Intervista: la madre terra di Simone Agostini.

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Maka, che in Sioux vuol dire “Madre Terra”, è il titolo del nuovo disco di Simone Agostini. Una produzione importante per un lavoro discografico strumentale che racconta, attraverso dieci composizioni per chitarra acustica, un viaggio infinito nel tempo e nello spazio, attraverso – appunto – la madre Terra e i suoi popoli. Contaminazioni greche di Bouzouki ma anche sporadici colori di flauto indiano, percussioni, viole e violini. Splendido scenario metropolitano nel video della track numero 10 che chiude il disco. A meno che non vogliate attendere qualche minuto prima di godere di una ghost track da lasciare in loop guardando casomai un tramonto. Quello che segue è il risultato di una stimolante chiacchierata con il musicista romano. Buona lettura.

Intervista a Simone Agostini di Alessandro Riva.
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Il fingerstyle forse potremmo inserirlo in questo genere di musica cosiddetto di nicchia. Ti consideri quindi un artista di “nicchia”?
Se avessi voluto riempire gli stadi non avrei mai scelto questa strada, questo è certo! ?Però non mi definisco un’artista di nicchia, perché la musica che scrivo non è rivolta alla nicchia, perlomeno nelle intenzioni. Il fingerstyle è un genere che troppo spesso diventa autoreferenziale, per cui il modo in cui suoni qualcosa diventa paradossalmente più importante di quello che suoni. Io so di non essere il chitarrista tecnicamente più dotato sulla faccia della terra, e sinceramente non ne sono mai stato interessato. Io voglio esprimere quello che sento dentro, voglio comunicare qualcosa, e ho scelto di usare la chitarra perché e il modo in cui meglio mi riesce. La strada da fare è ancora lunga, però posso dirti che ai miei concerti partecipa principalmente gente che non fa parte “della nicchia” dei cultori e che i miei dischi vengono apprezzati molto da chi non ha mai sentito prima nulla di fingerstyle. Pensa che ci sono spesso anche i bambini tra il mio pubblico. ?Dunque, mi definirei un’artista che con tutta probabilità è destinato a rimanere sconosciuto, ma non “di nicchia”.

Micheal Hedges prima di tutti. E poi cos’altro?
Michael Hedges è appunto uno di quelli che “la nicchia” l’ha saputa abbattere. Quando vinci un grammy awards e una nomination con due dischi di sola chitarra significa che le tue innovazioni e capacità tecniche sono sempre state un mezzo per fare musica. ?Al fianco di Michael Hedges citerei un pò tutta la Windham Hill, una realtà straordinaria che mi ha accompagnato per tutta la mia adolescenza. Poi per rimanere nel mondo della chitarra citerei Pierre Bensusan, il mio maestro Paolo Giordano, Franco Morone, Rob Eberhard Young, sono tutti incontri che mi hanno segnato. E poi tanta altra musica, dal folk alla musica classica, dalla musica tradizionale di qualche parte del mondo ai cantautori italiani, dalla musica per cinema al metal.

La bravura tecnica arriva al tuo pubblico secondo te? Oppure si rende necessario un certo ambito culturale per poterla apprezzare (che ovviamente non tutti hanno – io per primo)?
Non credo che al mio pubblico interessi troppo della mia bravura tecnica, come dicevo prima, è solo un mezzo. Sicuramente per apprezzare a pieno la tecnica che adopero nella mia musica è necessario capire di chitarra e di tecnica chitarristica. Ma a che pro? Anzi, io preferirei che anche chi è chitarrista si ponesse domande sulla tecnica strumentale solo dopo aver ascoltato la mia musica.? Però posso dirti che ricevo complimenti anche per la tecnica, e spesso non per i brani che tecnicamente sono realmente “più complicati”, ma per quelli in cui la tecnica appare più spettacolare. Ma sinceramente meno passa fuori la tecnica che c’è dietro la mia musica, e più sono contento, perché vuol dire che è arrivata la musica.

“Maka” parla della Madre Terra. Hai scritto i brani pensando a questo oppure “Maka” è il titolo che meglio rappresentava il prodotto finito?
Lo spirito di forte curiosità per la terra è quello che mi ha guidato in buona parte della mia vita, e anche musicalmente ha assunto una certa importanza in questi ultimi anni. Il titolo però è venuto dopo. Ero più che consapevole di aver intrapreso una strada ben precisa, ma ho voluto aspettare di ascoltare il lavoro concluso per scegliere il titolo. Anche perché nel cammino che porta ad un disco concorrono varie cose, ti ritrovi a lavorare e scartare tanto materiale, a curare tanti dettagli, e finché sei dentro questo processo guardi le cose da una sola prospettiva. ?Ho quindi aspettato di chiudere le registrazioni per poter guardare il tutto da un altro punto di vista, e capire se le percezioni avute durante la realizzazione erano le stesse. A oggi penso che il titolo Maka rappresenti abbastanza bene lo spirito di questo lavoro.

Pensando alla scena musicale di oggi, che ambizioni riponi in un lavoro come questo?
Oddio, non lo so davvero. Come ho detto prima, non ritengo che Maka sia un disco che possa essere apprezzato solo dalla nicchia degli addetti ai lavori.?Però poi non ho aspettative particolari, me la voglio vivere giorno per giorno, e raccogliere tutto quello che verrà con entusiasmo. A me davvero basta e gratifica tanto sapere che chi ha ascoltato Maka l’apprezzato molto.

E buttando proprio un occhio alla scena indie, non sei più solo acustico ma usi pedalini, distorsioni ed elettronica. Perché questa rivoluzione? Nel brano “Outer Space” per esempio ti sei molto industrializzato direi…
Direi che Maka resta a tutti gli effetti un disco di musica acustica. In “Outer Space” ho semplicemente fatto uso di un archetto elettronico, però ci tengo a sottolineare che il suono generato è anche in questo caso rigorosamente acustico: quello che accade è che il campo generato dall’archetto mette in vibrazione la corda, che sollecitata in questo modo risulta priva di alcune frequenze. Ma il suono è acustico, ed è stato tutto rigorosamente ripreso con dei microfoni. Se si ascolta attentamente il disco, Outer Space non vuole assolutamente raccontare gli scenari industriali rappresentati nel video clip, e il titolo lo dice chiaramente. ?Outer Space è il viaggio nello spazio, l’ultimo sguardo alla nostra terra da una nuova prospettiva. L’archetto mi è servito proprio per ricreare dei suoni “siderali”. Dunque non c’è nessuna rivoluzione, al massimo un pò di sana sperimentazione. Per quanto riguarda il resto del disco posso dirti che non ho mai usato il distorsore in nessuno dei miei brani. L’unico effetto è un delay in “into the wind”, effetto usato anche in A25 e The Village of Gnome in green. ?Poi c’è da dire che una catena di effetti quando ti esibisci live è indispensabile, il mio suono live passa attraverso tanta elettronica (come quello di tutti i chitarristi acustici del mondo) per cercare di avere un buon suono live (riverberi, preamplificatori, ecc..), e questo è sempre stato così. Però i brani di Maka sono tutti nati suonando senza effetti e senza amplificazione, e registrati tutti solo usando dei microfoni. Maka è senza ombra di dubbio un disco acustico.?

Melodia & Armonia. Un bel titolo per un libro. Se potessi inventare dei capitoli, tu quale vorresti scrivere?
Di libri che trattano di questi argomenti penso ce ne siano davvero tanti e la musica di Simone Agostini fino a questo momento non credo sia la più adatta per poter fare esempi interessanti. L’armonia di Maka è essenziale, ridotta all’osso. Va in contrasto con l’armonia tradizionale fatta di tensioni da risolvere, è un’armonia spesso priva di tensioni, sospesa, fatta da accordi in cui spesso manca la terza. L’accordatura che uso suonando le corde a vuoto restituisce ad esempio un Re sus4. È un’armonia per l’appunto essenziale. ?Lo sviluppo melodico segue principalmente una regola: “una melodia per essere tale dev’essere cantabile”.? Nel percorso che mi ha portato a Maka ho studiato alcuni modi della musica persiana, ho provato a lavorare sui quarti di tono, ma tutto questo è ancora all’inizio e per ora in cantiere. Diciamo che se proprio dovessi scegliermi un capitolo lo farei su questo argomento che mi affascina molto. ?

“Maka” è molto curato, nel suono come nella scrittura. La scena italiana ha sempre fame di bellezza? O è tempo perso se vuoi fare della musica un mestiere?
Prima di tutto ti ringrazio, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato questi aspetti. Vorrei evitare di addentrarmi in scomode discussioni sulla discografia e le esigenze di commercio. Non credo che la gente vada alla ricerca di ciò che è brutto, questo sarebbe sbagliato pensarlo. Semplicemente molta gente non ricerca, e prende per buono ciò che viene passato dai media, e i media passano solo alcune cose. Si potrebbe dire la stessa cosa per il cinema, per lo sport, per la letteratura. In questo momento io sono molto grato a Protosound Records di aver creduto e investito su di me e sulla mia musica che sicuramente è un po’ in contro tendenza, ma poi forse manco troppo!



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