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The War On Drugs – Slave Ambient (2011)

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L’ultima fatica dei War on Drugs è qualcosa di estremamente emozionante, soprattutto per chi, nonostante sia cresciuto a suon di Springsteen, Dylan e Petty, non ha mai perso il piacere della scoperta. Ecco quindi che Slave Ambient si rivela il disco giusto nel momento giusto. Il classico album che ti fa fare un salto indietro nella memoria ma anche un salto avanti nel futuro. Adam Granduciel e soci questa volta ci riescono alla grande, mettendo su un lavoro che unisce abilmente il rock mainstream, quello fatto di belle melodie e sentimenti, con quello underground e alternativo di cui ormai non possiamo più fare a meno. Dodici belle canzoni che travolgono, commuovono e riempiono il cuore di suggestioni e di turbamenti e che ci lasciano con il fiato sospeso. Da Best Nights alla conclusiva Blackwater quelli realizzati dai War on Drugs sono brani di una bellezza cristallina che uniscono folk, pop, rock e porzioni ben spalmate di beat e psichedelia. Perle assolute di cantautorato moderno e visioni nostalgiche (Brothers, I Was There e It’s Your Destiny), ma anche passaggi sperimentali come, per esempio, The Animator, Come For It, Original Slave e City Reprise che, più di ogni altra, sembrano drogarsi di atmosfere shoegaze e disturbi noise. Splendide anche Come to the City e Baby Missiles che confermano la qualità di questo nuovo lavoro della formazione americana (Philadelphia, Pennsylvania) che, ascolto dopo ascolto, dà sempre più l’impressione di unire certe cose di Bruce Springsteen, Bob Dylan e Tom Petty con quelle di band quali Ride, Slowdive e My Bloody Valentine. Il risultato è strepitoso e, parafrasando Jon Landau, possiamo tranquillamente affermare che “abbiamo visto il futuro dell’indie rock e il suo nome è The War On Drugs”. Uno dei miei 10 dischi del 2011. (Luca D’Ambrosio)

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I miei dischi preferiti del 2011 (10+10+5)

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Ecco i miei dischi preferiti del 2011.

I primi dieci

Bon IverS.T.
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The War On DrugsSlave Ambient
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WilcoThe Whole Love
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Gruff RhysHotel Shampoo
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J MascisSeveral Shades of Why
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PJ HarveyLet England Shake
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William FitzsimmonsGold In The Shadow
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The Sand BandAll Through The Night
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The Underground YouthDelirium
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Sound Of RumBalance
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I secondi dieci

Josh T. PearsonLast of the Country Gentlemen
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David LoweryThe Palace Guards
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The WalkaboutsTravels In The Dustland
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The DonkeysBorn With Stripes
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The VaccinesWhat Did You Expect From The Vaccines?
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The Felice BrothersCelebration, Florida
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Marianne FaithfullHorses And High Heels
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Chad VanGaalenDiaper Island
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FinkPerfect Darkness
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Comet GainHowl Of The Lonely Crowd
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5 for extra time

Washed OutWithin And Without
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Work DrugsAurora Lies
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Sea PinksDead Seas

Middle BrotherS.T.
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2562Fever
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musica

The Vaccines – What Did You Expect From The Vaccines? (2011)

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Di riferimenti new wave e in particolar modo post-punk dentro il debutto dei Vaccines ce ne sono così tanti da farci girare la testa. Fortunatamente però Justin Young e soci hanno le idee ben chiare e nel giro di poco più di trentacinque minuti riescono a metterle in ordine, realizzando un’opera prima estremamente folgorante che va al di là del semplice esercizio di stile o del solito revival di fine anni ’70 e inizi anni ’80. What Did You Expect From The Vaccines? è difatti uno dei più bei “dischetti” del 2011 che ci sia capitato di ascoltare, e non siamo di certo i primi a dirlo visto che è riuscito a conquistare in pochissimo tempo classifiche e critiche positive un po’ ovunque. Trattasi infatti di roba orecchiabile e “già sentita”, tuttavia degna degli esordi di gruppi come Strokes, Franz Ferdinand, Fanfarlo, Pains Of Being Of Pure At Heart e Motorama ma anche dei migliori lavori a firma Interpol e National, così, giusto per farci un’idea. Quello dei britannici Vaccines è un background culturale che affonda le proprie radici in quel fertilissimo substrato musicale composto dai Joy Division, gli Smiths, i Jesus and Mary Chain e persino i Clash e i Ramones, e il risultato è a dir poco sorprendente. Eccezion fatta per la traccia fantasma Who are you (unica ballata acustica dell’intero lavoro), quelle messe in lista dalla formazione londinese sono undici irresistibili hit da ascoltare in ogni luogo (in macchina, in casa, in cantina, in discoteca, al pub, al bar, in metropolitana…) ma soprattutto quando avvertite il desiderio di non pensare a una benemerita mazza. Un album che ha la capacità di liberare la mente e il corpo attraverso canzoni di “primo pelo” che non hanno alcuna presunzione se non quella di sputare fuori rabbia, amore e sentimento ma più di ogni altra cosa quella “stramaledetta” voglia di suonare e di divertirsi, a partire dall’iniziale Wreckin’ Bar (Ra Ra Ra) fatta di coretti sixties, chitarre elettriche e un incalzante quanto fulminante incedere di batteria. Un brano che schiude la strada a frammenti deflagranti come If You Wanna e Nørgaard che difficilmente non riuscirete a canticchiare o a ballare, neanche se vi dovessero imbavagliare o legare le mani e i piedi. Insomma, per farla breve, What Did You Expect From The Vaccines? è un disco da tenere sempre a portata di mano e da ascoltare specialmente nei momenti di “scazzo totale”, anche quando i vostri amici più indie vi faranno notare che lo stanno passando mattina e sera su Virgin Radio, perché basterà dire loro: “Beh, ragazzi, cosa vi aspettavate dai Vaccines?” (Luca D’Ambrosio)



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La mia intervista a Paul Heaton degli Housemartins

Per restare in termini calcistici, quella realizzata dagli Housemartins fu una doppietta bruciante che mandò in visibilio il pubblico e la critica degli anni ’80.

Erano gli anni di Margaret Hilda Thatcher e di “The Power Of Love”, e Paul Heaton decise di dare uno scossone al Sistema mettendo su una delle formazioni più piacevolmente rivoltose della scena pop/rock inglese di quel periodo.

Prima con London 0 Hull 4 (1986) e poi con The People Who Grinned Themselves to Death (1987), gli Housemartins riuscirono, nel giro di appena tre anni, a realizzare una miscela tanto intima quanto esplosiva di musica e ideali. Parlarono infatti di Dio, di politica e di società in maniera ironica e allo stesso tempo profonda e commovente, senza però mai cadere nella banalità. Insomma: un “uno-due” che lasciò senza fiato moltissimi di noi.

Venne poi il 1988, l’anno del premeditato scioglimento, e la formazione di Kingston upon Hull (Inghliterra) chiuse definitivamente con quell’esperienza, lasciando un piccolo vuoto nei nostri cuori.

Un vuoto che, a distanza di tanti anni, abbiamo cercato di colmare attraverso questa intervista a Paul David Heaton che, con la solita acutezza, ci ha raccontato qualcosa di quell’epoca, degli Housemartins e anche di oggi.

Intervista a Paul David Heaton degli Housemartins di Luca D’Ambrosio

Intervista a Paul Heaton degli Housemartins
Erano gli anni di “The Power Of Love” e della Thatcher, la “Lady di Ferro”. Proprio in quel periodo a Hull, in Inghilterra, nacque la vostra band: chi erano gli Housemartins e perché quel nome?
Eravamo un gruppo di agitatori comunisti. Il nome è stato preso da Peter Tinniswood (autore preferito di Paul Heaton, ndr) che tendeva a usare la migrazione di questo uccello (il balestruccio, ndr) per segnare i passaggi delle stagioni.

Prima degli Housemartins cosa facevi e da che tipo di famiglia venivi?
Ho lasciato la scuola senza qualifiche e sono andato dritto a lavorare come impiegato in un ufficio. La storia della mia famiglia ruotava intorno al mio papà, Horace. Lui ha fatto bene per se stesso ma ha rifiutato di tutelare i propri interessi. Questo significa che, anche se abbiamo avuto i soldi, li abbiamo spesi tutti per la casa, le vacanze e il calcio e nulla è stato fatto per l’istruzione, la salute e il guadagno finanziario.

Com’era la vita in Inghilterra negli anni ’80, soprattutto in periferia?
Felice e piena di musica, ma ho vissuto in città a partire dal 1983.

Qual era la vostra visione del mondo? La stessa di oggi?
L’Internazionale Socialista avrà sempre più senso e funzionerà meglio del capitalismo. Ora si sta scoprendo tutto questo in Italia!

Che genere di musica ascoltavi in quel periodo?
Gospel, New Wave, Hip Hop, Detroit House, English Pop, Reggae, Blues, Country, Soul. Tutto tranne Heavy Metal!

Ora, invece, cosa ascolti?
Più di quanto abbia detto prima. Aggiungici la Musica Classica, un po’ di World Music e il Rockabilly.

Chi scoprì gli Housemartins e chi offrì loro un contratto? Ci puoi dire brevemente come accadde?
Un uomo di nome Bruce Craigie venne a vederci in un posto chiamato Hope and Anchor a Londra. A quei tempi lui lavorava alla Chrysalis Records, ma chiamò Andy MacDonald della “Go! Discs” pensando che la sua etichetta sarebbe stata più adatta.

Quali furono le tue emozioni?
Mi fece piacere, ma non come quando ottenemmo il nostro primo passaggio nel programma radiofonico di John Peel!

Ti sentivi parte del sistema o una voce fuori dal coro?
Una voce solitaria nel sistema. Ecco come mi sentivo.

Cosa significò per voi “Flag Day”?
La possibilità di mettere un po’ di odio nella schifosa borsa reale.

Mentre ora?
La stessa cosa. Ogni sillaba di quella canzone ci ha dato ragione. La carità è per quella parte della comunità che si sente in colpa per le tasse.

“London 0 Hull 4”, il vostro debutto, cosa significava per gli Housemartins?
Significava fottiti, da nord a sud.

Quindi, cos’era per te quel disco?
La possibilità di dire la mia.

Ti piace ancora giocare a calcio? La passione è la stessa che si percepisce guardando quel simpatico videoclip trovato in rete con sottofondo “We’re Not Deep”?
Ho giocato a calcio per tutta la mia vita dai 4 anni ai 40 anni. Ora sono “allenatore” (parola detta in italiano, ndr).

Com’è cambiato il calcio e com’è cambiata l’Inghilterra?
L’Inghilterra è cambiata nello stesso modo in cui è cambiato il calcio. Se la gente inglese potesse sentire le stesse negatività che sente per Carlos Tevez (attuale attaccante del Manchester City, ndr) e trasferirle ai politici e ai banchieri noi potremmo assistere a una grande rivoluzione in questo paese.

Cosa ti manca e cosa non ti manca del passato?
Non mi manca nulla, a parte le patatine e John Peel.

Invece, cosa ti piace e cosa non ti piace di questo periodo?
Guarderemo a questo periodo come “L’età dell’idiota”. Ci si può sentire rispettati solo perché hai una grande macchina, una “bocca grande” e un paio di pantaloni costosi?

Poi venne “The People Who Grinned Themselves To Death”, un album vivace ma con dei testi più profondi, ironici e romantici del precedente. Mi dici qualcosa su questo secondo e ultimo lavoro in studio?
I testi sono un po’ più complessi così come il tema delle canzoni. Questo secondo album ha più senso dell’umorismo rispetto al primo. Il titolo si basa sulla canzone, che è antimonarchica. Ho sentito che il mondo stava per cambiare.

“Build” è la mia preferita di quel disco. Bello anche il videoclip. Una canzone di “romantica protesta”. La domanda è sempre la stessa: può la musica cambiare, in meglio, il mondo?
La musica può cambiare gli individui, ma non un governo. Il mondo non è altro che una serie di individui malavitosi che affidano ad altri il pacifismo individuale.

Qual è la tua canzone preferita degli Housemartins?
“The Light is Always Green” (vedi il videoclip a fine intervista, ndr). È più vera oggi di allora.

Cosa successe dopo “The People Who grinned Themselves To Death”?
Ci siamo separati.

Ti va di dirmi qualcosa di piacevole o non piacevole circa il vostro scioglimento?
Non c’è niente di bello o di brutto circa lo scioglimento degli Housemartins. Io e Stan Cullimore decidemmo che non appena avremmo raggiunto il 1987 ci saremmo fermati. E così facemmo.

Senza gli Housemartins come ti sei sentito?
Mi sono sentito benissimo. È stato pre-organizzato. Nel 1985 e nel 1986 sapevamo che il 1987 sarebbe stato l’anno dello scioglimento. Fu sorprendente il fatto che avemmo il coraggio di farlo.

Cosa pensi adesso di quell’esperienza?
Penso che sia stata un’esperienza divertente e che abbia portato il sorriso sul volto di molti.

Avete mai pensato di tornare insieme e di riformare gli Housemartins?
Tu hai pensato a questo? No (a voler essere sinceri, un po’ sì, ndr). Io non torno mai indietro. Tu sei solito chiamare la tua ex ragazza per chiederle di uscire di nuovo con te? (Beh, sicuramente ha ragione, ndr) Io sono felice nella mia attuale relazione musicale.

Cosa succede ora in Inghilterra?
Spero che noi siamo arrivati al punto di rottura del governo e dell’illegalità, così presto arriverà la fine dell’Età dell’Idiota.

Adesso, invece, cosa fai nella tua vita privata?
Spendo la mia vita privata con le mie tre figlie. Mi piace fare musica da solo e viaggiare.

Dio salvi la regina?
Al diavolo la regina, la sua cazzo di famiglia e soprattutto tutti quei babbei che le danno sostegno.

Grazie per la disponibilità.
Di niente!

(Foto: thehousemartins.com)

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“This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino (2011)

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Dopo una lunga e sospirata attesa ieri, finalmente, ho avuto modo di vedere l’ultimo film di Paolo Sorrentino, il primo girato in lingua inglese e con la complicità nella sceneggiatura di Umberto Contarello. L’attesa quindi era altissima, vuoi per l’apprensione che nutro per uno dei migliori registi contemporanei italiani e vuoi anche per la presenza nel cast di un personaggio del calibro di Sean Penn, che per l’occasione veste, abilmente, i panni di una decadente popstar. Un cinquantenne depresso e ansioso, o forse soltanto annoiato, che si ritrova a vivere tutte le debolezze e le conflittualità di una vita vissuta agiatamente ma senza un vera e propria personalità. Un bambino viziato che non è mai cresciuto e che, improvvisamente, si ritrova a fare i conti con se stesso e con il peggiore aspetto della vita: la morte. Tutto inizia con la notizia del padre in fin di vita, un ebreo scampato alla strage nazista con il quale Cheyenne (questo è il nome dell’icona musicale) non ha mai avuto un legame affettivo. Ecco quindi che la popostar decide di vincere tutte le sue paure iniziando un lungo viaggio che, da Dublino fino in America, lo porta alla riscoperta del papà, del passato ma soprattutto della propria identità. Forse, e scrivo forse, l’immagine che Sorrentino dà di Cheyenne è fin troppo caricaturale, molto prossima a quella di Robert Smith dei Cure ma, tutto sommato, pensandoci attentamente, va bene così, perché diversamente il film avrebbe perso quel senso surreale, romantico e cinematografico tipico del regista partenopeo. Il film si snocciola con lentezza. Una lentezza che si riflette nel lungo viaggio on the road che prende forma e velocità a metà visione, da dove escono fuori anche le belle interpretazioni di Frances McDormand (Jane), nei panni della moglie di Cheyenne, e di Judd Hirsch (il vecchio Midler) assieme a quelle delle giovani Kerry Condon (Rachel) ed Eve Hewson (Mary), quest’ultima figlia (nella realtà) di Bono Vox. Imprescindibile cameo, infine, è la presenza dell’ex Talking Heads David Byrne che, oltre a interpretare magnificamente se stesso, si occupa delle musiche del film, cantando – manco a dirlo – “This Must Be The Place”. Un’altra “piccola” meraviglia scaturita dalla fervida mente di Paolo Sorrentino. Una pellicola dai tratti ironici, commoventi e immaginifici che ha come sottofondo brani quali The Passenger di Iggy Pop, Lord I’m coming di Gavin Friday dei Virgin Prunes, Happiness di Jonsi & Alex, Charmaine di Mantovani and His Orchestra, Every Single Moment In My Life Is a Weary Wait di Nino Bruno e le 8 tracce e una cover di un pezzo di Bonnie “Prince” Billy, Lay and Love, interpretata nel film dai fantomatici e singolari Pieces of Shit. Segno di una qualità non solo cinematografica ma anche musicale. Per il resto, invece, posso soltanto dire che mi è mancato il sodalizio con Toni Servillo. Ma questa, cari lettori, è un’altra storia. (Luca D’Ambrosio)

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Un grazie di cuore a Berry, Buck, Mills e Stipe.

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Dopo 31 anni si sciolgono i R.E.M., una delle più grandi band della storia del rock. Una formazione che non ha mai sbagliato un colpo, anche quando Berry, Buck, Mills e Stipe decisero di fare il grande salto passando dalla indipendente I.R.S Records alla major Warner Bros. Per alcuni, all’epoca, fu una specie di tradimento, per altri invece soltanto una possibilità di diffondere la buona musica alternativa a un pubblico sempre più vasto. E così fu, perché il gruppo di Athens (Georgia), nonostante il successo di dischi come “Out Of Time” del 1991, non ha mai perso di stile, qualità e originalità. Ci lasciano in eredità solo capolavori, o quasi, album di una bellezza disarmante che hanno contrassegnato un’epoca e una generazione. Dischi che, in qualche modo, hanno cambiato la nostra visione del mondo e che mai ci stancheremo di ascoltare. Grazie!

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The Sand Band – All Through The Night (2011)

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All Through The Night è il disco giusto nel momento sbagliato. Il classico album che avremmo dovuto ascoltare o, meglio ancora, che avremmo dovuto scoprire in autunno o in inverno e non in questo soleggiato e terso inizio di primavera. Sappiamo benissimo però che le stagioni della vita difficilmente corrispondono a quelle astronomiche. Ecco quindi che, nel pieno del risveglio della natura, ci si ritrova immersi nelle atmosfere malinconiche e cupe di questo fulminante esordio sulla lunga distanza dei Band Sand, formazione di Liverpool guidata dal produttore e songwriter David McDonnell che mette su una manciata di canzoni di una purezza melodica davvero unica. Brani che sembrano essere usciti tanto dal repertorio dei Calexico quanto da quello di Elliott Smith o di Sparklehorse, ma che in realtà racchiudono quell’intimità tipica di Leonard Cohen e quegli spleen acustici cari a Mark Eitzel e a i suoi American Music Club. Di paragoni e di riferimenti se ne potrebbero fare ancora molti, ma non è certamente nostra intenzione continuare questo gioco perverso dei confronti e dei rimandi. Ciò che più ci preme sottolineare, invece, è la struggente poesia di gemme come Set Free, The Secret Chord, Someday the Sky e Burn This House/Hourglass che svelano appassionatamente, sulla falsariga di Nick Drake, il lato oscuro e catartico dell’amore. Un condensato di musica folk, pop e persino di riverberi vagamente psichedelici da ascoltare preferibilmente in autunno o, quantomeno, col calare della notte, quando tutto intorno smette di far rumore.

ML – UPDATE N. 77 (2011-04-24)

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musica

Robert Scott – Ends Run Together (2010)

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Ci sono dischi di una bellezza disarmante, anche se poi non hanno nulla di nuovo da raccontare. Dischi che si potrebbero ascoltare per intere giornate, perfino quando ci si sveglia con il mal di testa e con quella irrefrenabile voglia di mandare a fare in culo il mondo intero, a partire proprio da quell’ammasso di vinili, di CD (e ora anche di hard disk) sistemati in un angolo di casa. Insomma, ci sono dischi che, quando meno te l’aspetti, riescono a metterci in pace con l’intera umanità ripartendo esattamente da dove avevamo iniziato, ovvero dagli anni ottanta. Ends Run Together del neozelandese Robert Scott (The Clean, The Bats e il Dunedin Sound vi dicono qualcosa?) è uno di quelli. Un album di una classicità pop rock inconfondibile, capace come pochi di riaccendere i ricordi ma anche quel desiderio oramai assopito per la scoperta. Tredici tracce che, nella giusta misura, sanno imbrattarsi di new wave, di folk e di psichedelia e che in alcuni momenti danno quasi l’impressione di ripercorre quelle stesse strade maestre indicate dai Verlaines e dai Dream Syndicate. Brani di una bellezza cristallina che arrivano in seguito ad alcuni EP, qualche raccolta e diverse registrazioni (ufficiali e non), ma specialmente nove anni dopo The Creeping Unknwon, amabilissimo esordio del 2001 che, con i suoi numerosi intermezzi strumentali, vedeva il musicista della Nuova Zelanda molto più vicino a certe sperimentazioni avanguardistiche tipiche di Brian Eno o di Robert Wyatt che a quella forma canzone, in odore di Go-Betweens e di Lloyd Cole And The Commotions, che invece marchia a fuoco quasi ogni solco di quest’ultima prova (eccezion fatta per il finale strumentale di Terminus che sembrerebbe dimostrare il contrario). Ends Run Together si rivela quindi un lavoro più fluido e diretto di quel lontano debutto d’inizio millennio, con canzoni che sanno già di sentito ma che non perdono mai di brillantezza e di tensione e che, miracolosamente, riescono a rinnovare l’entusiasmo per questa nostra “insana” passione. Basta infatti mettere su le travolgenti On the lake o Too early oppure ancora la lisergica Daylight per capire subito qual è lo spazio temporale ridisegnato da Robert Scott, vere e proprie bordate di pura adrenalina. Ciononostante saranno le mitezze folk rock di Messagges e di Greenwood Tree ma soprattutto le atmosfere di The Moon Upstairs (pezzo che in 4 minuti frulla finemente new wave, paisley underground e jangle pop) a farci innamorare una volta per tutte di Ends Run Together. Un piccolo capolavoro del 2010 da tenere sempre a portata di mano, ma anche un piccolo passo indietro per capire chi siamo e dove stiamo andando. Benché qualcuno possa considerarlo, superficialmente, un’operazione nostalgica e insignificante.


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J Mascis – Several Shades of Why (2011)

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Una volta tanto mettiamo da parte il passato. Mettiamo da parte il college rock, l’indie rock, il noise, i Dinosaur Jr., gli scazzi con Lou Barlow, gli anni ottanta, gli anni novanta e persino la reunion del 2005. Mettiamo da parte anche le collaborazioni e i progetti, più o meno solisti, firmati J Mascis + The Fog oppure Sweet Apple, Witch, Deep Wound e Upsidedown Cross. Una volta tanto, insomma, mettiamo da parte tutto quel che è stato di Joseph Donald Mascis è parliamo solo ed esclusivamente di questo abbagliante Several Shades of Why, senza dubbio il lavoro più intimo e personale della sua carriera. Una personalizzazione, chiara e lampante, ravvisabile in ciascuna delle dieci tracce elettroacustiche del disco. Brani che evidenziano la sensibilità di un uomo fondamentalmente libero e leale che, tra mille dubbi, non esita a mettere a nudo i propri sentimenti e le proprie paranoie. Lo fa con l’attitudine di un vero songwriter folk rock, indipendente e alternativo, quasi a voler sottolineare che il suo accostamento a Neil Young non è semplicemente vocale ma soprattutto esistenziale. Con molta probabilità, però, J Mascis non si sente affatto come il cantautore canadese, ma a quelli come noi a cui piace spesso farneticare, buttando giù esempi e riferimenti vari, il paragone è soltanto un modo per mettere in risalto il carattere emancipato e anticonformista di entrambi. Lo stile di Mascis poi è inconfondibile, così come sono inconfondibili le canzoni di questo lavoro in studio volutamente acustico e dai riverberi pop che, nonostante le assenze di bassi e batterie, si riempie piacevolmente e con discrezione di suoni di violino, pianoforte, flauto, lap steel… Ciò nonostante Several Shades of Why trova il suo vero punto di forza nei testi. Basta ascoltare (e leggere) quel che canta (e scrive) Mascis in pezzi come Listen To Me, Not Enought, Can I, Very Nervous and Love e Where are you per rendersi conto della poesia, del romanticismo e del disincanto di un personaggio fuori dall’ordinario e dal talento unico. Aggiunteci infine che al disco hanno collaborato Kurt Vile, Pall Jenkins, Ben Bridwell, Kurt Fedora, Sophie Trudeau e che l’artwork è di Marq Spusta con il contributo di Kim Gordon, e il dado è tratto! Già nel “borsino” dei dieci titoli più interessanti del 2011.

ML – UPDATE N. 78 (2011-06-02)

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Luca D'Ambrosio musica

Hugo Race – Varsavia, 12.05.2011 (CDQ)

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Il tour polacco di Hugo Race tocca quattro città: Zielona Góra, Poznań, Varsavia e Cracovia. Noi, ovviamente, lo aspettiamo al varco presso il CDQ di Varsavia, locale piccolino e non proprio centrale ma abbastanza confortevole. Nell’attesa, come al solito, sorseggiamo dell’ottima birra polacca, complice, tra l’altro, una temperatura davvero mite. Fortunatamente nessun gruppo spalla in apertura, ma solamente musica di sottofondo e chiacchiere all’aperto intervallate da gelidi sorsi di birra. Serata ideale, insomma, e come per incanto Varsavia sembra scrollarsi di dosso il peso dell’inverno e il ritmo affannoso del giorno. Tuttavia il tempo vola, ci accorgiamo infatti che sono da poco passate le nove. Facciamo quindi un balzo dalle comode seggiole e, in meno di un minuto, siamo già all’interno dell’angusto Centralny Dom Qultury che ospita, per l’occasione, un centinaio di persone (numero oltre il quale si rischierebbe il soffocamento). Una breve attesa ed ecco che salgono sul palco Diego Sapignoli (batteria), Antonio Gramentieri (chitarre) e, naturalmente, il cantante e chitarrista di Melbourne, Hugo Race. Il pubblico li accoglie calorosamente, applaudendo e incitandoli già con l’iniziale In The Pines, brano estratto dal bellissimo Fatalists del 2010. Si intuisce immediatamente che la band, in versione power trio, è in splendida forma. Race, poi, è particolarmente ispirato e, nonostante il suo atteggiamento visionario e apparentemente schivo, presenta gran parte delle canzoni della serata. Pezzi di un lirismo unico che si susseguono in un vortice di sonorità ora elettriche e taglienti, ora acustiche e vellutate. Da Slow Fry a Sorcery, passando per Sun City Casino dei Dirtmusic e Too Many Zeroes, tutto è straordinariamente coinvolgente e in perfetto equilibrio. Un succedersi di ritmiche infuocate ma anche di atmosfere ipnotiche che prendono il nome di The Serpent Egg, Nightvision, Coming Over e Will You Wake Up dove la voce dell’ex Bad Seeds è così profonda e intima da rasentare la perfezione, merito, probabilmente, della complicità di due musicisti bravi, appassionati e puntuali come, appunto, Sapignoli e Gramentieri. In definitiva, due ore circa di concerto all’insegna della musica rock, quella fatta di sangue, di sudore e di visioni e che all’occorrenza sa essere anche oscura, malinconica e commovente come Call Her Name che chiude alla grande questa piacevole e insolita notte varsaviese.

ML – UPDATE N. 78 (2011-06-02)