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Recensione: Sharon Van Etten – Tramp (2012)

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Prodotto da Aaron Dessner dei National, Tramp è il terzo album della cantautrice americana originaria del New Jersey che già nel 2009 ci aveva sorpreso con l’esordio intitolato Because I Love You. Di lì a poco Epic del 2010, il secondo lavoro sulla lunga distanza apprezzato, quasi all’unanimità, dalla critica musicale specializzata. E come dare loro torto una volta ascoltate le canzoni di questa giovane americana? Sharon Van Etten è una musicista estremamente sensibile che non ha alcuna difficoltà a trasformare, magnificamente, i propri sentimenti in musica e parole. Lo fa con stile e con amore, ma anche con tutta l’inquietudine che porta dentro di sé. Lo fa con una voce superba, profonda e tagliente (Serpents). Lo fa muovendosi abilmente tra il rock e il folk. E quest’ultima fatica è l’ennesima riprova del suo inequivocabile talento e fervore artistico. Il talento di una giovane autrice indie rock che a soli tre anni dal debutto ha realizzato il suo disco più equilibrato e completo, capace, oltretutto, di racchiudere tre gioiellini come We Are Fine, I’m Wrong e Joke or a Lie. Pubblicato all’inizio del 2012, Tramp, inoltre, vede la partecipazione di Zachary Francis Condon (Beirut), Matt Barrick (The Walkmen), Jenn Wasner (Wye Oak), Julianna Barwick e Thomas Bartlett (Doveman). (Luca D’Ambrosio)


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Teen Daze – All Of Us, Together (2012)

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Dietro lo pseudonimo di Teen Daze si nasconde un certo Jamison, giovane canadese di Vancouver di cui però, nonostante le assidue ricerche sul web, non ci è dato di sapere altro. Tuttavia, per ora, ci accontentiamo di essere venuti a conoscenza di questa sua prima fatica discografica sulla lunga distanza pubblicata dalla Lefse Records. Un album meraviglioso che arriva dopo un serie di singoli, remix ed EP quali, per esempio, A Silent Planet del 2011. All Of Us, Together non è altro che un disco di musica elettronica che si muove abilmente tra ambient, chillwave, dance e synth pop. Un lavoro, tanto da ascoltare quanto da ballare, che ci ha conquistato fin dal primo ascolto in un crescendo di emozioni spazio-temporali. Potere della tecnologia e del laptop. Provare per credere. (Luca D’Ambrosio)


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Chromatics – Kill For Love (2012)

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Uscito lo scorso marzo per la Italians Do It Better, piccola etichetta indipendente dell’italo-americano Mike Simonetti, “Kill For Love” è l’ultima produzione dei Chromatics, formazione originaria di Portland (Oregon) composta da Ruth Radelet, Adam Miller, Nat Walker e Johnny Jewel. Nato nel 2003 all’insegna del noise e del post-punk revival, dopo diversi cambi di formazione, il gruppo americano giunge al disco della maturità – il quarto per la precisione – con un sound differente dagli esordi. “Kill For Love” è difatti un album a metà strada tra l’italo disco, la chillwave e il synth pop anni ’80 che, a distanza di cinque anni, sviluppa e migliora quanto già realizzato con il precedente “Night Drive” del 2007, raggiungendo l’apice della maturità artistica. Quelle realizzate dalla indie pop band statunitense sono sedici tracce da ascoltare tutte di un fiato, a partire dalla splendida cover iniziale di “Hey Hey, My My (Into the Black)” di Neil Young il cui videoclip ufficiale vede, oltretutto, la mano di un altro italiano, stiamo parlando del videomaker Alberto Rossini. Piacevole e accattivante quanto basta, quest’ultimo lavoro dei Chromatics è un long playing da ascoltare lontano dai frastuoni cittadini e in totale relax. Segnaliamo infine anche la versione “Drumless” di “Kill For Love”, ovvero senza percussioni. (Luca D’Ambrosio)


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Offlaga Disco Pax – Gioco di Società (2012)

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Se c’è un disco di un gruppo italiano indipendente che quest’anno ha dimostrato di osare qualcosa in più rispetto agli altri, sia a livello di sonorità che di testi, in un ambito musicale stereotipato o quasi come quello nostrano, questo è senza dubbio “Gioco di Società” dei reggiani Offlaga Disco Pax. Che fosse una formazione talentuosa lo avevamo già capito con il sorprendente esordio del 2005, lavoro in cui il cantante/narratore Max Collini e i musicisti Enrico Fontanelli e Daniele Carretti, pur seguendo le scie di formazioni come CCCP – Fedeli alla Linea, Massimo Volume e Diaframma, davano uno scossone all’indie italiano con un album fuori dall’ordinario. Venne poi Bachelite nel 2008, disco altrettanto notevole che rafforzava la credibilità e l’autenticità degli Offlaga che, dopo un’assenza durata quattro anni, giungono alla realizzazione di questa terza fatica. Il disco della svolta. Un lavoro in cui la band cerca di mettere in risalto, quanto più possibile, un suono elettronico più decisamente glitch. Un’elettronica “emozionale” corredata, come al solito, da testi originali e trascinanti che danno vita a vere e proprie perle come “Palazzo Masdoni”, “Respinti all’uscio”, “Piccola Storia Ultras” e “Tulipani”. Pezzi generazionali che gli ODP hanno saputo raccontare in maniera impeccabile inserendoli all’interno di un intrigante e meraviglioso “gioco di società”, ovvero un “piccolo” capolavoro italiano. (Luca D’Ambrosio)


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Beach House – Bloom (2012)

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Il duo dream pop più ammaliante ed eccitante di questi ultimi anni è sicuramente quello formato da Victoria Legrand (voce e tastiere) e Alex Scally (chitarra). Originari di Baltimora, Maryland, i Beach House giungono al loro quarto e acclamatissimo disco con “Bloom”, un lavoro che perfeziona quel sound sognante e ipnotico che la formazione americana aveva dato vita fin dall’iniziale e omonimo esordio del 2003 e che già con Teen Dream del 2010 ci aveva fatto gridare al miracolo.

Con quest’ultimo lavoro invece tutto viene perfezionato al dettaglio: dalle melodie agli arrangiamenti, dal mood alle liriche. Canzoni che in qualche sembrano edulcorarsi ma che tuttavia non perdono mai di efficacia espressiva. Un disco dalle atmosfere magiche ed eteree che, finalmente, riesce a sdoganare il suono cosiddetto indie senza mai scadere nel commerciale. Se andavate pazzi per i Mazzy Star e i Galaxie 500 è il caso di buttarci un orecchio, anzi, due. (Luca D’Ambrosio)




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Bill Fay – Life is People ( 2012)

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Dopo due meraviglie come l’omonimo esordio del 1970 e “Time Of The Last Persecution” del 1971, il songwriter inglese Bill Fay torna a deliziare, ma anche a turbare, la nostra anima con un’altra opera davvero eccellente a distanza di oltre quarantuno anni dalla sua ultima pubblicazione, nonostante nel 2005 abbia dato alle stampe, a firma Bill Fay Group, “Tomorrow, Tomorrow and Tomorrow”, il suo terzo album di vecchie registrazioni “perdute”. Life is People è, invece, un lavoro nuovo di zecca che il pianista britannico ha scritto in casa in questi oltre 40 anni di assenza, mentre svolgeva i lavori più disparati e lontano dal “music business” che in passato – ahinoi – lo aveva allontanato e scaricato in malo modo. Quelle scritte da Bill Fay sono canzoni attuali e profonde che raccontano la vita attraverso le proprie esperienze quotidiane; un album intimo e dalla profonda visione umanistica, con brani dal sapore agrodolce che non perdono mai di intensità e contrasto. Un incredibile disco di musica folk rock che vede la collaborazione della London Community Gospel Choir e di musicisti come Mikey Rowe, Tim Weller, Ray Russell, Matt Deighton, Alan Rushton e persino di Jeff Tweedy che canta con Fay in “This World”. Da pelle d’oca infine è la cover, solo voce e pianoforte, di “Jesus, Etc“ dei Wilco. Prodotto da Joshua Henryche lo ha convinto a tornare in studio di registrazione dopo aver scoperto le sue composizioni grazie alla collezione di vinili del padre – “Life is People” è la dimostrazione terrena che, in fondo, non è mai troppo tardi per tornare a fare della grande e bella musica. Bentornato, Maestro! (Luca D’Ambrosio)


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Una vita intensa: intervista (e video-intervista) a Teho Teardo

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UNA VITA INTESA: INTERVISTA A TEHO TEARDO di Luca D’Ambrosio
Teho Teardo è sicuramente uno dei compositori più originali e prolifici del panorama musicale italiano e non solo. Conosciuto per le sue celebri colonne sonore come “Il Divo”, “Gorbaciof”, “Una vita tranquilla”, “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” e “La nave dolce”, il musicista di Pordenone è sempre in piena attività creativa. Lo abbiamo fermato un istante per sapere qualcosa in più dei suoi ultimi progetti e per scoprire cosa sta bollendo in pentola… Buona lettura.
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C’eravamo lasciati con una video-intervista al Circolo degli Artisti di Roma in occasione della presentazione del film di Daniele Vicari, Diaz, per il quale hai realizzato le musiche (n.d.r.; guarda e ascolta la video-intervista a fine articolo). Bene, ora che sono passati diversi mesi dall’uscita, che tipo di riscontro ha avuto il film e la colonna sonora dal pubblico e dalla critica specializzata?
Diaz è un film che resta, non uno di quelli che sparisce, credo stia lasciando un segno. Ho avuto molti riscontri positivi per le musiche del film, sono davvero soddisfatto.

Ti piace scrivere per il cinema impegnato?
Mi piace collaborare a progetti dove c’é qualcosa di sensato da dire, da fare. Non é necessario ci sia un tema sociale o politico, ma ci devo trovare un senso.

Nel frattempo sono successe diverse cose. La realizzazione dell’opera teatrale “Music for Wilder Mann” ispirata al lavoro del fotografo francese Charles Fréger e la registrazione di un album con Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten. Allora, iniziamo con il primo progetto…
Sono rimasto folgorato dalle foto di Fréger, ho dovuto subito reagire e scrivere della musica. Le sue foto contengono cosí tanti segnali che mi hanno spinto a registrare un disco intitolato “Music for Wilder Mann” che uscirà all’inizio del 2013. Con Blixa il lavoro procede bene, ci rivedremo a breve a Berlino per finire di registrare le parti vocali e poi a dicembre inizierò a mixare l’album che verrà pubblicato nella primavera del 2013.

Com’è lavorare con Blixa?
È una persona molto complessa, la cui stratificazione di esperienze e conoscenza richiede un altissimo livello di preparazione. Blixa è abituato a lavorare solo con dei fuoriclasse, per collaborare con lui bisogna essere molto bravi. Abbiamo già lavorato diverse volte assieme, prima a teatro con Ingiuria, il progetto che realizzai con la compagnia teatrale Socìetas Raffaello Sanzio e poi al cinema nella colonna sonora di Una vita tranquilla per cui abbiamo scritto la canzone “A Quiet Life”. Due esperienze artisticamente molto stimolanti che sono confluite nella realizzazione di questo album.
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A inizio anno hai messo in scena, con Elio Germano e con la collaborazione di Martina Bertoni, una lettura-concerto di “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline di cui già abbiamo parlato ad aprile scorso (n.d.r.; guarda e ascolta la video-intervista a fine articolo). In quest’ultima rappresentazione invece, “Music for Wilder Mann”, qual è la scintilla o semplicemente il motivo che ti ha spinto a realizzare questo nuovo progetto teatrale?
Le foto di Charles sono state come una sceneggiatura, come un testo da cui trarre ispirazione per scrivere musica. Se in Viaggio al termine della notte le avventure di Bardamou arrivavano ai confini delle disgrazie umane, in Wilder Mann siamo in un mondo lontanissimo, pagano e selvaggio, imprevedibile e pericoloso. Nell’apparente tranquillità del mondo digitale mi serve una scossa che arrivi da un passato, qualcosa che rimetta in discussione la sicurezza in cui pretendiamo di vivere.

Quando e dove ci sarà la prima di “Music for Wilder Mann”, chi collaborerà con te e per quanto tempo lo porterai in giro?
Il 17 ottobre 2012 all’Auditorium di Roma e il 9 novembre 2012 a Riccione, poi lo riprenderemo il prossimo anno.

Vista la tua iperattività creativa, per caso stai lavorando su qualche altro progetto o film?
Sto lavorando a un docu film in America per HBO sulla vita di un senatore americano, un progetto molto interessante.

Domanda di rito: cosa stai ascoltando ultimamente?
Pochi minuti fa riascoltavo Glimmer, il bellissimo album di Jacaszek, pubblicato dalla Ghostly, l’etichetta del bravissimo Matthew Dear.

Grazie e speriamo di vederci presto.
Grazie a te, ciao!

Intervista: Roma, Circolo degli Artisti, aprile 2012

A Quiet Life

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Intervista a Giulio Casale

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Dalla parte di Giulio Casale (intervista di Luca D’Ambrosio)
Dalla musica al teatro passando per la letteratura, Giulio Casale di strada sicuramente ne ha fatta. Una strada lunga e tortuosa che ha saputo percorrere con sacrificio, curiosità e onestà intellettuale dimostrando di possedere un talento artistico fuori dal comune. Ed è per questo che, in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro discografico, “Dalla Parte del Torto”, abbiamo cercato di parlare con lui, sia pur velocemente, di questi 20 anni e più di vita creativa e di palcoscenici.
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Dagli Estra al Giulio Casale scrittore e attore oltre che cantante e musicista. Ci racconti il percorso di questa evoluzione?
Credo nella costante metamorfosi delle cose e di ognuno di noi. Si tratta forse di ascoltarsi molto (e di ascoltare l’altro anche, ciò che ti circonda), mettersi in risonanza con entrambi i lati del tuo sentire, agire di conseguenza. Ogni forma d’arte è innanzitutto artigianato, mani che si fanno via via più esperte, più consce dei propri gesti e degli strumenti che hanno a disposizione. Cerco di dare il massimo di rigore (e di lievità, per carità) a ogni forma espressiva: scrivere una poesia o un racconto ha per esempio pochissimi punti di contatto con il mestiere del paroliere di canzoni, e non parliamo poi della drammaturgia… Se dovessi riassumermi, un po’ violentandomi, direi che sono sempre stato un “uomo di parole” (e le parole se le ascolti bene suonano, sono già melodie potenziali) che però non può fare a meno della propria voce e del proprio corpo per esprimere appieno il senso della sua scrittura. Aggiungo: senza prendersi mai del tutto per “Qualcuno”. I’m not a VIP, che si fottano quelli…

A quale di questi ruoli ti senti più vicino?
Ho già detto tante volte che nello spettacolo teatral-musicale c’è, anche solo come residuo, un po’ tutto ciò che mi compone: scrittura pura, scrittura delle canzoni (parole e musica! Il Suono!), recitazione, messa in scena (l’aspetto più delicato, decisivo, visuale: cosa vedranno di me in prima battuta?) e poi canto, tanto canto, tutte le sere, ogni santa sera in un santo teatro diverso, e non poter sbagliare mai e sempre con l’imprevedibile variabile di un pubblico sempre nuovo e mai del tutto preparato a ciò che ho messo insieme di volta in volta. Detto questo – ho di nuovo dopo alcuni anni una disperata esigenza di palchi rock, di club e di birra cattiva, di festival estivi a tutto volume. Come vedi nessuna coerenza, sempre dalla parte sbagliata, anche rispetto a me stesso… Solo istinto insomma, o nuove/antiche necessità.

Qual era il sogno, o l’incubo, ricorrente di Giulio Casale da ragazzo?
Incubi, abbandoni, lutti, senso d’isolamento, tutto insieme, ogni notte. Poi a un certo punto l’insonnia, che ha i suoi bei vantaggi… (ride, Ndr)

Oggi, invece?
Dormo tuttora poco (ride di nuovo, Ndr) ma quando ci riesco e sogno vado in Psichedelia pura, colori sgargianti e sempre cangianti, prismatici. Credo che la mia coscienza stia esplorando il cosmo, da un po’ di tempo in qua, ma non mi sa dare molte informazioni utili al riguardo. Va bene così del resto, so confidare nel mistero.

C’è un episodio saliente della tua vita artistica che ha condizionato il tuo modo di essere?
Sono troppi e ho molta memoria (sono autistico). Diciamo, a titolo d’esempio, che mi dà sempre uguale fastidio la esibita “cialtroneria” di parte del mondo della musica indipendente la quale, però, non è nemmeno lontanamente comparabile alla squallida e cinica professionalità, mercificante e mercatistica, dei direttori delle grandi case discografiche e dei loro collegati (sono colleghi, in effetti) network commerciali italiani (quasi nessuno di lor signori dimostra tra l’altro di sapere più cosa sia la musica, la forma-canzone, etc). Ma ho conosciuto un poco anche l’editoria e i teatri parassitanti il ministero della cultura, e i grandi quotidiani (i loro editori, mio dio), ho messo il naso in tv, sono stato chiamato a provini per il cinema e le fiction tv (Dio ce ne liberi!) e le ho rifiutate. Ecco: dopo 20 anni di palcoscenico, nel mio piccolo – perché sono niente, cioè sono solo una persona – comincio ad avere un buon quadro d’insieme del “problema Italia”. Bisogna oggi più che mai saper dire di no a tutto questo, e non è facile come sembra. Il rischio di essere fatti fuori dal sistema è evidente, e non esagero affatto, sono prudente, credimi. Prudente è l’opposto di arrendevole per me, o peggio di compromesso.

Da cosa nasce “Dalla parte del torto”? Ci racconti qualcosa a tal proposito?
Dal disastro, dal grado zero dell’individuo in carriera (e beato chi ce l’ha un lavoro), da questo vuoto ideale, dalla cattiveria montante in ognuno. Tutto ciò è duro, e nuovo se si considera lo sprofondo a cui siamo, da tutto sommato poco tempo, giunti. Per restituire tutto questo (e la necessità di un suo superamento) serviva un disco così: eccesivo, ambizioso per densità, umile fino alla nudità di “Apritemi”, concettuale e narrativo insieme. Un disco impossibile, anche a livello di produzione, di arrangiamenti: solo il talento e l’esperienza di Giovanni Ferrario poteva ardire a tanto. E Non l’avevo mai fatto un disco così, ma è vero anche che non dico altro da vent’anni a questa parte. Non pretendo certo di avere ragione (sempre torto ho avuto, sin qui), né di farmi ascoltare. Ho solo bisogno di tirarmi fuori il cuore oggi, gettarlo al vento, cantare. Cantare è una buona medicina tra l’altro, ed è pure gratis.

“Sullo zero”, “In fondo al blu”, “La canzone di Nanda” e adesso “Dalla parte del torto”, cosa rappresentano e cosa significano ciascuno di questi dischi per Giulio Casale e a quale ti senti più legato?
Tolta “Nanda” che è la registrazione integrale dal vivo di quel mio spettacolo, gli altri tre titoli dicono molto della mia vita: nato col terrore del nulla a un certo punto mi sono immerso e perso negli abissi, nel buio e nel silenzio (che è già puro teatro). Una volta riemerso mi sono reso conto che la riva buona era quella opposta alla mia. Ne prendo atto: non è mica un dramma, soltanto vita vissuta, e cantata. Fernanda Pivano, però, mi ha lasciato germi attivi e fecondi tuttora in circolazione, dentro.

Sarai in tournée?
Sì, quanto potrò. Spero persino doppia tournèe, teatri e concerti rock, con tutte le difficoltà del caso. O meglio- dei due casi, molto diversi tra loro.

Vista la tua fertilità creativa, c’è qualcos’altro che bolle in pentola?
Sì, uno spettacolo per l’appunto, ma tratto sempre da questo nuovo disco: da Nina, ad esempio, che fugge da un padre violento (il pezzo è “Senza direzione”) o da una canzone come “La febbre” che ha già un recitativo al suo interno, come del resto “Virus A”: emarginazione, intolleranze, xenofobia. I temi oggigiorno non ci mancano, purtroppo.

Qualche disco, qualche film e qualche libro che ti va di consigliare ai nostri lettori.
Un disco: La Carne, dei Valentina Dorme. Un Film: Il Castello Errante di Howl, di Miyazaki. Tre libri: Domani nella battaglia pensa a me, di Javier Marìas, Le Particelle elementari di Michel Houellebecq e L’ubicazione del bene di Giorgio Falco. Marco Lodoli resta però uno scrittore grandissimo per me (quasi incompreso, nell’essenza) e Milo De Angelis è il miglior poeta italiano vivente, a mio parere. Nel senso che gli altri paiono più morenti in effetti (ride, Ndr), ma io sbaglio sempre …

Cosa stai ascoltando ultimamente?
Tutto. Sono curioso come non mai. E compro ancora dischi. (Sorride e saluta gentilmente, Ndr)



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Intervista a Nino Bruno

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare Nino Bruno (e le 8 Tracce), autore di uno dei brani contenuti nella colonna sonora dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, “This Must Be The Place”. Un pezzo intitolato “Every Single Moment in My Life Is a Weary Wait” che potrete ascoltare anche nel suo ultimo album intitolato “Sei Corvi Contro il Sole”. Quella che segue è una breve e interessante intervista che, oltre a svelarci alcuni retroscena del film del regista napoletano, ci consegna un musicista davvero appassionato e fuori dal comune. Buona lettura.

NINO BRUNO E LE 8 TRACCE di Luca D’Ambrosio
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Chi è Nino Bruno, da dove viene e qual è stato il suo percorso musicale?
Dopo varie vicissitudini, ho trovato nelle sonorità del beat, specie in quello più azzardato, l’ambiente sonoro ideale in cui muovermi, con il gusto di avventurarmi per vie smarrite.

La presenza di un vostro pezzo nella colonna sonora dell’ultimo di film di Paolo Sorrentino ha dato, senza dubbio, una certa visibilità alla tua band. Domanda scontata: com’è nata la collaborazione con Sorrentino?
Avevo già collaborato a “L’uomo in più”, scrivendo insieme a Paolo i testi delle canzoni di Tony Pisapia, “La notte” e “Lunghe notti da bar” e, precedentemente, Paolo aveva usato alcuni miei brani nel suo primo corto ufficiale, “L’amore non ha confini”. Insomma c’erano dei precedenti, una grande stima reciproca, e aldilà di tutto, un forte legame anche personale. Stavolta mi ha chiesto di scrivere una canzone con dei requisiti particolari, una hit del 1982, che fosse però emozionante ancora oggi. La canzone che aveva reso Cheyenne famoso da un giorno all’altro. Insomma una richiesta assurda, che chiaramente Byrne si è guardato bene dall’accettare! Ma era un lavoro adatto a me. Ho capito subito che ci voleva una canzone vera, viva, figlia di un paradosso temporale e non di un revival. Si trattava solo di spostare leggermente la data, dai secondi ‘60 al 1982 appunto, e immaginare che “Cheyenne and the Fellows”, cosa ben credibile, registrassero il loro primo inaspettato successo in uno studio non proprio all’avanguardia, pieno di reverberi a molla ed echi a nastro e del tutto privo di effetti digitali (che nell’82 solo i grossi studi dovevano già avere). È esattamente quello che ho fatto.

Che tipo di approccio avete avuto con il regista nel scegliere il brano?
C’era una scena in cui Penn doveva intonare questa canzone a voce libera per calmare un cane lupo inferocito sul punto di aggredirlo. La melodia, il testo, dovevano avere qualcosa di ammaliante, quindi. Ho scritto più canzoni, alcune sono anche nel nuovo disco, ma la canzone giusta non arrivava. I giorni passavano e non gliene andava bene una, o forse ero io che mi allontanavo troppo, andadomene per strade mie. Finché in un pomeriggio e una notte si è materializzata questa canzone fantasma… Ho scelto il titolo mentre gliela spedivo via mail.

E com’è andata con Sean Penn? Voglio dire: cosa ha detto e pensato del vostro brano e della vostra musica?
Ricordo che il brano non è nella versione finale del film, ma si trova solo nel DVD, nel CD della colonna sonora, nei teaser, negli outtakes, e costituisce dunque un prequel, una premessa, di “This Must be The Place”. Ciò detto so che Penn ha molto amato questa canzone, e così anche il suo autista, con il quale pare abbia un rapporto assai democratico. Pare che per un periodo non facessero altro che ascoltarlo insieme. Che io sappia l’ha anche provato e registrato in uno studio a Londra. Sicuramente l’ha ascoltato molte volte anche per entrare nel personaggio e nella sua storia, è un modo di lavorare tipico degli attori americani, e forse proprio per questo Paolo ha voluto “Every single moment in my life is a weary wait” prima di iniziare il lavoro con Penn. Ricordo infine che la versione che si sente in giro, anche quella presente nel nostro nuovo disco, non è cantata nè da me nè da Sean Penn, ma da David Copley.

Il vostro ultimo disco, “Sei Corvi Contro il Sole”, è nato sulla scia del film di “This Must Be The Place”, oppure già ci stavate lavorando da tempo?
Entrambe le cose. Però a un certo punto abbiamo dovuto davvero correre. Penso sia stato un bene. “Sei corvi Contro il Sole” è un disco meno pensato dei precedenti, in qualche modo più sincero e spontaneo.

Quali sono i punti saldi della musica e del cinema di Nino Bruno e le 8 tracce?
Il suono beat, il metodo di registrazione, l’inattualità, l’avventura, il sogno, l’anelito a un Nuovo Beat Psichedelico, l’orgoglioso isolamento.

Perché il nome aggiuntivo “le 8 tracce”?
Il nome sottolinea il metodo di lavoro scelto, il “Dogma 8”, appunto, che vuol dire registrare solo su 8 tracce, tutto su bobina, sia in ripresa che in missaggio (in ogni passaggio), utilizzando solo effettistica analogica ed elettromeccanica (echi a nastro, riverberi a molla).

Concerti in vista?
Il concerto più vicino sarà a Napoli, al Lanificio 25, il 4 Novembre. Presenteremo “Sei corvi contro il sole” dal vivo.

In bocca al lupo e grazie per l’intervista!
Grazie a te, Luca. E a presto.

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Luca D'Ambrosio musica the best

The Underground Youth – Delirium (2011)

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Ho un archivio musicale spaventoso e, sinceramente, pur pensando di vivere un centinaio di anni in più non sarei mai in grado di ascoltarlo tutto. Ecco, quindi, che mi tocca spulciarlo qua e là, in modalità più o meno random, per tentare di recuperare qualcosa di buono che a partire già dal primo click valga la pena di ascoltare attentamente, ma soprattutto che valga la pena di recuperare su CD o, meglio ancora, su vinile. Pertanto, armato di passione ma anche di buona pazienza, questa mattina, mentre cercavo di iniziare a stilare la consueta classifica di fine anno, sono incappato in un disco sconosciuto al sottoscritto ma decisamente coinvolgente, specialmente per chi ama perdersi in quelle sonorità tanto psichedeliche e folk quanto garage e new wave. Sì, perché questi sono i riferimenti degli Underground Youth, formazione con base in Inghilterra e con all’attivo già alcuni lavori, l’ultimo dei quali questo ipnotizzante Delirium del 2011 che ci consegna nove canzoni melodiche seppure dalle sonorità oscure e indolenti. Un disco che, manco a dirlo, parte dai Velvet Underground e s’inoltra in quelle atmosfere tipiche dei Joy Division, dei Jesus and The Mary Chain ma anche dei Mazzy Star, degli Echo & the Bunnymen, degli Slowdive e via discorrendo. Strangle Up My Mind, Silhouette e What She Does To Me sono soltanto alcuni dei brani di quel sound inconfondibile al quale alludo e che sono qui a magnificare con quest’ultima scoperta firmata Underground Youth. Interessante formazione indie rock del Regno Unito che con Dystopia (arrangiata solo con voce, chitarra acustica e armonica a bocca) riesce addirittura a strizzare l’occhio al grande Bob Dylan. Insomma, per ora un bel “mi piace” a Delirium ma, se l’eccitazione dovesse continuare a ripetersi nei prossimi ascolti, sicuramente lo vedrete anche nella mia top ten del 2011. (Luca D’Ambrosio)

Discografia
Low Slow Needle EP – 2011
Delirium LP – 2011
Sadovaya LP – 2010
Mademoiselle LP – 2010
Voltage LP – 2009
Morally Barren LP – 2009

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