Un buco nero primordiale avvolto dal gas osservato 660 milioni di anni dopo il Big Bang: lo studio su Nature descrive una sorgente con caratteristiche spettrali rare, dominata dalla radiazione del buco nero e immersa in gas estremamente denso, offrendo nuovi elementi sul possibile sviluppo dei primi buchi neri supermassicci nell’universo primordiale.
Buco nero primordiale
Una ricerca pubblicata il 12 agosto 2026 su Nature analizza una sorgente osservata 660 milioni di anni dopo il Big Bang. Lo studio, firmato da Rohan P. Naidu, Jorryt Matthee, Harley Katz e numerosi altri ricercatori, descrive un buco nero supermassiccio circondato da gas estremamente denso.
La formazione di buchi neri con masse di miliardi di volte quella del Sole, già nei primi 700 milioni di anni dell’universo, resta un problema aperto. Diverse ipotesi cercano di spiegare come questi oggetti abbiano raggiunto dimensioni così grandi in tempi relativamente brevi.
La sorgente analizzata presenta caratteristiche spettrali insolite. Tra queste emergono un forte salto di Balmer, emissioni Hβ ampie e composte da più picchi e assorbimenti nelle righe di Balmer.
Gli autori interpretano questi segnali come l’effetto di un involucro di gas molto denso e turbolento, privo di polvere, che circonda il buco nero supermassiccio. Secondo il modello proposto, il gas può spiegare sia il salto di Balmer sia le caratteristiche di assorbimento osservate.
Inoltre, la radiazione del buco nero sembra dominare quasi tutta la luce rilevata. Di conseguenza, il contributo della galassia ospite appare limitato.
Lo studio indica quindi una possibile configurazione in cui un buco nero primordiale cresce immerso in una grande quantità di gas. Questo scenario era già stato proposto come possibile condizione favorevole a una crescita molto rapida attraverso un accrescimento superiore al limite di Eddington.
Un altro elemento riguarda il colore della sorgente. La sua tonalità rossa, secondo l’analisi, non dipende dalla polvere, ma dal gas e dalla diffusione della luce. Questo aspetto può inoltre influire sulla stima della massa dei buchi neri simili, che potrebbe risultare sovrastimata anche di diversi ordini di grandezza. Qui il il pdf dell’intera ricerca pubblicata da Nature. (La redazione)
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