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Categorie: ARTICOLI

Grant Lee Buffalo – Fuzzy (1993)


Se quello degli Shiva Burlesque era stato un tentativo abortito (in senso commerciale ma parzialmente anche in quello artistico) di reinterpretare l’epica polverosa del Paisley Underground mischiandola con la limatura di certo post-punk britannico cercando di rincorrere contemporaneamente i sogni dei Rain Parade e quelli dei Chameleons, l’esordio dei Grant Lee Buffalo che di quell’avventura rappresenta l’evoluzione darwiniana, è destinato a fare storia nell’America appena spazzata dai venti grunge. Rinunciando del tutto alla pesantezza di certi spolverini new wave della band di origine e alleggerendo le ombre che si proiettavano sulla psichedelia torva di Mercury Blues e dell’ omonimo esordio, il suono dei Grant Lee Buffalo riesce a esplodere di una lucentezza tutta nuova, ben sostenuta dal timbro vocale di Grant Lee-Phillips in grado di evocare i ricordi del Mike Scott dei tempi d’oro (i Waterboys di This is the sea, NdLYS) e da un bell’intreccio tra chitarre elettroacustiche e strati atmosferici di distorsioni mai eccessive che sembrano sedimentarsi come scorie elettriche su questi campi seminati a folk e musica da tramonto campestre. Fuzzy è una discarica di avanzi RSU sistemata davanti casa di Neil Young. E nel Febbraio 1993, con le orecchie ancora sanguinanti per Blues for the red sun, Sweet Oblivion, Dirt, Liar, Nurse, Urban Discipline, Scenes from the second storey, Copper Blue e Fixed, fu come porgere la faccia al vento della restaurazione. Perché in fondo di quello si trattò, di elaborare il vecchio concetto di musica tradizionale riadattandola ai gusti dell’epoca aggiungendo cioè un impeto power rock dietro cui nascondere le sagome di Lou Reed, Bob Dylan, Neil Young, Warren Zevon, Elliot Murphy, John Fogerty, Curt Kirkwood, Jeffrey Lee Pierce, Paul Westerberg, Dan Stuart, Howe Gelb. Quella dei Grant Lee Buffalo è una musica in qualche modo speculare a quella dei Gun Club. Le è affine per quella sorta di epica disperata e romantica che la invade, risolta stavolta secondo una visione d’ insieme più rassicurante e all’apparenza spurgata dall’inquietudine che rendeva malsano il suono del gruppo di Lee Pierce grazie all’uso del registro in falsetto che fa capolino in qualche traccia del disco e del confortante abbraccio delle chitarre acustiche che servono a stemperare gli animi anche quando le parole vanno giù pesanti. Come quelle di America Snoring (L’America “Russa”) o quelle di Stars ‘n Stripes. L’America. Qualunque cosa voglia significare per voi. (Franco Dimauro)


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