«Discorsi sulla musica» con Rossana Casale

In occasione della pubblicazione del suo album tributo a Joni Mitchell, abbiamo coinvolto Rossana Casale in «Discorsi sulla musica».

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Nata a New York nel 1959 e attiva artisticamente dal 1982, Rossana Casale è una delle cantautrici più raffinate della scena musicale pop e jazz italiana.

In occasione della pubblicazione del suo album tributo a Joni Mitchell, l’abbiamo coinvolta in Discorsi sulla musica rivolgendole le nostre “solite domande”. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Rossana Casale © di Luca D’Ambrosio

Rossana Casale (ph. Viviana Falcioni)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Quando ero adolescente ho trovato la chitarra di mia sorella Angela gliel’avevano regalata ma lei non la suonava mai. Su quella chitarra classica ho cominciato a creare i primi accordi a orecchio. Cercavo di ricreare quelli della cantautrice Joni Mitchell, il suo album Blue mi aveva travolto. Volevo essere lei.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Nessuna difficoltà, anzi. Girava voce nell’ambiente musicale che c’erano due sorelle americane che facevano le coriste. Abbiamo lavorato subito molto. Poi mia sorella ha preso la strada dell’arte figurativa e io invece mi sono unita a un coro di voci americane. Cominciava la dance e il lavoro aumentava.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

La mia spensieratezza, l’amore per la musica, il Conservatorio e la passione per il mio lavoro. Incontri importanti come quelli con Mia Martini e Mina.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

Il mercato si è molto ridimensionato e le case discografiche quasi estinte. Molte etichette indipendenti che nascono e muoiono. Gli artisti che riescono a fare una carriera con più di due album sono veramente pochi e fortunati.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Domanda incomprensibile. Credo comunque che la cultura sia fondamentale per avere riferimenti che ispirino o rafforzino la propria arte, che uno sia alle prime armi o già avviato.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni ’20 del terzo millennio?

Fare musica è sempre positivo. Dipende da cosa ti aspetti. Io sono felice di quello che ho. Ho appena realizzato un album tributo a Joni Mitchell che mi sta dando grandi soddisfazioni e tra qualche giorno lo porto in concerto in uno dei jazz festival più importanti d’Italia, il Padova Jazz. A dicembre sarò anche alla Casa del Jazz di Roma. Sono felice senza essere in classifica. Vedi?

Quanto sei “social” e “tecnologica”?

Quel che basta. Mi faccio aiutare da chi lavora con me anche se ne farei tranquillamente a meno. Cerco di non esserne schiava.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Vita. Salvezza. Volo.

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Joni Mitchell, Carol King, James Taylor, Al Jarreau, Earth Wind and fire, Weather Report, Chet Baker, Billie Holiday, Giorgio Gaber, Jaques Brel, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Paolo Conte, Tom Waits, Rickie Lee Jones, Steely Dan, Mia Martini, Mina, Maria Bethania, Caetano Veloso, Cesaria Evora….

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

È importante essere aperti all’incontro, allo scambio culturale tra popoli diversi, tra gente e pensieri diversi, radici diverse, età diverse. Ognuno ha un dono per l’altro, informazioni preziose.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

Non sopporto quel voler essere “parte di” a tutti i costi. Ho visto giornalisti cambiare faccia solo per avere successo quanto gli artisti che fino al giorno prima criticavano a morte, ho visto artisti vendere l’anima per andare su qualche isola televisiva. Tutto ciò mi fa molta tristezza.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non ne ho. Potrei dire il jazz ma non è la verità completa.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Consiglio il mio ultimo JONI. È specchio della mia essenza.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Non copiando gli altri.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

L’artista ha bisogno dell’amore del pubblico.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Meglio non fare calcoli stupidi, inutili e falsi. Quando hai qualcosa da dire, la dici.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

I compromessi che ti fanno soffrire.

Hai mai pensato di smettere?

No ma penso che prima o poi serenamente lo farò. Bisogna fare un passo indietro a un certo punto.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Ho scritto le musiche per un bellissimo copione. La storia vera di una malattia e dei meccanismi umani legati ad essa, a volte assurdi quasi buffi, a volte drammatici. Un musical. Il titolo è “Ill” (malato). Vorrei vederlo a Broadway.

Dove sta andando la musica?

Per ora contro un muro. Aspetta la rivoluzione sociale per urlare e ricrearsi.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

Sono stata in ascolto. Di me, degli altri. Ho guardato a mio figlio nella sua giovane età di uomo. Ho cercato di spiritualizzare, interiorizzare. Ho scritto, composto, suonato il pianoforte. Bellissimo e terribile. Vita e morte hanno camminato a braccetto.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Il mio ufficio stampa non mi ha dato scampo.

Rossana Casale

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)


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