The Gun Club – Miami (1982)

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Ogni qualvolta mi sia capitato di riflettere sul fatto che un disco come Los Angeles degli X fosse stato prodotto da Ray Manzerek mi sono sempre autoconvinto che, fosse stato ancora vivo, Jim Morrison nella sua vita post-Doorsiana si sarebbe occupato di produrre Miami dei Gun Club. Ho fatto di più: come quando reiteri una bugia così a lungo e con tale persuasiva convinzione da scordare realmente la verità e costruire su quella menzogna una nuova verità più comoda non solo per gli altri ma pure per te, mi sono realmente convinto che il secondo disco della formazione californiana sia stato prodotto da Jim Morrison. Ho preso un “Uni Posca” e ho modificato le note di copertina di questo Ape 6001 cancellando quel “produced by Chris Stein” e rettificandolo a mio piacimento. Poi, mi sono nuovamente seduto ad ascoltare. E ho pensato che avevo fatto bene. A Miami, il 1 Marzo del 1969, Jim Morrison viene arrestato e processato per atti contro la pubblica decenza. Alla sua morte, due anni più tardi, quella sentenza era ancora sospesa davanti la giuria della Corte d’Appello. A Miami, il 20 Settembre del 1982, lo spirito di Morrison si ricongiunge finalmente a quello dello sciamano agonizzante intravisto dal piccolo Jim nel deserto di Albuquerque. L’autostrada spalmata di Indiani insanguinati. Miami annoda il punk attorno alle visioni voodoo di Jeffrey Lee Pierce e lo annega nelle paludi delle Everglades e nel bitume di una metropoli che si affaccia all’Oceano sfoggiando le sue palme californiane alte trenta metri. Un disco che scava nel petto dell’America fino a strapparne il suo cuore sanguinante, influenzato dallo swamp rock, dal mardi gras, dall’hillbilly, dal blues, dal country & western, dalla musica dei nativi, dai Creedence, da Dr. John, da Link Wray e da Slim Harpo. La musica dei Gun Club diventa melodrammatica e angosciosa, animata da una disperazione apocalittica, avvolta da toni epici e sinistri. Nella vana attesa che il Grande Spirito gli si riveli Jeffrey Lee Pierce si denuda e tira fuori i demoni che lo abitano e lo divorano dall’interno in un rituale sciamanico che lo trasforma in lupo (l’ululato di Texas Serenade), in coyote (Devil in the woods) o in cavallo (il galoppo di Mother of Earth), in stregone fotografato ad invocare Shango (Like calling up thunder) o in Uomo-Cocomero (Watermelon Man). Le sottili linee di steel guitar di Ward Dotson che scorrono lungo tutto il disco, (palesamente ispirate allo stile di Scotty Moore sui primi dischi di Elvis, NdLYS) sono strisce di saliva sulle ferite aperte di Lee Pierce mentre lui strappa ad uno ad uno i petali dal suo fiore maledetto. Correndo lungo la foresta, invocando la tempesta, dormendo nella città insanguinata. Senza pace. (Franco Dimauro)


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