Pete Molinari – A Train Bound For Glory (2010)

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Il menestrello di Duluth ha da poco compiuto la svolta elettrica meravigliando il mondo intero e deludendo i soliti conservatori che inorriditi da tale scempio lo maledicono illudendosi di poterlo riportare al suono “acustico e radicale” del periodo 1962-1964. Nativo di Baltimora, studente universitario fuori corso e nullafacente mi sposto continuamente tra New York e San Francisco, vivo di espedienti e sono profondamente innamorato della musica di Elvis Presley, Buddy Holly, Johnny Cash, Bob Dylan e dei gruppi vocali neri. L’altra sera in un locale frequentato da gente “un po’ stravagante” ho conosciuto un tale che risponde al nome di Jann S. Wenner: mi ha messo al corrente di un suo progetto di fondare una rivista musicale quindicinale; sembra che la voglia chiamare Rolling Stone. In attesa dell’evento mi esercito spesso imbrattando qualsiasi foglio bianco mi capiti tra le mani (chissà che un giorno se l’idea di Wenner diventasse realtà potrei avere il piacere di scrivere sul suo magazine) cercando di raccontare le sensazioni che può suscitarmi l’ascolto di un disco: casomai convinca almeno un lettore della bontà della proposta musicale! Tre o quattro giorni fa, non ricordo bene, un mio amico di ritorno dall’Inghilterra mi ha regalato un trentatré giri di un giovane artista inglese che si chiama Pete Molinari assicurandomi che mi sarebbe piaciuto. Afferro il vinile, lo metto sul piatto mentre incuriosito guardo la copertina rilevando immediatamente una certa somiglianza (nelle pose) con il grande Robert Allen Zimmerman. A Train Bound For Glory comincia a girare nel mio stereo ripetutamente costringendomi ad alzarmi dalla poltrona ogni ventitrè minuti circa per passare dal lato A al lato B e viceversa: il godimento che provo ascoltando le canzoni di questo ragazzotto di origine italiana ed egiziana è così appagante da superare nettamente il fastidio dello spostamento fisico necessario per cambiare la facciata del long playing. Intanto che la puntina scorre tra i solchi di Streetcar Named Desire, (To Be Close To) Your Heart’s Desire, Little Less Loneliness, Minus Me, For Eliza e Heartbreak Avenue, solo per citarne alcune, aumentano le analogie con il genio del Minnesota, soprattutto nel suono e nella voce ancorchè la musica mi sembra più leggiadra e malinconica. Dylan non è comunque l’unico riferimento: nelle tracce di A Train Bound For Glory scorrono le note musicali che riportano ai nomi prima menzionati e l’album è quasi un compendio della musica popolare americana (rock‘n’roll, country, folk, blues e soul) degli ultimi dieci anni. Suona il citofono di casa e mi sveglio; mezzo addormentato apro e mia sorella mi consegna la posta contenente, ahimè, tra le varie lettere una multa dei vigili urbani con timbro che indica la data 24 settembre 2010. Accidenti! Ho fatto un sogno che mi aveva proiettato nel 1965 e questo era successo perché la sera prima avevo preso sonno ascoltando l’ultima fatica del songwriter di Chatham. Alla luce di ciò non cambio il mio giudizio su questo rocker retrò (nei primi anni Ottanta “morivo” per i Blasters e gli Stray Cats e la cosa non mi creava alcun disagio per non essere al passo con i tempi) a cui auguro con tutto il cuore di non perdere il treno per la gloria. (Domenico De Gasperis)


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