Hybrid, sesto album di Kylie Auldist, è un viaggio tra funk, soul ed electro anni ’80 che evita la nostalgia e punta su groove, autenticità e scrittura. Tra richiami a Prince e Sade, il disco si distingue per eleganza, personalità e una voce forte e riconoscibile.
Kylie Auldist (press photo)
Hybrid é il sesto album solista della cantante australiana Kylie Auldist, e se questo nome non vi dice nulla é arrivata l’ora del ripasso. La Auldist è una delle voci più solide uscite da Melbourne negli ultimi anni, con una carriera costruita tra soul, funk e collaborazioni intelligenti, lontana dalle scorciatoie dell’hype usa-e-getta. Oltre ad essere la frontwoman della band capostipite del funk antipodiano The Bamboos, ha anche una solida carriera solista che la ha guadagnato la reputazione di una che il groove lo tratta come una cosa seria.
E questo sesto album non fa eccezione. Hybrid non è un esercizio di nostalgia: è più una rimpatriata clandestina tra synth anni ’80 e una voce che ha chiaramente deciso di non comportarsi bene. Qui il passato non viene lucidato per fare scena, viene riattivato come un vecchio contatto salvato senza nome che però risponde sempre al momento giusto. Il risultato è un disco che suona familiare senza essere mai accomodante, e, cosa rara, riesce a farlo senza sembrare una posa studiata a tavolino.
L’apertura con One Time Offer si prende tutto il tempo che vuole, senza ansia da skip compulsivo o paura di perdere l’attenzione dopo trenta secondi. È un inizio che dilata il groove e ti costringe a restare, più che a consumare. Qui il funk non chiede il permesso, e soprattutto non si preoccupa di piacere a chi ha bisogno di etichette rassicuranti. Birthday Boy invece va in direzione quasi new wave, con coordinate che sono confinanti ai territori di Tears for Fears e Duran Duran, ma con più corpo, più attrito, meno plastica emotiva.
Quando il disco rallenta, lo fa senza diventare decorativo: Close To You, in duetto con Thndo, altra voce soul femminile di spicco in Australia, è una di quelle tracce che ti fanno smettere di fare altro senza quasi renderti conto. Niente build-up da contenuto virale su TikTok, solo interplay vocale e una tensione emotiva che rimane sottopelle. È soul che non si mette in posa, e proprio per questo colpisce, come l’altra ballata dell’album, Wanna Be Where You Are, che si muove più incerta ma anche più vulnerabile, come un messaggio scritto e riscritto mille volte prima di premere invio e proprio per questo, in qualche modo, ancora più umano.
Nel resto del disco, tra Get In The Game, Pheromones e U4Me, Auldist gioca con il linguaggio dell’electro-funk e delle sonoritá anni 80 come se fosse una lingua madre mai dimenticata. Si sentono echi di Prince e Sade, ma senza quella reverenza un po’ ingessata che spesso rovina tutto. Qui il groove è una cosa viva, non un museo. Si arriva al brano di chiusura, GD Goddess, con l’assoluta certezza che sì Kylie è una dea, ma di quelle che non chiedono adorazione, al massimo ti trascinano a ballare e poi spariscono senza salutare.
Alla fine Hybrid funziona perché non cerca di dimostrare niente: è un disco che esiste e basta, con una sicurezza quasi irritante, frutto di una carriera che dura da decenni. Suona come una notte venuta bene senza bisogno di documentarla su Instagram e in un panorama pieno di musica che ti chiede attenzione, questo si limita a meritarsela. Quando finisce, ti accorgi che non hai mai davvero pensato di skippare, e ti rimane, sopra tutto, la voce inconfondibile di Kylie Auldist. (Adaja Inira)
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