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Portico Quartet – S.T. (2012)

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Li hanno definiti “la versione jazz dei Radiohead”, i Portico Quartet, i quattro musicisti emersi dal South Bank londinese che da qualche tempo sono approdati alla Real World, alla corte di Peter Gabriel, sotto la cui ala protettrice hanno inciso questo terzo album perfettamente autoreferenziale nel titolo. Troppo limitativo però circoscriverli al jazz, più consono guardare a loro come a un gruppo indie. È un post-jazz sfumato verso la musica ambient quella che continuano a proporre, secondo canoni espressivi ben consolidati nei due dischi precedenti e li hanno visti di recente esibirsi live in tour ad aprire i concerti dei Penguin Cafe. Per la cronaca il primo album inciso nel 2007 per la Babel/Vortex, “Knee-Deep In The North Sea”, è stato da poco ristampato dalla Real World. Groove che risente di malinconiche sonorità etniche e mantiene un pronunciato appeal crossover; attenzione però, non in senso popolare – non si tratta di piacere doverosamente a tutti – ma l’insieme è quanto mai sofisticato, vive di una sua integrità e si spinge verso i lidi dell’elettronica d’ambiente, di quel minimalismo sonoro un tempo battuto da gente quale Terry Riley, Philip Glass e Steve Reich, un aire percussivo e riverberato, fatto di guizzi melodici estetizzanti e progressioni, trame ipnotiche create dall’hang e un afflato onirico speziato di world. insomma un ascolto raffinato adatto ad orecchie sensibili e preparate. Il precedente “Isla” era apparso a tratti estremamente sofisticato: i Portico Quartet sono una band che si colloca a metà tra la World Music e il Jazz. Bisogna però ora fare i conti con l’abbandono da parte di Nick Mulvey (alla ricerca di gloria solista) che catalizzava l’attenzione con il suo Hang Drum, un singolare strumento a percussione metallica inventato (e costruito solo) in Svizzera, che conferiva originalità al sound del gruppo. L’Hang rimane comunque al centro del progetto, a sostituire Mulvey c’è ora Kier Vine. Ma sono anche altri i punti di forza: i glissati sperimentali del basso e la percussiva ripetitività di alcun giri disegnati dal sax soprano di Jack Wylie sono distintivi, eloquenti e oltremodo apprezzabili. Quello che rende questo nuovo disco diverso è l’utilizzo più consistente di soluzioni elettroniche per incorniciare il sound; cosa che si può notare in pezzi come “4096 Colours“ o “City Of Glass”. Altra novità è costituita nel bel mezzo (“Steepless”) dal delicato contributo vocale della cantante svedese Cornelia che contrasta efficacemente il sound incisivo dei Portico (a proposito, il nome è stato scelto per essersi una volta esibiti in Italia sotto un portico). “Ruins” è una delle cose più seducenti e pregne d’alchimia del disco, una tessitura armonica essenziale che si fonde a meraviglia con la qualità indiscussa del pezzo. Non tutto, fra quanto proposto, però coglie nel segno e buona parte dei pezzi appare scontata e lascia piuttosto indifferenti. In apertura e in chiusura i due interludi sperimentali (“Window Seat” e “Trace”) danno una sensazione d’incompiutezza a tutto il lavoro. Un disco che procura eccellenti “vibrazioni” ma difetta forse di consistenza e robustezza compositiva tale da permettere al gruppo di spiccare con decisione il volo. Intanto ascoltarli dal vivo è sicuramente il modo migliore per poterli apprezzare come meritano. (Luigi Lozzi)

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