi ambiente lavorativo. In generale, quello musicale lo reputo uno dei migliori ambienti in cui si possa avere la fortuna di muoversi e di operare.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Quando i Doors facevano dal vivo “The celebration of the lizard”, che genere musicale era?

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

“Un sogno di Maila”.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

A prescindere dal genio cromosomico di cui ognuno dispone e che costituisce la base unica e originale su cui si costruisce qualsiasi processo evolutivo e quindi creativo, penso che la formazione di un’identità artistica possa partire dalla conoscenza di sé e possa svilupparsi attraverso l’istinto che porta ad individuare e imitare i propri Maestri, all’inizio prevalentemente nella forma estetica della loro arte e in seguito soprattutto nello spirito che li ha guidati. Ma l’imprevedibilità delle traiettorie umane e di quelle celesti lascia spazio a qualunque altra risposta.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Un artista è giusto si muova da altri presupposti e altre necessità, però è fuori discussione che anche la gratificazione possa rappresentare un ingrediente utile alla crescita e all’evoluzione. Credo sia importante mantenere un ragionevole distacco sia dai complimenti che dalle critiche negative, ma riservandoci in entrambi i casi un minimo ragionamento sul perché li abbiamo ricevuti.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Non sono e non mi ritengo un personaggio pubblico, e quindi non mi pongo affatto il problema di presenziare o scomparire. Io SONO, e basta.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Di mentire a se stesso.

Hai mai pensato di smettere?

Qualche volta vorrei più che altro smettere di pensare.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Vorrei che tutti potessero provare consapevolmente almeno una volta l’ebbrezza di uno stato di grazia.

Dove sta andando la musica?

Nella stessa direzione in cui stanno andando gli esseri umani. Ma almeno ci va suonando.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista? Mi racconti qualcosa?

È tutto completamente surreale e così difficile da commentare… La paura del contagio, la libertà vigilata, la segregazione, il vedere ogni giorno tutti quei poveri morti… Non riesco a dire molto, se non che ancora una volta la musica mi ha aiutato a non focalizzarmi su pensieri negativi. D’altronde l’orrore si consuma al mondo ogni giorno, ed era così anche prima della pandemia. Non è forse orrore il coltivare l’egoismo, la violenza e la sopraffazione, incuranti del male profondo che procuriamo alle altre persone, soprattutto ai più deboli, agli animali e all’intero pianeta? Avremmo davvero bisogno di essere portati su un altro piano, su un piano che compete alla nostra vera essenza. Un piano di bellezza, di coscienza, di altruismo e di spiritualità, dove però non ci si tiri indietro davanti alla quotidiana battaglia per difendere con i denti questi valori.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Perché so da dove vengono, e perché ero curioso di vedere dove mi avrebbero portato.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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