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«Discorsi sulla musica» con Mirkoeilcane

Protagonista del settimo appuntamento con «Discorsi sulla musica» è il cantautore Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane.

Settimo e immancabile appuntamento con il nostro ciclo di interviste dal titolo «Discorsi sulla musica».

Questa volta a rispondere alle “consuete domande” di Luca D’Ambrosio è il cantautore romano Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Mirkoeilcane © di Luca D’Ambrosio

Mirkoeilcane (foto di Beatrice Chima)
Mirkoeilcane (foto di Beatrice Chima)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Non credo ci sia un giorno preciso da ricordare, piuttosto sono convinto che sia una sensazione con cui si nasce, uso la parola “sensazione” per non dire “croce”! (sorride, ndr). Anche mentre facevo altri mille mestieri, scrivevo canzoni, suonavo, ascoltavo musica.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Nessuna! Da “ragazzi” non si corrono pericoli, non si ha paura di sbagliare, non c’è la corsa contro il tempo che corre veloce. Le difficoltà, se cosi si possono definire, sono legate al semplice dover rinunciare a una “vita normale” per dedicarsi a se stessi. La verità è che nemmeno si fa in tempo a rendersene conto.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

Senza dubbio la spensieratezza. Il fare musica senza schemi e senza dettami e senza leggi. Senza il “compito” di dover piacere a X o Y. In particolare ricordo con piacere le infinite Jam Session notturne nei locali di Roma in cui si saliva sul palco e si improvvisava musica con persone appena conosciute.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

Vedi sopra. Le difficoltà vengono dalla totale assenza di possibilità per chi SCEGLIE di non fare la “musica di largo consumo”. In un passato anche piuttosto recente, c’è stato spazio per tanti generi contemporaneamente. Oggi la musica vale solo se inserita nelle playlist “giuste”.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Purtroppo sì, il fatto di “affermarsi” spesso diventa sinonimo di “faccio quello che voglio tanto ormai funziona”. Muovere i primi passi nella musica di questi tempi spesso significa doversi adattare, plasmare o semplicemente farsi piacere un genere musicale, un modo di scrivere che, con molta probabilità, non corrisponde alla propria natura.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Tutto di positivo! Fare musica, scrivere la propria, è una ricerca (infinita). Ti costringe a conoscerti, a capirti, a non capirti, a farti domande, a metterti in dubbio e in gioco, a maledirti anche. C’è di buono che fare musica ti rende (non proprio sempre) una persona migliore.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

L’ultimo gradino della scala a cui si fa riferimento. Ci fosse la possibilità di non apparire e non partecipare alle bugie e ai falsi e ai foto-ritocchi del social, sarei molto più ben disposto nei confronti dell’umanità tutta.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Che mondo terribile sarebbe senza “Yesterday”? Ti mando l’IBAN in privato, ok? (ride, ndr).

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Beatles, Bowie, Lou Reed, Jeff Beck, James Taylor, Radiohead (si potrebbe continuare per molto) mi hanno spiegato (e mi spiegano) che un limite non esiste musicalmente parlando. De Gregori, Dalla, Stefano Rosso, Fossati, Battisti, Battiato, Bersani (si potrebbe continuare per moltissimo) mi insegnano che una Canzone non può definirsi tale se non si pesa ogni singola parola del testo.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Al primo posto. Niente di meno utile di una mente chiusa e sicura al 100% che (solo) la propria opinione sia quella giusta.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

Come sopra. La presunzione. Si fa presto a farsi forti di un paio di riconoscimenti per credere di essere “arrivati”. Per credere di avere la chiave di lettura di una qualsiasi cosa. Leggo spesso e da sempre recensioni musicali, credo di non essere mai riuscito a condividere le opinioni per più di un paio di mesi. La critica come chi fa musica si piega (sempre di più) alle leggi del mercato.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non li contemplo i generi. A me piacciono molto le canzoni che vanno ascoltate 98 volte per essere comprese. Le canzoni in cui il basso a un certo punto si prende il suo spazio facendo una frase musicale al di fuori del giro di base. Mi piace quando al decimo ascolto mi rendo conto che il batterista, prima del secondo ritornello, apre il charleston “per sbaglio” e la cosa non viene editata digitalmente. Mi piace quando tra i due ritornelli finali c’è l’assolo di chitarra. Mi piace quando il cantante rimane nel suo registro e racconta il testo senza far sentire che, se appoggia bene il diaframma, fa un Do di petto che “Albano scansati”. A me la canzone da primo ascolto non (mi) piace. Mi dà fastidio. Mi sento sottovalutato.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Il prossimo.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Si raggiunge senza paura e senza dire sempre “Sì”. Si raggiunge da soli e senza consigli e senza esperti del settore.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

La musica per se stessi è fine a se stessa. Non è musica se non è condivisa. Non si tratta di conferme, premi, complimenti, elogi, si tratta di fiducia e di riscontro. Un “mi fa schifo la tua canzone” vale lo stesso di “wow la tua canzone parla di me!”. La magia finisce quando si viene ignorati. Non solo in musica.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Senza alcun dubbio la seconda opzione. Se non ho niente da dire, sto in silenzio. Se non è il mio turno di parlare, ascolto. Per essere artisti c’è bisogno di una buona dose di egocentrismo. Egocentrismo non è un sinonimo di “narcisismo” e nemmeno di “sono meglio di te” ne tantomeno di “io, io, io, io, io, io, solo io”.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Mai accettare di allontanarsi da se stessi. Per cambiare, casomai, c’è bisogno di tempo e di silenzio e c’è bisogno che sia una scelta personale, volontaria, consapevole. Non credere alle chiacchiere. Il compromesso, se proprio deve essere, va fatto in prospettiva futura. I miracoli non esistono. Una scorciatoia è sempre una trappola.

Hai mai pensato di smettere?

Oggi. Un paio di volte. Ieri, sei. L’altro ieri, credo una volta sola.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Molti:

  • registrare un disco di canzoni acustiche, in una stanza con un bel reverbero, con un solo microfono;
  • abitare in una casa sull’oceano (Pacifico possibilmente) con accesso diretto e privato alla spiaggia;
  • continuare ad incrociare lo sguardo di chi da sotto il palco a canta le mie canzoni insieme a me;
  • collaborare con artisti che stimo, scrivere con loro, capire che gioco fanno loro per far nascere una canzone e confrontarlo con il mio
  • imparare cose che non so. Almeno una al giorno;
  • non perdere mai la voglia di scrivere canzoni e ascoltare quelle degli altri;
  • varie ed eventuali.

Dove sta andando la musica?

Non la sento da un po’, l’ultima volta che abbiamo parlato era piuttosto giù di morale. Persa. Sono in pensiero.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

L’ho vissuta male e in solitudine. Volontariamente lontano dalle tante manifestazioni di “solidarietà” dimostratesi, poi, meri tentativi di attirare attenzione. Brutto, bruttissimo vizio della categoria. Le canzoni ad hoc. Che paura!

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Perché, come raramente accade, sono domande pensate, che lasciano spazio, non “parlaci del tuo singolo in uscita”. Grazie.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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