Cortex: amando un popolo ancora troppo assente (intervista)

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È da poco uscito “Amo un popolo presente”, il nuovo singolo e il nuovo video di Enrico Cortellino che, fuori gli uffici dell’anagrafe, si fa chiamare Cortex. Un personaggio che ci piace ascoltare per via delle sue ballate distorte e lo-fi, ma non troppo, e per i suoi testi ormai schierati verso l’analisi sociale. Un cantautore di cui apprezziamo soprattutto quell’umile grinta di chi sa di dover affrontare una strada nuova e tutta in salita. Una strada che in questi anni ha saputo percorrere con forza e coraggio dando prova di avere scarpe buone, e non solo, guadagnandosi oltretutto un posto di riguardo nella nuova scena indipendente italiana.

Intervista a Cortex di Alessandro Riva
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Nella scena della canzone d’autore tutti cercano innovazione. Questo perché risulta troppo difficile seguire la scuola dei grandi?
Oggi tutti cercano di “innovare” per lasciare un segno, c’è una ricerca allo sbalordimento del pubblico, però secondo me non tanto perchè le strade dei grandi sono difficili da seguire, ma semplicemente perché sono già state percorse e in questo ambiente l’importante è distinguersi e non uniformarsi.

Allora facciamo un riassunto: i grandi del passato e i grandi di oggi…
I grandi del passato hanno un pubblico fedele che si sono guadagnati con una lunga gavetta in differenti tempi storici, ad esempio, quando non c’era internet e quando la tv si vedeva in bianco e nero. I grandi di oggi devono sempre mantenere vivo e attivo il proprio pubblico perché anche se hanno miliardi di visualizzazioni su youtube e tutti canticchiano la loro canzone dopo due giorni potrebbero ritrovarsi dal suonare al Madison Square Garden al fare matrimoni e pianobar. I canali promozionali sono cambiati la gente non è più quella di una volta e la mole di materiale loro disponibile è molto più ampia. Distinguersi è sempre più difficile. Poi bisogna sempre rendersi conto della realtà in cui viviamo e cioè che siamo in un’Italia dove una discoteca viene riempita da gente che paga 70 euro per vedersi il tronista di turno che li saluta con la mano mentre i concerti di artisti che due giorni prima hanno fatto sold out all’estero, risultano clamorosi flop con desolate seggiole rimaste vuote…

La tua musica ha fatto tanto parlare di sé per le belle melodie e per i testi (ovviamente). Ormai tutti (o quasi) parlano di una società allo sbando. Nel continuo cercare una rivoluzione nei suoni e nelle melodie perché non farlo anche nei testi?
Sono stato spesso criticato per le rime troppo semplici e scontate i soliti are ere ire, però mi è stato pure detto in diverse recensioni che “la mia poetica è troppo borderline”, quindi non so che dirti, posso risponderti dicendo “questo è il mio stile, così mi vengono fuori le canzoni…”

Mi piace tantissimo il tuo “costume di scena”. Meno la scelta dei suoni. Cosa rispondi a chi ti dice che distorcere i suoni è molto più facile che rispettarne la loro natura? Come voler dire, sotto la menzione di “licenza poetica” non pensi si lasciano passare troppe cose?
Be’, ti rispondo che hai ragione perché da una chitarra distorta è sicuramente più facile ottenere un suono chiamiamolo convincente che da una classica o acustica anche se stiamo parlando di due stili completamente differenti. Ti faccio un esempio: prova a immaginare di mettere in mano a Andrés Segovia la chitarra di Kurt Cobain e viceversa. Entrambi sarebbero stati dei pesci four d’acqua in qualsiasi situazione. La mia formazione musicale è stata rigida. Ho studiato cinque anni jazz, so leggere la musica e conosco l’armonia, a 13 anni ho studiato la chitarra classica e mi annoiavo molto a leggere quelle cadenze, il maestro di quel tempo mi ha fatto odiare il solfeggio. Quando ho ascoltato per la prima volta “Smeel Like Teen Spirit” è cambiato tutto nella mia testa, mi si è aperto un mondo. Ricordo che mio padre mi regalò la mia prima chitarra elettrica e io in un pomeriggio trascrissi l’assolo di Slash in “Knock knock knockin’ on heaven’s door” e “Polly” dei Nirvana. La distorsione mi prese subito: è stato più forte di me! A ogni modo non rinnego i suoni acustici, nel mio primo disco – “Cortex” – ho messo dentro praticamente solo chitarre acustiche non distorte e ho suonato solo strumenti nati prima degli anni ‘80. Concludo dicendoti che io stesso ho diverse chitarre acustiche con splendidi suoni che, a momento debito, ritirerò fuori dalle custodie. Promesso.

“Amo un popolo presente” è un bel modo di incitare la realtà a diventare migliore. Ci riusciremo? Sotto sotto, in questa canzone, cosa speri di cantare?
Immagino che un umorista inglese risponderebbe: “riuscire a sensibilizzare la gente con una canzone è semplice come portare al pascolo un branco di gatti randagi”. Io mi auguro di riuscir a far incazzare e reagire le persone che restano ferme e inette davanti ai problemi che in realtà sono semplici da risolvere e sono resi impossibili semplicemente da un poco di fumo negli occhi che si soffiano i potenti.

Nella perenne ricerca di attenzioni dagli addetti ai lavori, dove pensi che meriti di arrivare questo tuo nuovo disco di prossima uscita?
Non parto mai con l’arroganza di meritarmi qualcosa, mi piace raccogliere i frutti del mio lavoro, posso dirti che sarò felice se riuscirò ad organizzare un bel touor in giro per l’Italia quest’estate: ecco mi piacerebbe molto calcare i palchi dei festival estivi. Questo sarebbe un bel traguardo per me e per la mia musica.

Ipotizzando una tua personale rivoluzione. In questi anni che ti abbiamo conosciuto in una veste sonora abbastanza lo-fi (gustosamente lo-fi), in qualche altra versione potresti pensare di apparire?
Come mi vedi in versione tipo Concita Wurst? (sorride, ndr). Be’, non si sa mai dove potrò finire, “del domani non v’è certezza” diceva qualcuno, ma personalmente credo che se vorrò cambiare stile e musica cambierò anche nome al progetto, mi piacerebbe sviluppare idee e musiche elettroniche che ho nel cassetto, chissà che non parta qualche progetto parallelo. Comunque, per la cronaca il mio ego da musicista lo sfogo in altri due progetti che vedono la mia partecipazione negli Uendi – gruppo punk dove suono il basso – e Abbazabba – cantautore con cui condivido lo studio (è lui dietro i microfoni mentre Cortex registra) anche storico fonico live dei Mellow Mood (La tempesta).



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