Categorie: ARTICOLI

I Varv tracciano mappe sonore per tempi instabili nel secondo album Transit

Con Transit, i Varv consolidano un linguaggio personale tra jazz contemporaneo, elettronica e improvvisazione. Un album che privilegia il movimento alla destinazione, evitando cliché e virtuosismi per costruire paesaggi sonori mutevoli, ricchi di sfumature, tensioni sottili e identità espressiva.

Pubblicato da

Dopo l’esordio Lowlands, i Varv tornano con Transit e fanno una cosa piuttosto rara nel jazz contemporaneo: invece di correre verso la complessità come se stessero compilando il curriculum per un festival di nicchia in Scandinavia, scelgono di rallentare e abitare l’incertezza. Il duo formato da Andrea Cappi Francesco Mascolo continua a muoversi tra jazz, elettronica, improvvisazione e suggestioni rock progressive, ma questa volta il viaggio conta molto più della destinazione.

Uno stato intermedio

Del resto il titolo è già una dichiarazione d’intenti: Transit è uno stato intermedio, una sala d’attesa sonora dove nulla resta fermo abbastanza a lungo da diventare definitivo. L’impressione è quella di ascoltare due musicisti che dialogano senza la necessità di dimostrare quanto siano preparati. Le tastiere di Cappi costruiscono sequenze elettroniche che si aprono e si richiudono come mappe digitali consultate durante un viaggio notturno, mentre la batteria di Mascolo evita quasi sempre la tentazione della semplice funzione ritmica, preferendo intervenire come una seconda voce narrativa.

Forme in movimento

È musica che si trasforma costantemente, con strutture che sembrano solide fino al momento esatto in cui decidono di cambiare forma. Brani come Bright e Wormhole restituiscono quella sensazione tipicamente contemporanea di essere sempre in movimento, fisicamente o mentalmente. Le pulsazioni elettroniche convivono con una sensibilità jazzistica che non cerca mai il virtuosismo da conservatorio convertito al modular synth. In Place To Digress e Vice emerge invece la natura più affascinante del progetto: quella capacità di perdersi senza smarrire il senso della direzione.

L’arte delle sfumature

La cosa più riuscita di Transit è il modo in cui evita le trappole tipiche della fusione tra jazz ed elettronica. Non c’è il freddo minimalismo da installazione museale che spesso accompagna certi progetti crossover, ma neppure l’approccio “mettiamo un beat sotto e chiamiamolo contemporaneo”. I Varv lavorano sulle sfumature, sulle micro-mutazioni timbriche, sulle tensioni che si accumulano lentamente.

Un linguaggio maturo

Ogni traccia sembra vivere in uno stato di evoluzione permanente, come se il disco fosse meno interessato a presentare composizioni finite che a documentare processi in corso. Anche rispetto a Lowlands, che già esplorava territori fra elettronica, rock e jazz contemporaneo, qui si percepisce una maggiore fiducia nei propri mezzi. Là c’era ancora il gusto della scoperta; qui c’è la consapevolezza di aver trovato un linguaggio personale. Un linguaggio che continua a mescolare generi diversi, ma senza più preoccuparsi troppo delle etichette.

Nessun effetto immediato

Transit non è un album che cerca l’effetto immediato. Non produce singoli da playlist “Focus Flow”, non rincorre l’estetica retrofuturista che ormai accompagna qualsiasi sintetizzatore fotografato in controluce, e non ha alcun interesse a trasformare l’improvvisazione in esercizio accademico. È un disco che preferisce suggerire piuttosto che affermare, muoversi piuttosto che arrivare. E proprio per questo riesce a restare addosso più a lungo di molti lavori che fanno molto più rumore. (Adaja Inira)

✓ MUSICLETTER.IT è un sito indipendente di musica, cultura e informazione fondato nel 2005 da Luca D'Ambrosio © Tutti i diritti riservati - 8 Giugno 2026

APK