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Keith Jarrett – Rio (2011)

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Non ha sfondato presso il grande pubblico – come avrebbe potuto se fosse sceso a più consoni compromessi – perché il suo raffinatissimo pianismo si è progressivamente (e al contempo) evoluto dall’iniziale approccio jazz, tanto da raggiungere vette sublimi che non sempre sono alla portata di tutti nel fluire delle improvvisazioni, sovente trasformate in lunghe suite. Keith Jarrett, grazie a uno stile immediatamente riconoscibile, è oggi universalmente acclamato come uno tra i più grandi pianisti solisti contemporanei (non solo di jazz) di ogni tempo, e tutto ciò a capo di una carriera quarantennale (avviata con enfasi nel 1971 con Facing You, anche se precedentemente c’erano già stati i due album Life Between The Exit Signs nel ’67 e Somewhere Before l’anno dopo) che viene suggellata dalla pubblicazione di questo doppio CD, registrato dal vivo nell’aprile 2011 nel Theatro Municipal della città suggerita da titolo, Rio De Janeiro, al cospetto di un pubblico rispettoso ed entusiasta. Da un po’ di anni ci ha abituato al rituale – per alcuni versi minimalista – di apporre a titolo dei suoi lavori dal vivo semplicemente il nome della città nella quale ha registrato la sua performance: Brema, Losanna, Colonia (il celebre “The Köln Concert”), Parigi, Vienna, La Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, Londra. E ora Rio. Il nuovo Live (quattordici in tutto nella corposa discografia, accanto a 87 album in studio e 22 raccolte) si compone di quindici parti dalla lunghezza contenuta tra i 3 e i 7 minuti, salvo un pezzo iniziale di 8’ 40”, per un totale di novanta minuti di musica. L’ampio repertorio cui fa riferimento Jarrett nel suo viaggio musicale tocca differenti generi (per poi trascendere da essi operandone una sintesi efficace) e diverse sfaccettature dell’universo musicale, passando dal gospel, alla ballad alla classica, giustificando così la scelta di ricorrere a brani di più breve durata rispetto agli abituali standard espressivi, ma senza mai deviare dagli obbiettivi che l’artista si è imposto di approdare a forme musicali di assoluta e incontaminata purezza. Le dita che scivolano con facilità sulla tastiera quasi sembrano non toccarla nelle rinomate sue digressioni. La maestria riconosciuta dell’arte dell’improvvisazione è condotta fino al massimo livello e Jarrett ha un controllo pressoché totale di tutti gli aspetti della creazione musicale. Il primo CD richiede un forte impegno di concentrazione e di preparazione da parte dell’ascoltatore, mentre il secondo si assimila e si gode con maggiore facilità; le linee melodiche diventano più familiari, i temi bellissimi si esaltano, l’esplorazione di linguaggi diversi meglio percepibile, il liquido mood jazzistico si fa rinfrancante. Nulla di realmente rivoluzionario, eppure è chiara la sensazione da qualche tempo che ogni nuovo appuntamento con l’arte di Jarrett ci riservi sempre qualcosa di più bello in cui immergersi. È un lavoro che già in partenza ha le stimmate del gioiello senza tempo e di grande forza espressiva. (Luigi Lozzi)

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