We Never Had Control di Hugo Race Fatalists

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L’australiano Hugo Race e gli italiani Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli (nucleo storico dei Sacri Cuori) ci hanno preso gusto: incorporano il titolo del disco d’esordio (“Fatalists”, uscito a firma del solo Race un paio d’anni fa) nella sigla del progetto, formalizzando una collaborazione che è innanzitutto forte sintonia umana e artistica, e danno alle stampe – vinile su Interbang e cd su Gusstaff/Interbang – un nuovo brillante episodio di artigianato rock fatto con e per il cuore. Cinque giorni presso il Cosabeatstudio di Franco Naddei a Villafranca (Forlì), nel novembre del 2011: tanto è bastato ai nostri per registrare “We Never Had Control” (a proposito di sintonia…). Il risultato è un lavoro organico e omogeneo, quasi una sorta di concept in cui i brani, come lo stesso Race racconta, condividono la “fatalistic vision of a world gone wrong whose single saving grace is the power of love”. Gli elementi tipici della ricerca sonora di Race ci sono tutti, in armonioso equilibrio: folk-blues e desert-rock arsi dal sole che calibrati innesti di elettronica notturna rendono foschi ed enigmatici. La voce di Hugo è un marchio di garanzia e in più di un’occasione mette i brividi addosso: confidenziale intima e dolente negli episodi più rarefatti, si fa tagliente e rabbiosa quando i ritmi si intensificano, come in No Stereotype, in cui canta la forza della singolarità (“one of a million, one of a kind”) e sembra evocare una possibile via di fuga dal “mondo andato a male” di cui sopra. Che il passo sia lento (le ipnotiche Dopefiends, No Angel Fear to Tread, Shining Light, We Never Had Control) o più sincopato e deciso (Ghostwriter, Meaning Gone, Snowblind, la citata No Stereotype), prevale nella struttura dei brani una circolarità di fondo che esalta i dettagli e lascia ad ogni tassello i tempi e gli spazi giusti. Le chitarre, ad esempio: la steelstring di Race ma soprattutto quelle di Gramentieri che ne suona di ogni tipo e fattezza e passa con disinvoltura da soundscapes lunari a rasoiate acide (notevoli quelle nella seconda parte di Dopefiends, uno di quei pezzi che vorresti non finisse mai). O il drumming di Sapignoli: abilissimo nel disegnare confini labili e sfumati là dove il songwriting richiede attese e dilatazioni, metronomico e serrato quando c’è da spingere e liberare l’armamentario percussivo (nel suo caso ricco e afro-mediterraneo come non mai: congas, balafon e nacchere, come quelle che si ascoltano in Ghostwriter). Fondamentale anche l’apporto degli altri musicisti che si affiancano ai tre “fatalisti”: il prezioso lavoro al contrabbasso di Francesco Giampaoli (ormai a tutti gli effetti membro dei Sacri Cuori), il violino di Vicky Brown (Calexico, Steve Wynn, Jesse Sykes etc), di cui colpisce, nella traccia d’apertura, l’alternanza tra registro lirico e trame stridule incalzanti (la mente corre alla velvettiana Black Angel Death Song…). E di certo sul disco non aleggerebbe il medesimo senso di sospensione spazio-temporale, quasi un’aura metafisica e trascendentale (i Talk Talk che si bagnano nel Delta del Mississipi?), senza i synth di Franco Taddei (si senta la visionaria No Angel Fear to Tread) e le backing vocals femminili che fanno capolino qua e là (straniante e fantasmatica quella di Violetta Del Conte Race nella title track, se non il vertice dell’album – e poco ci manca – sicuramente il brano che ne esprime meglio la cifra estetica). (Fonte: Interbang Records)

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