Il documentario su Giulio Regeni escluso dai fondi pubblici accende polemiche politiche e culturali. Dimissioni nelle commissioni e interrogazioni al ministro Giuli riaprono il dibattito sui criteri di assegnazione e sul funzionamento del sistema di finanziamento al cinema in Italia.
Giulio Regeni - Screenshot
Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, ricostruisce la vicenda del ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016. Il film, già distribuito nelle sale italiane il 2 febbraio 2026, si concentra soprattutto sul processo italiano svolto in assenza degli imputati, alternando immagini d’aula a interviste ai genitori e a materiali di repertorio.
Nonostante il riconoscimento del Nastro della Legalità 2026 e una diffusione già avviata, l’opera è stata giudicata non meritevole di sostegno pubblico dalla commissione ministeriale. Il progetto aveva richiesto un contributo di 131mila euro su un budget complessivo di 328mila euro. Nella graduatoria dei contributi selettivi, il documentario si è classificato al 36esimo posto su 118, risultando il primo tra gli esclusi.
Nel frattempo, sono stati finanziati altri documentari su temi più leggeri, tra cui un biopic su Gigi D’Alessio e un racconto legato al ristorante “Anema e core” di Capri, elemento che ha alimentato ulteriormente il dibattito pubblico.
La vicenda ha assunto rapidamente una dimensione politica. Il gruppo del Partito Democratico alla Camera ha presentato un’interrogazione al ministro della Cultura Alessandro Giuli, che dovrà rispondere durante il question time.
Le critiche si inseriscono in un contesto più ampio di tensioni tra il settore audiovisivo e il ministero. Alcune ricostruzioni hanno suggerito che l’esclusione del documentario possa essere legata a scelte politiche, anche se il funzionamento del sistema è più complesso.
Infatti, i contributi selettivi rappresentano solo uno dei tre strumenti di finanziamento pubblico, e l’unico che prevede la valutazione da parte di commissioni. Gli altri fondi vengono assegnati automaticamente sulla base di requisiti prestabiliti. Inoltre, le commissioni operano su ambiti distinti, rendendo poco pertinenti alcuni confronti tra opere finanziate ed escluse.
Le polemiche hanno avuto conseguenze dirette sulle commissioni. Il critico Paolo Mereghetti e il consulente Massimo Galimberti si sono dimessi, citando “incompatibilità ambientale” e “difformità di vedute sui criteri di valutazione”.
A loro si è aggiunta anche Ginella Vocca, che ha spiegato di essersi opposta alla bocciatura del documentario, sia verbalmente sia per iscritto durante le riunioni. La decisione di dimettersi è maturata dopo aver atteso un intervento istituzionale e nel contesto di divergenze già emerse in precedenza su altri progetti.
Vocca ha sottolineato come, pur nella pluralità di opinioni, avesse scelto inizialmente di restare per contribuire dall’interno ai lavori della commissione. Tuttavia, la crisi generata dal caso Regeni ha reso inevitabile la sua uscita, con l’auspicio di una rapida riorganizzazione del sistema di assegnazione dei fondi.
Il caso del documentario su Giulio Regeni ha acceso i riflettori su trasparenza, criteri e funzionamento dei finanziamenti pubblici al cinema. Le dimissioni e le tensioni interne alle commissioni evidenziano un momento di difficoltà per il settore, già segnato da ritardi e criticità operative.
La discussione resta aperta e si sposta ora sul piano istituzionale, dove saranno decisive le risposte del ministero. Nel frattempo, il dibattito pubblico continua a interrogarsi sull’equilibrio tra valutazione artistica, rilevanza culturale e gestione delle risorse pubbliche. (La redazione)
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