Recensione: Neil Young – Zuma (1975)

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Il 10 novembre 1975 Neil Young partoriva Zuma. Il 10 novembre di alcuni anni dopo mia mamma partoriva me. Giornate importanti, insomma. E sarà forse per questo che il cantautore canadese mi ispira da sempre, e se la musica è la mia vita lo devo anche a lui. Zuma è per molti il capolavoro di Young che racconta l’amore in maniera disincantata. Nove ballate suonate con i Crazy Horse e con la partecipazione del Maestro Frank Sampedro. Nove tracce di pura poesia, ritmi folk rock e il Messico nel cuore. Il titolo dell’album è infatti l’abbreviazione del nome di Motezuma, imperatore azteco vissuto a metà del cinquecento.

Danger Bird, Pardon my Heart e Cortez the Killer sono i tre gioielli di un album perfetto. Cortez teh Killer racconta la struggente storia di violenza commessa da Hernán Cortés che sterminò con inaudita ferocia il popolo azteco. Uno scorrere lento e angosciante colmo di distorsioni che sembra far rivivere i momenti del genocidio. È la canzone più intesa dell’intera discografia di Neil Young. Probabilmente è una delle migliori canzoni rock mai scritte. È il rock.

Piano e violini si stringono in tutto il disco in un caldo abbraccio elettrico e distorto tra un incedere folk e attitudini da cowboy. Zuma è forse il lavoro discografico pioniere dell’intera scena indie rock, padre a sua volta di quello che poi venne etichettato come grunge. Un album che ha cambiato la musica rock. Per questo motivo non mi resta che augurare buon compleanno a Zuma per i suoi quarant’anni. E buon compleanno anche a me per i miei… (Giovanni Aragona)



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