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Venezia 78. «Freaks Out» di Gabriele Mainetti

Gabriele Mainetti sorprende e appassiona. «Freaks Out» è delicato, durissimo, geniale, luminoso e cupo, triste e leggero.

Terminata la Settantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con L’Événement di Audrey Diwan che si è aggiudicato l’ambito Leone d’Oro come miglior film, i nostri inviati Alessandro Grainer e Stefania Michelato, dopo Mondocane di Alessandro Celli, ci raccontano Freaks Out di Gabriele Mainetti. Buona lettura. (La redazione)

Gli Avengers, a noi italiani, ci fanno un baffo© di Alessandro Grainer e Stefania Michelato

«Freaks Out» (screenshot)

Sì, sì, noi italiani non prendiamo mai nulla sul serio, sempre pronti a festeggiare, a perder tempo. La chitarra, il calcio e le promesse che poi tanto non manteniamo.

Quando però vogliamo fare una cosa per bene, facciamo di tutto per farla nel miglior modo possibile, raggiungendo sovente l’eccellenza. Perché, se vogliamo, a noi italiani, non ci batte nessuno.

Ammazzare i nazisti ad esempio: siamo i migliori. Li ammazziamo meglio di Quentin Tarantino. Non è poco. Come artisti da circo, anche lì: chi è che ha più fantasia di noi? Chi è che riesce a combinare fra loro una combriccola di artisti assolutamente eterogenea in uno spettacolo unico, che trasuda poesia e sorpresa? Noi. Ce lo fa vedere Mainetti.

E siamo strani, siamo tutti diversi, ma stiamo bene assieme e stiamo bene assieme a tutti e, alla fine, sappiamo avere pietà anche di chi ci ha fatto del male. E più siamo diversi e più siamo amici.

Che bellezza questo film, ragazzi. Rimani lì, inchiodato sulla tua poltrona, a emozionarti, a sorprenderti, a soffrire e a divertirti. Il tempo passa e non te ne accorgi. E vorresti rivederlo. Subito.

Gabriele Mainetti sorprende e appassiona. Freaks out è delicato, durissimo, geniale, luminoso e cupo, triste e leggero.

Appassionante già dalle scene iniziali, quando i protagonisti entrano in scena per il loro spettacolo, sotto il tendone del “Circo Mezza Piotta”:

Israel (Giorgio Tirabassi) è il maestro di cerimonia, che abilmente rumoreggia e suona a ritmo, mentre i numeri si susseguono; Claudio Santamaria, irriconoscibile e ricoperto di peli molto ben pettinati è l’uomo lupo, che nel tempo libero legge e parla correntemente almeno due lingue, il tedesco e il francese; Pietro Castellitto, stralunato e apparentemente assente, è l’uomo che domina gli insetti; Giancarlo Parisi è il nano, che come una calamita attrae verso di sé tutto quello che è metallo e Aurora Giovinazzo è Matilde, un concentrato di alta tensione elettrica racchiusa dentro un corpo di ragazza, dolce, sensibile e pacifista nell’animo.

C’è un nazista che li cerca, perché convinto che grazie a loro il Fürer potrà vincere la guerra. Franz (Frank Rogowski) è completamente folle, ma di una pazzia assolutamente non lucida. Un nazista anomalo, quindi, non freddo, consapevole e spietato. Franz è irrazionale. Sanguinario, certo, ma allo stesso tempo fragile e indifeso. Vittima di abusi e di vessazioni, per la sua deformità (ha le mani con sei dita), deformità che, nel circo, si trasforma in bellezza e qualità. La sua più grande abilità, però, è quella di vedere – aiutato dall’inalazione di non ben definite sostanze – nel futuro, disegnando poi su dei fogli che lascia appesi in giro, le sue sorprendenti visioni. È anche un musicista e, come un Troisi di “Non ci resta che piangere” al contrario, suona in pubblico, da solo al pianoforte, musiche a noi note, ma mai sentite nel 1943.

Questa ricerca di Frank arriverà a una conclusione, che fra scene epiche e imperdibili (da rivedere millanta volte la scena del treno), arriverà (ahinoi) alla fine del film.

Ora: c’è un’altra cosa che noi italiani sappiamo fare egregiamente. Per motivi ignoti, spesso cerchiamo di distruggere ciò che è bello. Evitiamo, quindi i soliti discorsi: i tempi di lavorazione troppo lunghi, il budget, la scena finale troppo buia e gnè gnè gnè…

Diciamo che questo è un film coraggioso e grandioso e tutti dovrebbero andare a vederlo. Se la cosa funziona, tutti ne avranno beneficio: industria, pubblico, cineasti, critici. Tutti, insomma.

Un’ultima cosa: ma chi ha detto, poi, che quello peloso è Santamaria? Vogliamo le prove!

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