Dieci anni dopo la pubblicazione originale, The Double Sunrise di Lanu arriva in vinile e conferma l’originalità di Lance Ferguson: un viaggio tra exotica, soul, hip hop, pop e atmosfere tropicali, capace di unire nostalgia, groove e ironia senza trasformarsi in una semplice cartolina musicale del Pacifico. Per un ascolto immersivo.
Lanu (press photo)
Nell’immaginario collettivo il Pacifico è un po’ sinonimo di ritiro spirituale, tra tramonti infiniti, meditazioni all’alba, e cerimonie rituali a lume di candela. Un disco che promette di portarci nei Mari del Sud senza obbligarci a seguire un corso di breathwork è quindi già una buona notizia. The Double Sunrise, terzo album di Lanu aka Lance Ferguson, arriva finalmente in vinile a dieci anni dalla pubblicazione originale del 2016, con un’edizione deluxe gatefold in vinile color tramonto, perché evidentemente anche l’oggetto fisico doveva sembrare una vacanza molto costosa.
Ferguson, figura centrale della scena soul di Melbourne e mente dietro The Bamboos, Menagerie e altri progetti, prende l’exotica degli anni Cinquanta e Sessanta — Martin Denny, Arthur Lyman, l’immaginario dei cocktail con ombrellino e delle avventure coloniali raccontate da gente che non ha mai visto un’isola — e la passa attraverso hip hop, pop, sample, synth e drum machine. Il risultato sta in quel territorio dove Pet Sounds, Lost in Translation, Air e DJ Shadow potrebbero ritrovarsi a bere un Mai Tai discutendo di nostalgia, ma con abbastanza groove e immaginazione da tenere lontano l’effetto cartolina con scritto “Greetings from Paradise”.
Il titolo nasce dalla storia dell’aviazione australiana: la leggendaria rotta Qantas dell’epoca d’oro dei voli nel Pacifico era talmente lunga che i passeggeri potevano assistere a due albe. È un concetto talmente cinematografico che sembra uscito da Wes Anderson dopo tre gin tonic e una consultazione ossessiva degli archivi Pan Am, ma Ferguson lo usa per qualcosa di meno decorativo: ricostruire un pezzo della propria storia familiare e culturale, compreso il legame con il nonno Bill Wolfgramm, pioniere della musica polinesiana.
Musicalmente il disco è un piccolo cinema tropicale portatile: archi, fiati, steel guitar, arpeggi, ritmi hip hop e arrangiamenti lussureggianti costruiscono un paesaggio che potrebbe fare da colonna sonora a un film di spionaggio degli anni Sessanta, salvo poi comparire Megan Washington e ricordarci che siamo nel XXI secolo. Nightmarchers, Dragon Sun e The Others sono tra i momenti in cui questa miscela funziona meglio, con la voce di Washington che porta una leggerezza quasi sospesa.
Poi arrivano Fly Away e Ménage à Trois, affidate a Mélanie Pain, ex Nouvelle Vague, e improvvisamente sembra di essere dentro una versione francofila e leggermente psichedelica di un vecchio film di Antonioni proiettato in un cinema all’aperto di Melbourne. The Kava Diary, con il suo mix di arpa, steel guitar e atmosfera narcotica, e Aranui, impreziosita dal Melbourne Samoan Choir, confermano che Ferguson non sta semplicemente facendo “musica tropicale”: sta prendendo un immaginario che rischiava di essere kitsch e lo sta trattando come materiale serio, ma senza perdere il senso dell’ironia.
La cosa più sorprendente è forse proprio questa: The Double Sunrise non sembra una ristampa archeologica, ma un disco che ha aspettato dieci anni per trovare il momento giusto. Nel frattempo abbiamo avuto il ritorno del vinile, la nostalgia per qualsiasi cosa abbia meno di 14 tracce e più di zero sostanza, la trasformazione dell’exotica in moodboard e una quantità industriale di playlist “Tropical Chill” che farebbero perdere la voglia di vivere anche a Brian Eno; questo album invece conserva un’identità precisa e sorprendentemente umana. (Adaja Inira)
✓ MUSICLETTER.IT è un sito indipendente di musica, cultura e informazione fondato nel 2005 da Luca D'Ambrosio © Tutti i diritti riservati - 27 Agosto 2026