Sono tornati i Tempi Duri (intervista)

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Mi siedo a rubare indiscrezioni a una band che ha una storia assolutamente unica. Unica produzione firmata FaDo Records ovvero Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Nati oltre 30 anni fa, portando in scena un adolescente Cristiano De Andrè e poi subito alla ribalta con uno storico lavoro dal titolo Chiamali tempi duri. Poi il silenzio. La morte del grande capo. Le scene sempre più lontane. Qualche apparizione, senza troppi clamori e magari anche sotto falso nome. Qualche strada personale. Ma poi il ritorno. Un nuovo disco dal titolo Canzoni Segrete che con altrettanta segretezza vedo di raccontare con un’intervista alla storica voce Carlo Facchini. Buona lettura.

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Intervista a Carlo Facchini dei Tempi Duri di Alessandro Riva
Perché 30 anni fa sceglieste questo nome? Quale perfetta profezia di oggi?
Raccontiamolo per i ragazzi di oggi. Negli anni ‘80 il mondo era diviso in due blocchi opposti che investivano capitali sempre più ingenti in armamenti, con migliaia di testate nucleari reciprocamente e costantemente puntate su tutte le principali cittá. Chiunque tra noi percepiva distintamente che sarebbe bastato anche un semplice errore umano per far saltare in aria la Terra o, come minimo, a far sparire l’Europa. In Svizzera, non a caso, moltisime famiglie possedevano un bunker sotterraneo dove poter sopravvivere il piú a lungo possibile nel caso di un probabile conflitto atomico. Poi, quando l’Unione Sovietica terminò i soldi, il russo Gorbaciov decise di parlarne con l’americano Bush e tra i due blocchi scoppiò una sorta di pace. Oggi quasi tutto è cambiato: l’economia ha allargato il proprio raggio su scala mondiale, la globalizzazione ha livellato le economie dei continenti come vasi comunicanti, la competizione favorisce chi paga meno tasse e rispetta un po’ meno i diritti umani; e i nostri tempi sono ancora più duri. Ai rischi di una guerra atomica si sono sostituiti quelli di una grande guerra di marketing e del nuovo terrorismo dilagante, in parte un terrorismo “fai da te”, soltanto perché il ricorso a grandi armamenti sarebbe troppo costoso per frange organizzate costituite da persone la cui unica forza è quella di essere pronte a morire per sovvertire l’ordine mondiale.

Nella traccia “Amici per sempre” ci avete regalato un momento di ispirazione. Cosa stava nascendo? Cosa stava accadendo?
Eravamo in studio di registrazione e stavo insegnando al nostro chitarrista un nuovo brano, “Mattia”. Non sapevamo che i microfoni fossero già aperti e, innavertitamente, il fonico ha registrato un nostro dialogo. Alcuni giorni dopo, volendo riascoltare il brano e ritrovando inaspettatamente registrato anche il “fuori onda”, questo dialogo ci è parso essere significativo. Anche come ringraziamento a quegli amici che, rimasti affezionati alla nostra musica, ci hanno scritto in questi anni dichiarando di essere ancora in attesa di un nostro nuovo album.
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Il pop di certo ha contaminato molto la vostra scrittura. Trovate che sia figlio del tempo attuale o una direzione inseguita in qualche modo?
Semplificando un po’ e trascurando per un attimo altre fonti più specifiche appartenenti alle etnie dei vari popoli e continenti, le due rivoluzioni che possiamo considerare come principali radici di tutta la musica attuale sono state quella del Blues per gli afro-americani (voci provenienti dai “campi di cotone” contaminate dai Gospel e gli Spiritual della chiesa protestante) e la rivoluzione dei Beatles + George Martin per la razza bianca. In senso molto lato, quindi credo che anche noi, forse tutti noi oggi apparteniamo al pop. Mentre, analizzando in modo più preciso e mirato, direi al contrario che i Tempi Duri nascono da due altri principali filoni: quello sempre popolare della rockband, ammorbidito ed ingentilito da una certa sensibilità poetica, ereditata dalla canzone d’autore.

La scena così chiamata indie, oggi vi riguarda personalmente. Come vi sentite a farne parte?
Ne abbiamo sempre fatto parte. La Fado di De André, cosí come la Numero Uno di Battisti e il Clan di Celentano sono state forse le primissime etichette indipendenti, alle quali le grandi case discografiche italiane e le major si limitavano a fornire la distribuzione fisica dei dischi in cambio di una certa percentuale sulle vendite. Proprio come come accade con le principali distribuzioni di oggi.

Per i curiosi e gli affamati manca un bel videoclip in rete. Perché? Ci state pensando?
Sí e no. Da un lato forse sarebbe utile. Dall’altro, “vedere” la musica non permette di ascoltarla attentamente e questo ha portato a un declino della capacitá di ascolto, quindi in un certo senso anche della cultura musicale, degli italiani.

Tiriamo le somme. Felici di essere tornati? Quale ambizione nasconde questa grande decisione?
La grande ambizione di riuscire a realizzare quello che abbiamo scritto in questi anni, più le nuove canzoni che continuano a nascere sorprendendoci ogni giorno, e di poterci finalmente confrontare con qualcuno che capisca perché forse potrebbe anche valere la pena di ascoltarle.



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